Juan Torres Torres e 19 Compagni
(† 1936)
- 6 novembre
Sacerdoti diocesani; la convinzione che i venti sacerdoti di Ibiza e Formentera fossero morti come martiri fu una certezza immediata che nacque nel cuore della comunità nello stesso istante della loro morte. Fin dal primo giorno, il popolo li definì “martiri” nel senso cristiano più stretto del termine
È stato riconosciuto il martirio di venti sacerdoti diocesani delle isole spagnole di Ibiza e Formentera (erano quasi la metà del clero locale dell'epoca, 53 sacerdoti), uomini dediti alla cura delle anime, professori di seminario e parroci, stimati dalla popolazione.
I loro nomi sono:
- Juan Torres Torres
- Antonio Tur Costa
- Antonio Roig Guasch
- José Tur Bennassar
- Miguel Planells Tur
- José Ramón Escandell
- Joaquín Cirer Sala
- José Riera Bonet
- Antonio Cardona Vingut
- José Torres Torres
- Mariano Roig Marí
- José Ferrer Guasch
- Antonio Marí Torres
- Ignacio Serra Riera
- Antonio Ramón Orvay
- Mariano Escandell Roig
- Miguel Riera Bonet
- Andrés Tur Tur
- José Tur Ferrer
- José Serra Ribas.
Nel contesto della violenta persecuzione religiosa che caratterizzò la Spagna nella prima metà del secolo XX, nell’estate del 1936 le isole di Ibiza e Formentera caddero sotto il controllo delle forze repubblicane, dando inizio a un periodo di trentasette giorni caratterizzato da una violenta ondata rivoluzionaria che mirò all'eradicazione totale dell'identità cattolica delle isole: ogni forma di culto fu proibita, i sacramenti vennero messi al bando e le chiese subirono saccheggi e roghi sistematici di arredi e immagini sacre. Questo epilogo culminò nel massacro che coinvolse i questi martiri.
-Juan Torres Torres, capofila della Causa è anche il più giovane del gruppo. Descritto come molto affettuoso, umile, premuroso e rispettoso verso i genitori. Fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1936, appena due mesi prima della morte. Nominato Rettore di una parrocchia nell'isola di Formentera, evitava ogni questione politica e non apparteneva a nessuno dei gruppi contrapposti. Morì unicamente per essere “il prete del paese”. Nel momento in cui gli fu comunicata la condanna a morte, Juan esclamò: "Viva Cristo Re!". Questo grido era il simbolo della resistenza cristiana contro l'ateismo militante dei persecutori. Fu ucciso il 7 agosto 1936.
-Antonio Tur Costa, sacerdote della diocesi di Ibiza, incaricato come Rettore della parrocchia di San Carlos. Fu catturato e ucciso insieme al padre e uno dei suoi fratelli. Uomo di profonda pietà, dedito interamente alla sua missione pastorale nella parrocchia di San Carlos. Fu ucciso il 7 agosto 1936, subendo un trattamento particolarmente crudele. Fu sfigurato prima ancora di essere fucilato. Gli fu offerta la possibilità di salvarsi la vita se avesse rinnegato la fede o bestemmiato, ma egli rifiutò categoricamente, accettando la morte insieme ai suoi familiari. Oggi i suoi resti riposano nella Cattedrale di Ibiza insieme a quelli degli altri compagni martiri.
-Antonio Roig Guasch, nato a Santa Eulalia il 16 dicembre 1896. Ordinato sacerdote il 18 dicembre 1920; coadiutore a Santa Eulalia, vicario a San Vicente ed economo a Nuestra Señora del Pilar, prima di approdare al suo ultimo incarico come parroco economo di San Francisco Javier a Formentera nel dicembre 1935. Dopo meno di un anno, tra il 7 e il 9 agosto 1936, fu catturato e rinchiuso in una prigione improvvisata, dove subì gravi torture. Trasferito a Ibiza, fu scortato tra gli insulti della folla verso il Castello; giunti in località Sa Carrossa, temendo una sua possibile liberazione da parte del tribunale rivoluzionario, tentarono invano di costringerlo a bestemmiare e, di fronte al suo fermo rifiuto, lo giustiziarono sul posto a colpi di arma da fuoco.
