Francesco Maria da Camporosso

Francesco Maria da Camporosso

(1804-1866)

Beatificazione:

- 30 giugno 1929

- Papa  Pio XI

Canonizzazione:

- 09 dicembre 1962

- Papa  Giovanni XXIII

- Basilica Vaticana

Memoria Liturgica:

- 17 settembre

Religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, insigne per la sua carità verso i poveri, che, al dilagare della peste, contrasse egli stesso la malattia, offrendosi come vittima per la salvezza del prossimo; per quarant'anni fra il popolo di Genova, nel porto, fra i "carrugi", immerso nelle miserie e nelle sofferenze della gente

  • Biografia
  • Omelia
"La volontà di Dio è sempre giusta, sempre santa, sempre amorosa e paterna con noi. Val più un'ora di patire che cento anni di delizie. Silenzio, mortificazione, preghiera, per aver pace col Signore, pace con noi, pace con tutto il mondo"

 

Nato il 27 dicembre 1804 a Camporosso, piccolo borgo della costa ponentina ligure presso Ventimiglia, quarto dei cinque figli di Anselmo Croese e Maria Antonia Gazzo, in una famiglia contadina, dopo aver frequentato la scuola per poco tempo e con scarso entusiasmo, Giovanni a sette anni iniziò a lavorare in famiglia conducendo al pascolo una vaccherella, sicura garanzia di vitto per la famigliuola e poi aiutò nel lavoro dei campi, piccoli appezzamenti di terreno da cui i Croese ricavavano olio, vino e ortaggi. In famiglia era molto sentita la devozione mariana: quando, poco più che decenne, si ammalò gravemente, venne portato in pellegrinaggio al santuario della Madonna del Laghetto, presso Nizza. Egli ne rimase profondamente colpito e cominciò a frequentare i francescani, conoscendo bene un frate conventuale del paese, fra Giovanni.

Lentamente maturò la sua vocazione, così che il 14 ottobre 1822 entrò come terziario, con il nome di frate Antonio, nel convento dei frati minori conventuali di Sestri Ponente. Ma qui la vita, quasi più agiata che in famiglia, non soddisfaceva il giovane che aspirava all'assoluta povertà e alla meditazione interiore. Decise perciò di vestire l'abito dei cappuccini e, non riuscendo ad ottenere il consenso dei superiori al trasferimento, accordatosi con p. Alessandro Canepa da Genova, un cappuccino suo conoscente, una mattina del tardo autunno 1824 fuggì da Sestri e venne accolto a S. Francesco di Voltri, un luogo cappuccino come un romitaggio, dove, ricevuto il nuovo nome di fra Francesco Maria, rimase quasi tre anni come postulante. Si distinse per il suo spirito di carità fino a "dare ai poveri il proprio cibo, contentandosi per sé degli avanzi che trovava", come riferisce un testimone. Ma non era nuovo a questi gesti. Fin da piccolo era abituato e si racconta che durante un viaggio a Mentone, dove suo padre cercava di avviare qualche piccola attività commerciale, aveva regalato a un suo coetaneo cencioso il vestitino nuovo appena acquistato, con grande stizza del genitore che gli aveva dato un sonoro schiaffo, al quale prontamente Giovannino aveva risposto porgendo l'altra guancia, meritandosi dal padre un abbraccio di ammirazione.

L'esperienza di Voltri, in realtà, completava quella di Sestri e così, sul finire del 1825 fra Francesco Maria, con l'autorizzazione del vicario provinciale Antonio da Cipressa, partiva per il convento eremo di S. Barnaba in Genova per trascorrervi l'anno di prova del noviziato. Il 17 dicembre rivestì l'abito di novizio e il suo maestro, padre Bernardo da Pontedecimo, dovette moderargli il fervore. Ma i suoi compagni che ne condivisero l'esperienza ricordano la sua bontà e affabilità. Egli aveva scelto di essere fratello laico e confiderà più tardi che, sull'esempio di san Francesco, "è preferibile starsene umili e ubbidienti". Un anno dopo, il 17 dicembre 1826, emetteva la sua professione dei voti nelle mani di p. Samuele Bocciardo da Genova. Aveva appena ventidue anni, ma la sua maturità spirituale convinse i superiori di destinarlo subito al convento principale della provincia, quello della SS. Concezione in Genova, dove rimase fino alla morte. Questo convento era un concentrato di molteplici attività religiose e sociali: oltre l'osservanza conventuale e il ministero apostolico, il convento comprendeva la curia provinciale, l'infermeria, il "lanificio" per i panni dei frati, una farmacia aperta anche al pubblico con assistenza sanitaria e la sorveglianza al peso pubblico e alla distribuzione della legna al ponte della SS. Concezione del porto. Il nuovo arrivato venne impiegato ora in un ufficio ora in un altro con umile rodaggio di servizi, come infermiere, cuoco, ortolano, sacrestano, "sempre infaticabile e sereno", dicono i processi. Furono quasi cinque anni senza particolarità, ma la sua carità andò affinandosi, tanto che nel 1831 il vecchio cercatore di campagna, fra Pio da Pontedecimo, non potendone più, venne affiancato da Fra Francesco Maria. Si stava profilando ormai quella sua vocazione e missione che lo avrebbero reso il più famoso questuante della provincia. Per circa due anni percorse la vallata del Bisagno, visitando le diverse "ville" dei contadini. Fu un apprendistato prezioso che gli insegnò un suo stile di vita e un suo metodo nei rapporti con il pubblico, fatto di parole di fede, di pazienza, di carità, umiltà e devozione. L'ottimo risultato della "questua di campagna" spinse il padre guardiano ad affidargli la "questua di città". La gente, che già aveva intuito in lui la santità, non riuscì più a far senza di lui. Si abituò talmente alla sua presenza per le vie della città, da sentirne il bisogno.

Egli dopo aver partecipato di buon mattino ad alcune sante messe, con la bisaccia a tracolla e accompagnato sempre da un bambino con la saccoccia al collo per ricevere le elemosine pecuniarie, si incamminava per le vie della città. Si era scelto come protettore san Felice da Cantalice. Ma non si potrebbe ora narrare la sua vita senza raccontare anche la storia della città di Genova ottocentesca, fremente di tensioni e sussulti risorgimentali e sociali. Egli ascoltava tutti e a lui tutti, piccoli e grandi, potevano affidare con fiducia le proprie ansie quotidiane. Sono "fioretti" a non finire, spesso graziosi e miracolosi, che traducono in modo realistico ed esatto la "scena" del nuovo sviluppo della città. I suoi principali interlocutori erano le mamme di casa, le bottegaie, la gente di mare, i facchini del porto, i bambini coi loro piccoli problemi, i mercanti che chiedevano consiglio, i malati che andava a visitare anche con sacrificio, i carcerati che cercavano più giustizia. Il Signore lo arricchiva di carismi quando rispondeva alle domande non ancora espresse o parlava di cose lontane e future. La sua fama si era allargata anche fuori città, oltre i vicoli da lui frequentati, e doveva con fatica rispondere a molte lettere che riceveva, una fitta corrispondenza andata quasi tutta smarrita.