Altri sacerdoti furono arrestati tra l'agosto e il settembre del 1936. Il 9 agosto furono catturati Antonio Cardona Vingut, Antonio Marí Torres e José Ferrer Guasch nei loro domicili o parrocchie. Il 10 agosto seguirono Miguel Riera Bonet, José Ramón Escandell, José Riera Bonet e José Torres Torres. Nei giorni successivi furono arrestati Antonio Ramón Orvay (11 agosto), Andrés Tur Tur (12 agosto), Mariano Roig Marí e Joaquín Cirer Sala (14 agosto). Il 15 agosto fu la volta di José Tur Bennasar di 77 anni trasferito al Castello la notte del 13 settembre.
Le catture proseguirono con Ignacio Serra Riera (17 agosto), Mariano Escandell Roig (18 agosto) e José Serra Ribas (23 agosto). José Tur Ferrer, decise di presentarsi al comando militare nel tentativo di salvarsi la vita, venendo però immediatamente incarcerato. Infine, l'11 settembre fu arrestato il settantenne Miguel Planells Tur. Tutti questi sacerdoti furono rinchiusi nel Castello di Ibiza insieme ad altri quattro sacerdoti, che si salvarono miracolosamente, e a vari collaboratori laici come il sagrestano, il campanaro e i custodi della Cattedrale.
Il 13 settembre, a causa di un bombardamento che causò circa 20 morti, numerosi feriti e gravi distruzioni, fu deciso di giustiziare tutti i prigionieri trasferendo forzatamente ogni detenuto verso il Castello di Ibiza, compresi i malati trasportati in barella dagli ospedali.
Compiuto il massacro, i corpi rimasero insepolti all'interno del Castello. I resti furono poi trasferiti al vecchio cimitero cittadino dove furono ufficialmente identificati. Non fu possibile identificare il corpo di Mariano Escandell Roig a causa delle condizioni dei resti. Il 29 ottobre 1940, i resti delle vittime furono solennemente traslati dal cimitero municipale alla Cattedrale di Ibiza, dove riposano tuttora.
L’unico motivo per cui sono stati uccisi era la loro condizione di sacerdoti. Le testimonianze concordano nel negare qualsiasi altra motivazione.
Tutti loro si dedicarono esclusivamente al ministero pastorale, consapevoli della persecuzione religiosa in atto e dei rischi che correvano in quanto sacerdoti. Hanno acconsentito volontariamente alla morte dopo aver perseverato nella fede fino al momento stesso dell'omicidio.
La convinzione che i venti sacerdoti di Ibiza e Formentera fossero morti come martiri fu una certezza immediata che nacque nel cuore della comunità nello stesso istante della loro morte. Fin dal primo giorno, il popolo li definì “martiri” nel senso cristiano più stretto del termine.
Nonostante la loro memoria martiriale fosse ancora viva all'interno della Chiesa locale, il processo di beatificazione rimase fermo per decenni per evitare qualsiasi strumentalizzazione dal contesto politico. Ma il motivo più umano e profondo del ritardo della Causa era la volontà di riconciliazione sociale. In un territorio piccolo come quello di queste isole, dove tutti si conoscevano, si cercò di pacificare la società attraverso il perdono e l'oblio deliberato delle offese per evitare qualsiasi vendetta o risentimento in una comunità dove vittime e carnefici convivevano a stretto contatto. Questo periodo di prudenza terminò nel novembre 2008, quando si firmò il decreto per aprire la Causa. Fu nominata una Commissione Storica, che per anni ha cercato documenti e raccolto testimonianze.