Una data, il 1840, rappresenta il prestigio, anche tra i confratelli, del suo ufficio: i superiori lo fecero "capo-sportella", ossia capo questuante, guida e coordinatore del gruppo di fratelli cercatori. Alla saccoccia a tracolla sostituì la sporta di vimini appesa al braccio, quella intrecciata con tecnica tutta propria dell'artigianato cappuccino. Egli era autorizzato a questuare generi alimentari più raffinati per i malati e poteva entrare nel "portofranco" dove si vendevano merci pregiate. Nel convento poteva disporre di un locale-deposito per raccogliervi la merce e poi distribuirla, come anche amministrare le elemosine delle messe e assegnare ai diversi frati cercatori i diversi quartieri della città. Queste autorevoli nuove possibilità permisero al "padre santo", come normalmente ormai era chiamato dalla gente, di intervenire con aiuti più tempestivi e continui, anche pecuniari, per famiglie e individui in difficoltà, particolarmente le famiglie degli emigrati in America e quelle dei marinai costretti a prolungate assenze da casa. Tra i suoi benefattori ci furono anche protestanti, ebrei e non credenti, che contribuirono volentieri alla sua raccolta, sicuri che il provento sarebbe andato ai poveri. Di questo era autorizzato dai suoi superiori, fiduciosi nella sua prudenza ed equilibrio, superando con ciò facili obiezioni durante il processo di beatificazione.

La lampada della sua pietà si colmava soprattutto nelle silenziose ore notturne, e cercava di ricuperare la preghiera in mille maniere: nelle frequenti visite alle chiese incontrate per le strade della città, meditazione preferibilmente sui dolori di Cristo, fedeltà alle azioni liturgiche della comunità. E penitenza, estremamente rigido con se stesso, dormendo su nude assi o accontentandosi di frusti di pane inzuppati in acqua calda, o usando solo abiti rozzi e rattoppati, sempre a piedi nudi, nutrendosi per anni una sola volta al giorno e facendo uso costante del cilicio e del flagello. Ma era pronto, nell'obbedienza, con libertà di spirito, ad usare più riguardo, diffondendo, come si legge nelle deposizioni, una santità veramente amabile. La sua spiritualità assumeva con la gente quel tocco popolaresco di immediatezza e spontaneità, ma anche quell'ardore missionario, allora esplosivo nella Chiesa, che gli faceva desiderare: "Oh! Se fossi giovane e potessi andare con i nostri missionari!". E si preoccupò anche di favorire le vocazioni e l'avvio al sacerdozio di giovani idonei e privi di mezzi.

L'iconografia popolare lo ritrae alto, magro, austero, con la inseparabile sporta, sempre accompagnato da un fanciullo con la cassetta delle offerte. Il generoso atteggiamento di soccorso verso la gente che incontrava nel suo itinerario quotidiano per la questua fece conoscere la sua fama in ogni rione della città e quando, alla sera, rientrava in convento, trovava un numero sempre crescente di bisognosi che invitava, davanti a richieste soverchianti le sue forze, ad affidarsi all'intercessione della Madonna. Ed è a questo particolare aspetto della spiritualità di Francesco Maria che si ricollega la scultura dedicatagli dalla popolazione genovese per opera di G. Galletti: in essa il santo è raffigurato nel gesto di invitare un vagabondo, una madre con bambino morente e uno scaricatore portuale alla invocazione alla Vergine.

Negli ultimi anni di vita inasprì ulteriormente le mortificazioni che si infliggeva e proseguì nel suo impegno, nonostante una grave infermità che lo aveva colpito alle gambe. La sua spiritualità semplice trovava il suo fulcro nell'offerta del sacrificio alimentato nella fede e nella speranza: ne sono espressione le sue lettere, scritte con fatica dal santo o da lui dettate. L'iconografia più rappresentativa, riscontrabile in un quadro dipinto da P. Dodero e donato a Pio IX, lo raffigura nell'atto di donare la sua vita per la salvezza della città di Genova. Nel 1866, infatti, quando la città portuale fu colpita da un'epidemia di colera, Francesco Maria, impossibilitato a soccorrere i malati per le sue precarie condizioni di salute, offrì la sua vita per la sconfitta del morbo. Morì, dopo tre giorni di malattia, il 17 settembre 1866 e, contemporaneamente, secondo alcune fonti dell'epoca, i decessi causati dal colera presero a diminuire.

Il suo corpo, cosparso di calce, fu dapprima sepolto nel cimitero di Staglieno, dove con sottoscrizione pubblica gli fu eretto un monumento, e successivamente trasferito, nel 1911, nella chiesa del convento in cui era vissuto. Dopo la morte i fedeli continuarono a ricorrere a lui con devozione e iniziarono a verificarsi grazie e miracoli attribuibili alla sua intercessione. Conclusi i processi informativi, la causa venne introdotta a Roma il 9 agosto 1896. Il decreto sulla eroicità delle virtù venne firmato il 18 dicembre 1922. Pio Xl procedette alla beatificazione il 30 giugno 1929 e Giovanni XXIII lo canonizzò il 9 dicembre 1962, a conclusione del primo periodo del Concilio Vaticano II. La città di Genova gli ha eretto un monumento nella zona del porto.

 

Fonte: www.fraticappuccini.it

CANONIZZAZIONE DEI SANTI:
PIETRO GIULIANO EYMARD
ANTONIO MARIA PUCCI
FRANCESCO MARIA DA CAMPOROSSO

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII

Basilica Vaticana
Domenica, 9 dicembre 1962

 

Sollemnis caeremonia, qua summos Ecclesiae honores decrevimus Beatis Petro Iuliano Eymard, Antonio Mariae Pucci, Francisco Mariae a Camporubeo, est profecto eiusmodi, qua vehementer animi nostri moveantur. Hic enim ritus, qui dum bisce in terris a Nobis conficiebatur, a summo Deo in caelis, tota scilicet sede illa exsultante laetitia, ratus habebatur, in memoriam nostram redigebat et quasi sub nostrum subicebat aspectum, illam sanctitatis notam, quae catholicam Ecclesiam, Christi Sponsam, distinguit.

Catholicis hominibus illud est dulce et iucundum, ex doctrinae capite, quod profitentur, Ecclesiam matrem suam amantissimam, appellare sanctam. Quod quidem multis confirmatur argumentis. Nam primum eius Conditor sanctus est, quin etiam origo et exemplar sanctitatis; sancta deinde existimanda sunt instrumenta, quibus utitur ad animos perficiendos sibi commissorum filiorum: divina nempe gratia et augusta Sacramenta; tum eius doctrina est sancta, quam a Christo Iesu acceptam inviolate custodit, strenue defendit, impigre inculcat animis, atque ut potest latissime inter gentes disseminat; multi postremo filiorum suorum, cum insigni virtute praestitissent, re ipsa supernae gloriae compotes publice pronuntiati sunt.

Haec, inquimus, explorata atque omnino certa habent christiani viri universi. Sed nemo sane dubitat, quin, praeclaro hoc praebito spectaculo, opinio sanctitatis Ecclesiae vel profundius in eorum animos descendat.

Accidit praeterea congruenter, quod sacra haec caeremonia in cursum incidit Concilii Oecumenici Vaticani II; quod nimirum eo in primis pertinet, ut sanctitatis gemma, in diademate inserta, quo Ecclesiae caput redimitur, magis magisque niteat atque splendeat. Haec namque amplissima sacrorum Pastorum congregatio, cum beati Petri Successore falli nescio coniuncta, non solum iterum proponit atque confirmat incommutabiles veritates a divino Magistro traditas; sed etiam illustrat et adhibenda suadet cotidie crebrius sacrosanta auxilia, quibus divinae gratiae efficiamur compotes et participes. Praeterea praecepta iniungit, quibus christianorum mores nitidius excolantur. Quapropter Concilium non alio spectare dicendum est quam ut hinc ostendat Christi Sponsam omne possidere, quovis nomine significetur, virtutis genus, in factis et verbis et spiritualibus cuiusvis speciei donis (1), hinc ad sanctimoniam Ecclesiae filios incendat, quibus humani generis Redemptor palam edixit: « Estote ergo vos perfecti, ecti, sicut et pater vester caelestis perf ectus est » (2).