Come agnelli in mezzo a lupi
Omelia nella beatificazione di Juan Torres Torres e 19 Compagni, sacerdoti martiri di Ibiza e Formentera
Nella pagina del santo Vangelo appena proclamata, Gesù associa i suoi discepoli alla sua stessa sorte, inviandoli come agnelli in mezzo ai lupi. Prima delle parole che abbiamo ascoltato, infatti, egli aveva detto loro: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi» (Mt 10,16). Commentando il passo sant’Agostino faceva sottilmente osservare che l’immagine non parla di un lupo che si lancia in mezzo a un gregge di pecore, bensì del contrario: ossia di un piccolo gregge che è inviato fra lupi e questo svela la sua intenzione, che non è quella di scoraggiare, ma di incoraggiare ad andarci senza paura «poiché Colui che le mandava non le abbandonava. Perché, infatti, avrebbero dovuto temere di andare fra i lupi coloro con cui c’era l’Agnello che ha vinto il lupo?» (Sermo 64/A, 1: PLS 2, 464). Lo scopo delle parole di Gesù, dunque, non è quello di scoraggiare, ma di rassicurare i discepoli sulla sua presenza e sulla sua vicinanza. Egli è il Maestro che non nasconde ai suoi discepoli le difficoltà della missione a loro affidata, ma anche come un fratello che ci rimane vicino, ci stringe la mano, ci rianima, ci dà forza. È, fratelli e sorelle carissimi, il contesto nel quale dobbiamo collocare, per comprenderle bene, tutte le sue parole che abbiamo ascoltato nella proclamazione del testo evangelico.
Abbiamo udito di persecuzioni, di tradimenti e dell’odio che i discepoli potranno incontrare a causa del nome di Gesù. La fedeltà a lui, infatti, non ci mette al riparo dalle prove della storia; può esporci, al contrario, alla contraddizione e persino alla violenza ed è quanto accadde ai vostri martiri, che oggi la Chiesa colloca agli onori degli altari e propone come modello di vita cristiana. La loro vicenda ci riporta a una delle verità più esigenti della fede cristiana: seguire Cristo significa essere pronti a testimoniarlo anche quando questo comporta un prezzo elevato.
Il gruppo dei martiri oggi beatificati è numeroso e la loro vicenda terrena è stata rievocata all’inizio di questo rito. Ricorderò soltanto il capofila del gruppo, il sacerdote Juan Torres Torres. Aveva ventiquattro anni ed era stato ordinato da appena due mesi quando fu ucciso; il suo corpo venne gettato in mare. La sua vicenda ci colpisce per la brevità di un ministero appena iniziato e bruscamente interrotto, ma ci ricorda anche che la fecondità di una vocazione non si misura dalla sua durata, bensì dalla fedeltà con cui viene vissuta e dall’offerta di sé a Cristo. Anche altri sacerdoti furono uccisi in quei giorni tragici, alcuni dopo essere stati condotti nel castello di Ibiza, dove condivisero la sorte dei loro compagni.
Di fronte alle vicende di questi martiri risuonano con particolare forza le parole di Gesù: «Sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza» (v. 18). La parola martire significa appunto testimone. Il martire non è colui che cerca la morte, ma colui che non rinnega Cristo neppure quando la fedeltà al Vangelo lo espone alla morte. Non è la violenza subìta a rendere grande la sua testimonianza, ma l’amore al quale rimane fedele. Il martirio non celebra la morte: proclama che la vita appartiene a Cristo e che la morte non ha l’ultima parola.
Donde viene la forza per una simile fedeltà? La risposta ce la offre lo stesso Gesù: «Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (v. 20). La perseveranza dei martiri non va intesa come un eroismo puramente umano. È anzitutto frutto della grazia, della presenza dello Spirito che sostiene la fragilità e rende possibile il rimanere fedeli nella prova. Non esaltiamo, dunque, l’eroismo di persone eccezionalmente forti, ma la fedeltà di chi rimane nell’amore e non lascia che l’odio degli altri diventi il proprio odio.
Il martire è uno che come san Paolo dice: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rom 8,35-37). Origene, antico maestro cristiano, traduceva così: «Se soffro la persecuzione e confesso il mio Cristo davanti agli uomini, sono sicuro che anch’egli mi confesserà davanti al Padre suo. Se si presenta la fame, non può turbarmi perché possiedo il pane della vita che scende dal cielo e ristora le anime affamate; la nudità non mi farà arrossire perché sono stato rivestito dal Signore Gesù Cristo; una spada terrena non può farmi paura perché ho con me una spada più forte che è la Parola di Dio. Finché rimango attaccato all’amore di Colui che mi ha amato non sentirò il dolore, perché la carità con la quale egli mi ha amato è ancora più efficace» (cf. In epist. ad Rom. VII, 11: PG 14, 1131-1132). Sono parole che ci aiutano a comprendere come la fedeltà dei martiri non nasca dalla pretesa di essere invincibili, ma dalla certezza di essere amati da Cristo.
La memoria dei martiri di Ibiza, infatti, ci interroga anche sul nostro presente e la domanda che la loro testimonianza ci rivolge è attuale: quanto conta Cristo nella nostra vita? Fino a che punto il Vangelo orienta le nostre scelte, i nostri rapporti, il modo in cui affrontiamo le difficoltà? Non siamo normalmente messi davanti alla scelta drammatica che toccò a quei martiri. Eppure anche la nostra fedeltà si misura nelle situazioni concrete di ogni giorno: quando perdonare sembra più difficile che coltivare il risentimento, quando difendere una persona fragile può esporci all’incomprensione, quando siamo tentati di tacere per convenienza o di adeguarci a ciò che tutti fanno. È qui che la testimonianza dei martiri di Ibiza ci interpella. Non perché ogni difficoltà possa essere paragonata al martirio, ma perché la fedeltà che sostiene nelle prove estreme si prepara e si alimenta nelle scelte quotidiane.
Celebrando, allora, i beati martiri di Ibiza, non chiediamo di essere risparmiati da ogni difficoltà, ma di non smarrire Cristo nelle difficoltà; non chiediamo di non conoscere la paura, ma di non lasciarci governare da essa; non chiediamo una vita senza contraddizioni, ma la grazia di rimanere fedeli nell’amore. Il Signore Gesù ci conceda, per intercessione dei beati martiri di Ibiza, di essergli fedeli nelle scelte di ogni giorno. Amen.
Ibiza, Cattedrale di Santa Maria, 17 ottobre 2026
Marcello Card. Semeraro
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Como corderos en medio de lobos
Homilía en la beatificación de Juan Torres Torres y 19 compañeros, sacerdotes mártires de Ibiza y Formentera
En el pasaje del Santo Evangelio que acabamos de escuchar, Jesús asocia a sus discípulos a su propio destino, enviándolos como corderos en medio de lobos. De hecho, antes de las palabras que acabamos de escuchar, les había dicho: «Id: he aquí que os envío como corderos en medio de lobos» (Mt 10,16). Al comentar este pasaje, san Agustín señalaba con sutileza que la imagen no habla de un lobo que se lanza en medio de un rebaño de ovejas, sino todo lo contrario: es decir, de un pequeño rebaño que es enviado entre lobos, y esto revela su intención, que no es la de desanimar, sino la de animar a ir sin miedo, «pues Aquel que los enviaba no los abandonaba. «¿Por qué, en efecto, iban a temer ir entre los lobos aquellos con quienes estaba el Cordero que venció al lobo?» (Sermo 64/A, 1: PLS 2, 464). El propósito de las palabras de Jesús, por tanto, no es desanimar, sino tranquilizar a los discípulos respecto a su presencia y su cercanía. Él es el Maestro que no oculta a sus discípulos las dificultades de la misión que se les ha confiado, pero también es como un hermano que permanece cerca de nosotros, nos da la mano, nos anima y nos da fuerzas. Este es, queridos hermanos y hermanas, el contexto en el que debemos situar, para comprenderlas bien, todas sus palabras que hemos escuchado en la proclamación del texto evangélico.
Hemos oído hablar de persecuciones, de traiciones y del odio con que los discípulos podrán encontrarse a causa del nombre de Jesús. La fidelidad a Él, de hecho, no nos protege de las pruebas de la historia; al contrario, puede exponernos a la contradicción e incluso a la violencia, y eso es lo que les sucedió a vuestros mártires, a quienes hoy la Iglesia eleva a los honores de los altares y propone como modelo de vida cristiana. Su historia nos remite a una de las verdades más exigentes de la fe cristiana: seguir a Cristo significa estar dispuestos a dar testimonio de Él incluso cuando ello implique un alto precio.