Quibus positis facile sequitur, ut in primis christifideles in eo honeste glorientur, se talem habere Matrem, quam omnes admirari operteat, propter incredibilem pulchritudinem eidem divinitus inditam. Eius enim dignitas non gemmis, non margaritis emicat, humano visui conspiciendis, sed fulgore et gratia radiat, quae e Conditoris sui Sanguine et insignibus multorum filiorum virtutibus manant.

Sequitur tum etiam, ut, quicumque christianum profitentur nomen, ii vitae consuetudinem servare enitantur, quae a matris suae superna nobilitate nulla ex parte abhorreat, neque ab eius praeceptis et institutis sit aliena. Siquidern nemo vere affirmare potest se matrem re ipsa diligere, de cuius decore aliquid detrahere moribus suis non vereatur.

 

INVITO PATERNO AI FEDELI

Venerabili Fratelli, diletti figli, Amiamo proseguire il discorso, come a familiare colloquio, nella lingua italiana, per associare più strettamente all'intimo gaudio del Nostro cuore i numerosi fedeli, convenuti in questa Basilica, e quanti altri seguono lo svolgersi del sacro rito attraverso la radio.

Da oggi l'intera famiglia dei credenti contempla tre nuove fulgide stelle nel cielo della santità: S. Pietro Giuliano Eymard, S. Antonio Maria Pucci e S. Francesco Maria da Camporosso. E se tre Famiglie Religiose di antica e nuova tradizione — diciamo: i Sacerdoti del Santissimo Sacramento, i Servi di Maria, i Francescani Cappuccini — hanno motivo di esultare per il particolare titolo di onore, con esse è tutta la Chiesa, che si raccoglie in preghiera presso i novelli Santi per averne primizia di intercessione e di celesti favori.

La figura luminosa di ciascuno meriterebbe immediata illustrazione, che per altro non mancherà in forme molteplici e per la parola e per la penna dei sacri oratori e scrittori. A Noi piace cogliere subito una significativa affinità di insegnamenti e di esempi in questi uomini di Dio, vissuti nel corso di una stessa generazione. Nella loro vicenda terrena, pur nelle diverse attribuzioni della vocazione propria di ciascuno, splendono più fulgide tre note: vita Eucaristica, tenerissima pietà mariana, imitazione del Buon Pastore. Di qua proviene per i fedeli e per l'umanità un messaggio di intensa vibrazione.

 

L'EUCARISTIA FONTE DI OGNI SANTITÀ

1) Vita eucaristica, anzitutto, poichè nella S. Eucaristia è la fonte e il nutrimento di ogni santità. Lo diceva il Nostro Predecessore S. Leone Magno: « La partecipazione del corpo e del sangue di Cristo non ha altro effetto, che quello di farci diventare Colui, che noi riceviamo » (3).

Questa progressiva trasformazione nella vita stessa del Salvatore Divino, oh quanto è visibile nel mirabile sviluppo delle virtù dei Santi oggi canonizzati!

E quali rapporti di particolare intimità con Gesù Eucaristia si scoprono nelle loro ascensioni! Basta il nome di S. Pietro Giuliano Eymard per aprire allo sguardo il fulgore dei trionfi eucaristici, a cui egli volle dedicata, pur in mezzo a prove e difficoltà di ogni genere, la propria vita, che si prolunga nella famiglia, da lui fondata. Il fanciullo quinquenne, trovato sull'altare, reclinante il capo sulla porticina del Tabernacolo, è lo stesso che fonderà a suo tempo la Società dei Sacerdoti del SS. Sacramento e le Ancelle del SS. Sacramento, irradiando in innumerevoli schiere di Sacerdoti Adoratori il suo amore e la sua tenerezza a Cristo, vivente nell'Eucaristia. E il Santo Parroco di Viareggio non aveva immesso un profondo spirito eucaristico nelle associazioni laicali da lui promosse, come tessera di riconoscimento per il cristiano? Questa ansia di apostolato eucaristico nasceva in un cuore preso dall'amore a Gesù vit tima. I testimoni oculari ne hanno lasciato commoventi descrizioni. Identica pietà eucaristica nell'umile frate cercatore Francesco Maria da Camporosso da tutti chiamato, nonostante le sue proteste, « il Padre Santo ». E a giusto titolo, perchè il suo passaggio quaggiù ha rinnovato la fragranza dei fioretti francescani.