El grupo de mártires hoy beatificados es numeroso y su historia terrenal se ha recordado al comienzo de esta ceremonia. Solo recordaré al líder del grupo, el sacerdote Juan Torres Torres. Tenía veinticuatro años y llevaba apenas dos meses ordenado cuando fue asesinado; su cuerpo fue arrojado al mar. Su historia nos conmueve por la brevedad de un ministerio que acababa de comenzar y que se vio bruscamente interrumpido, pero también nos recuerda que la fecundidad de una vocación no se mide por su duración, sino por la fidelidad con la que se vive y por la entrega de sí mismo a Cristo. También otros sacerdotes fueron asesinados en aquellos días trágicos, algunos tras ser conducidos al castillo de Ibiza, donde compartieron el destino de sus compañeros.
Ante la historia de estos mártires resuenan con especial fuerza las palabras de Jesús: «Seréis llevados ante gobernadores y reyes por mi causa, para dar testimonio» (v. 18). La palabra «mártir» significa precisamente «testigo». El mártir no es aquel que busca la muerte, sino aquel que no reniega de Cristo ni siquiera cuando la fidelidad al Evangelio lo expone a la muerte. No es la violencia sufrida lo que hace grande su testimonio, sino el amor al que permanece fiel. El martirio no celebra la muerte: proclama que la vida pertenece a Cristo y que la muerte no tiene la última palabra.
¿De dónde viene la fuerza para una fidelidad semejante? La respuesta nos la ofrece el mismo Jesús: «No sois vosotros los que habláis, sino que es el Espíritu de vuestro Padre el que habla en vosotros» (v. 20). La perseverancia de los mártires no debe entenderse como un heroísmo puramente humano. Es, ante todo, fruto de la gracia, de la presencia del Espíritu que sostiene la fragilidad y hace posible permanecer fieles en la prueba. No exaltemos, pues, el heroísmo de personas excepcionalmente fuertes, sino la fidelidad de quien permanece en el amor y no deja que el odio de los demás se convierta en su propio odio.
El mártir es aquel que, como dice san Pablo: «¿Quién nos separará del amor de Cristo? ¿Acaso la tribulación, la angustia, la persecución, el hambre, la desnudez, el peligro, la espada? … En todas estas cosas somos más que vencedores gracias a aquel que nos ha amado» (Rom 8,35-37). Orígenes, antiguo maestro cristiano, lo traducía así: «Si sufro persecución y confieso a mi Cristo ante los hombres, estoy seguro de que también él me confesará ante su Padre. Si me asalta el hambre, no puede perturbarme porque poseo el pan de vida que desciende del cielo y sacia las almas hambrientas; la desnudez no me hará sonrojarme, pues he sido revestido por el Señor Jesucristo; una espada terrenal no puede asustarme, pues tengo conmigo una espada más fuerte, que es la Palabra de Dios. Mientras permanezca unido al amor de Aquel que me ha amado, no sentiré dolor, pues la caridad con la que él me ha amado es aún más eficaz» (cf. In epist. ad Rom. VII, 11: PG 14, 1131-1132). Son palabras que nos ayudan a comprender cómo la fidelidad de los mártires no nace de la pretensión de ser invencibles, sino de la certeza de ser amados por Cristo.
La memoria de los mártires de Ibiza, de hecho, nos interroga también sobre nuestro presente, y la pregunta que nos plantea su testimonio sigue siendo de actualidad: ¿qué importancia tiene Cristo en nuestra vida? ¿Hasta qué punto el Evangelio orienta nuestras decisiones, nuestras relaciones y la forma en que afrontamos las dificultades? Normalmente no nos vemos ante la elección dramática a la que se enfrentaron aquellos mártires. Sin embargo, también nuestra fidelidad se mide en las situaciones concretas del día a día: cuando perdonar parece más difícil que alimentar el resentimiento, cuando defender a una persona vulnerable puede exponernos a la incomprensión, cuando nos sentimos tentados a callar por conveniencia o a adaptarnos a lo que hacen todos. Es aquí donde nos interpela el testimonio de los mártires de Ibiza. No porque cada dificultad pueda compararse con el martirio, sino porque la fidelidad que nos sostiene en las pruebas extremas se prepara y se alimenta en las decisiones cotidianas.
Al celebrar, pues, a los beatos mártires de Ibiza, no pedimos que se nos libre de toda dificultad, sino que no perdamos de vista a Cristo en las dificultades; no pedimos no conocer el miedo, sino no dejarnos dominar por él; no pedimos una vida sin contradicciones, sino la gracia de permanecer fieles en el amor. Que el Señor Jesús nos conceda, por intercesión de los beatos mártires de Ibiza, serle fieles en las decisiones de cada día. Amén.
Ibiza, Catedral de Santa María, 17 de octubre de 2026
DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM
EBUSITANA
Beatificationis seu Declarationis Martyrii
Servorum Dei
IOANNIS TORRES TORRES
et
XIX Sociorum
Sacerdotum Dioecesanorum
(† 1936)
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DECRETUM SUPER MARTYRIO
«Et ipsi vicerunt illum propter sanguinem Agni et propter verbum testimonii sui; et non dilexerunt animam suam usque ad mortem» (Ap. 12,11).
I Servi di Dio Juan Torres Torres e XIX Compagni, sacerdoti diocesani, con la loro morte, furono testimoni di ciò che proclama l’Apocalisse.
Tutti i Servi di Dio erano uomini dediti alla cura delle anime, professori di seminario e parroci, stimati dalla popolazione. Dei venti sacerdoti, diciassette vennero uccisi il 13 settembre 1936 nel Castello di Ibiza, dove erano stati fatti prigionieri tra l'agosto e il settembre del 1936.
Il Servo di Dio Juan Torres Torres venne catturato nella sua parrocchia di Nuestra Señora del Pilar sull’isola di Formentera, appena 44 giorni dopo aver ricevuto l’ordinazione presbiterale. Portato al porto della Savina (Formentera), fu fucilato il 7 agosto 1936 e il suo corpo venne poi gettano in mare.
Il Servo di Dio Antonio Tur Costa fu arrestato nella casa parrocchiale di San Carlos insieme a suo padre, ed entrambi vennero fucilati sul posto il 7 agosto 1936.
Il Servo di Dio Antonio Roig Guasch fu arrestato nella sua parrocchia di San Francisco Javier, sull’isola di Formentera, torturato e trasferito al Castello di Ibiza. Salendo a Dalt Vila e passando per il Portale de ses Taules, una volta arrivato a Sa Carrossa, fu sottoposto a torture nel tentativo di costringerlo a bestemmiare e, di fronte al suo rifiuto, fu immediatamente ucciso il 10 agosto 1936.
I venti Servi di Dio sono i seguenti:
1. Juan Torres Torres (Ibiza, 20 aprile 1912 – Formentera, 7 agosto 1936), Economo di Nuestra Señora del Pilar de Formentera;
2. Antonio Tur Costa (Santa Eulària des Riu, 30 ottobre 1903 – Sant Carles de Peralta, 8 agosto 1936), Economo di San Carlos;
3. Antonio Roig Guasch (Santa Eulària des Riu, 16 dicembre 1896 – Ibiza 10 agosto 1936), Economo di San Francisco Javier de Formentera;
4. José Tur Bennassar (Ibiza 16 de luglio 1859 – Ibiza 13 settembre 1936), Canonico onorario della S.I. Cattedrale di Ibiza;
5. Miguel Planells Tur (Ibiza 11 marzo 1866 – Ibiza 13 settembre 1936), Canonico della S.I. Cattedrale di Ibiza;
6. José Ramón Escandell (Ibiza 18 marzo 1871 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco di San Raffaele;
7. Joaquín Cirer Sala (Ibiza 18 settembre 1875 – Ibiza 13 settembre 1936), Coadiutore della Parrocchia del Salvador de la Marina;
8. José Riera Bonet (Sant Miquel de Balansat 13 gennaio 1877 – Ibiza 13 settembre 1936), Coadiutore della Parrocchia del Salvador de la Marina;
9. Antonio Cardona Vingut (Sant Antoni de Portmany 20 novembre 1876 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco di Santa Gertrudis;
10. José Torres Torres (Sant Joan de Labritja 6 dicembre 1881 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco di San Francisco de Paula;