La vita eucaristica è l'anima segreta degli impulsi di generosità, che hanno spinto i tre Religiosi sulle vette della santità.

 

PERENNE FIDUCIA NELLA REGINA DEI SANTI

2) Pietà mariana. Accanto a Gesù si trova la Madre sua, Regina sanctorum omnium, suscitatrice di santità nella Chiesa di Dio, e suo primo fiore di grazia. Intimamente associata alla Redenzione nei disegni eterni dell'Altissimo, la Madonna, come ha cantato Severiano di Gabala « è la madre della salvezza, la fonte della luce divenuta visibile » (4). Piace pertanto alla pietà filiale considerarla all'inizio di ogni vita cristiana, accompagnarne con trepida cura l'armonioso sviluppo, coronarne la pienezza con la sua presenza materna.

Non sorprende dunque il trovare Maria Santissima, vicina e tenerissima, nella vita dei tre novelli Confessori : S. Giuliano Eymard la propone a modello degli adoratori, invocandola col titolo di « Nostra Signora del Santissimo Sacramento »; Sant'Antonio Maria Pucci, fedele alle tradizioni del suo Ordine, fa della sede del suo apostolato la città della Madonna Addolorata, affidandole ogni più ardua impresa di sacro ministero; S. Francesco Maria da Camporosso, con filiale ardimento, non teme di inviarle i derelitti e i sofferenti, con le parole: « Andate a nome mio alla Madonna delle Grazie. Ditele che vi manda il suo servo Francesco ».

Oh quale devozione spirano i santi nel loro soprannaturale trasporto di confidenza nella intercessione della Madre di Dio e Madre nostra! Questa delicata pietà mariana ha certo favorito il compiersi del gaudio odierno.

 

FEDELISSIMA IMMAGINE DEL BUON PASTORE

3) Imitazione del Buon Pastore. Uno solo dei novelli Canonizzati ebbe la cura diretta delle anime, riproducendo in terra italiana gli esempi del santo Curato d'Ars; ma tutti e tre riproducono con fedeltà mirabile l'immagine del Buon Pastore. L'aspetto pastorale Ci dà tanta consolazione, al termine della prima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che il Signore ha voluto per un generale ravvivamento di tutte le forme della vita cristiana.

Questa irradiazione pastorale, nella testimonianza dei novelli santi, si può definire formazione di buoni preti, dall'anima fervente di adoratori, le cui schiere si sono moltiplicate in tutto il mondo, e dànno in questi giorni a Roma, nel loro Convegno Internazionale, spettacolo edificante della loro pietà. Questa irradiazione si esprime inoltre col fervore delle missioni al popolo, forma immediata ed efficace di catechesi evangelica, e con altre istituzioni di carattere parrocchiale, che furono l'alba promettente delle organizzazioni di Azione Cattolica. Irradiazione che con parola semplice si chiama apostolato del buon esempio, compiuto con instancabile zelo per seminare nelle anime l'amore di Cristo, e risvegliarvi la coerenza di propositi gravi e solenni. La stessa sollecitudine costante per la carità verso i poveri, quale si legge in particolari commoventi nella vita dei novelli Santi, è forma altissima di imitazione del Buon Pastore, che diffonde il suo influsso soave nelle anime, e gli dà la testimonianza concreta e commovente, come risposta al dilexit nos, et tradidit semetipsum pro no bis (5).