11. Mariano Roig Marí (Sant Llorenç de Balafia 8 ottobre 1885 – Ibiza 13 settembre 1936), Coadiutore ad interim della Parrocchia di San Antonio Abad;
12. José Ferrer Guasch (Sant Joan de Labritja 20 aprile 1887 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco del Salvador de la Marina;
13. Antonio Marí Torres (Sant Joan de Labritja 9 maggio 1890 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco di San Fernando de Formentera e Sagrestano Maggiore della S.I. Cattedrale di Ibiza;
14. Ignacio Serra Riera (Ibiza 31 luglio 1896 – Ibiza 13 settembre 1936), Parroco di San Juan Bautista;
15. Antonio Ramón Orvay (Sant Jordi de ses Salines 14 febbraio 1896 – Ibiza 13 settembre 1936), Economo della Parrocchia di San Jorge;
16. Mariano Escandell Roig (Sant Miquel de Balansat 2 dicembre 1894 – Ibiza 13 settembre 1936), Beneficiato della S.I. Cattedrale di Ibiza;
17. Miguel Riera Bonet (Santa Agnès de Corona 29 ottobre 1903 – Ibiza 13 settembre 1936), Coadiutore della Parrocchia del Salvador de la Marina;
18. Andrés Tur Tur (Jesús 30 novembre 1905 – Ibiza 13 settembre 1936), Coadiutore della Parrocchia di Santa Eulalia;
19. José Tur Ferrer (Sant Jordi de ses Salines 21 novembre 1909 – Ibiza 13 settembre 1936), Economo della Parrocchia di San Mateo;
20. José Serrá Ribas (Sant Jordi de ses Salines 7 luglio 1911 – Ibiza 13 settembre 1936), Economo della Parrocchia di San Vicente Ferrer.
Il martirio dei Servi di Dio si colloca nel contesto della persecuzione religiosa in Spagna degli anni 1931-1939, che vide la Chiesa bagnata dal sangue di molti suoi figli e figlie. La morte, sia quando si profilava ancora come una possibilità, sia quando era ormai imminente, fu accolta dai Servi di Dio con coraggio nell’esercizio di un’oblazione caritativa in Cristo, usque ad effusionem sanguinis.
La memoria del loro martirio è stata custodita ininterrottamente dalla Chiesa, in particolare nella Diocesi di Ibiza e nei territori limitrofi. Per questo, fin dal momento della loro morte e ancora oggi, tra i fedeli e la gente del popolo, è viva la loro testimonianza martiriale.
La Causa venne promossa dalla Diocesi di Ibiza. L’Inchiesta diocesana fu istruita presso la Curia ecclesiastica di Ibiza, dal 2 dicembre 2008 al 12 giugno 2015. Presso la medesima Diocesi fu celebrata un’Inchiesta suppletiva, dal 4 agosto al 2 ottobre 2016.
Il Dicastero delle Cause dei Santi riconobbe la validità giuridica delle Inchieste il 27 gennaio 2017. Preparata la Positio, essa fu sottoposta all’esame dei Consultori Storici, nella seduta del 28 gennaio 2025, e a quello del Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, il 15 gennaio 2026, in entrambi con esito favorevole.
Il 16 giugno 2026 i Padri Cardinali e Vescovi del Dicastero, riuniti nella Sessione Ordinaria, hanno riconosciuto che i Servi di Dio furono uccisi per la loro fede in Cristo e per la loro carità verso i fratelli nella prova.
Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutte queste cose al Sommo Pontefice Leone XIV. Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Constano il martirio e la causa che ha determinato il martirio dei Servi di Dio Juan Torres Torres e XIX Compagni, nel caso e per il fine di cui si tratta.
Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente Decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.
Dato a Roma, 18 giugno 2026
Marcello Card. Semeraro
Prefetto
+ Fabio Fabene
Arciv. tit. di Montefiascone
Segretario