 

IL PERFETTO ADORATORE DEL SS.MO SACRAMENTO

Nous voulons ajouter maintenant un mot pour les pèlerins de langue frainaise, venus assister à la glorification de Saint Pierre-Julien Eymard, prétre, confesseur, fondateur de deux familles religieuses consacrées au culte du Saint-Sacrement.

C'est un Saint qui Nous était familier depuis de longues années déjà, comme Nous l'avons dit tout à l'heure, lorsque la Providence Nous fournit l'heureuse occasion, au temps de Notre service à la Nonciature Apostolique en France, de Nous rendre dans son pays natal, à la Mure d'Isère, près de Grenoble.

Nous avons vu là de Nos yeux le pauvre lit, la modeste cham- bre, où ce fidèle imitateur du Christ rendit sa belle àme à Dieu. Vous pouvez deviner, chers Fils, avec quelle émotion Nous évoquons ce souvenir en ce jour où il Nous est donné de lui décerner les honneurs de la canonisation!

Le corps de Saint Pierre-Julien Eymard est conservé à Paris: le Saint est présent à Rome aussi, en quelque fgon, en la personne de ses fils, les Prétres du Saint Sacrement; et c'est encore un souvenir bien doux à évoquer pour Nous que celui de ces visites que Nous faisions jadis à leur église de Saint Claude-des-Bourguignons, pour Nous unir pendant quelques instants à leurs silencieuses adorations.

A côté d'un Vincent de Paul, d'un Saint Jean Eudes, d'un Curé d'Ars, Pierre-Julien Eymard prend piace aujourd'hui dans la phalange de ces astres resplendissants qui sont la gioire et l'honneur incomparable du Pays qui les a vus naître, mais dont la bienfaisante influence s'exerce bien au-delà: dans l'Eglise tout entière.

Sa note caractéristique, l'idée directrice de toutes ses acti- vités sacerdotales, on peut le dire, ce fut 1'Eucharistie: le culte et l'apostolat eucharistiques. Nous aimons à le souligner ici, en présence des Prétres et des Servantes du Très Saint Sacrement: en présence aussi des membres d'une association qui est chère au coeur du Pape, celle des Prétres Adorateurs, ras- semblés à Rome ce jours-ci et venus nombreux honorer ce grand ami de l'Eucharistie.

Oui, chers Fils, honorez et fétez avec Nous celui qui fut un si parfait adorateur du Saint Sacrement; et à son exemple, placez toujours au centre de vos pensées, de vos affections, des  entreprises de votre zèle, cette source incomparable de toute gràce: le Mysterium fidei, qui cache sous ses voiles l'Auteur méme de la gràce, Jésus, le Verbe incarné.

 

DONI COPIOSI DI CELESTE PACE

Venerabili Fratelli e diletti figli, Sono queste le elevazioni ispirate dalla triplice glorifica zione odierna. Il cuore si riempie di commossa esultanza, e sale al labbro la lode e il ringraziamento al Signore, che ha irradiato nuovo splendore sul volto della sua Chiesa, nell'anno del Concilio Ecumenico. O Santi novelli confessori, Pietro Giuliano Eymard, Antonio Maria Pucci, Francesco Maria da Camporosso, circondate questo altare della Confessione di S. Pietro, mentre prosegue il rito Eucaristico; e con la vostra intercessione custodite nei nostri cuori lo straordinario fervore di quest'ora storica, ottenendo all'umanità i doni copiosi della celeste pace, che in Gesù Cristo ha il suo fondamento, la sua legislazione, la sua sicurezza, doni di pace che sono il gaudio della Chiesa, il conforto dei sacri Pastori, l'onore del clero e del popolo santo di Dio. Amen. Amen.

 

(1) Cfr. S. Cyril. Hier. Cathecheses, Migne P. G. 33 col. 1044.

(2) Matth. 5, 48.

(3) Serm. LXIII, cap. VII; Migne P. L. 54, 357.

(4) De mundi creatione, orat. VI; Migne P. G. 56, 498.

(5) Cfr. Gal. 2, 20