Giuseppe Castagnetti
(1909 - 1965)
Fedele laico e Padre di famiglia;
Il Venerabile Servo di Dio Giuseppe Castagnetti nacque il 15 marzo 1909, quartultimo di almeno 13 figli, nella borgata di Ringola, presso Montebaranzone, frazione del Comune di Prignano sulla Secchia. Il padre lavorava nel locale caseificio, in cui più tardi venne impiegato lo stesso Giuseppe. La sua era una famiglia di solida tradizione cristiana e pertanto avvenne in famiglia la sua prima formazione religiosa. È probabile che abbia frequentato le scuole elementari nella frazione di Pigneto, dove la famiglia si era trasferita; quel che è certo è che i suoi studi si fermarono alla licenza elementare.
La zona appenninica era di fatto isolata, povera di strade e talvolta, nel periodo della neve, del tutto irraggiungibile. Rispetto alla città e alla pianura, che andava progressivamente industrializzandosi, viveva di un’economia arretrata, con conseguente spopolamento: molti, proprio negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Giuseppe, emigrarono dapprima verso le Americhe, poi scendendo nella Bassa. Il clima politico e sociale era rovente. Oltre tutto, in vista delle elezioni politiche del 1948 si mise in atto un vero e proprio progetto di scristianizzare la montagna, con la diffusione di ideologie politiche e azioni concrete in dichiarata opposizione ai valori della fede cristiana. In questo contesto Giuseppe crebbe e si formò all’interno dell’Azione Cattolica, cui aderì nel 1935, godendo sempre di una particolare stima da parte dei parroci della parrocchia di Montebaranzone. Fin dall’età di 20 anni circa strinse un rapporto personale con San Pio da Pietrelcina, di cui si ritenne sempre figlio spirituale. Pare si debba a questo il suo ingresso nel Terz’Ordine di San Francesco.
Nel 1928 subentrò al fratello Adolfo nella conduzione di un caseificio in località Sterpatelli. Il lavoro lo impegnava moltissimo e tuttavia riservava un adeguato tempo alla vita spirituale. L’11 febbraio 1939 nella chiesa parrocchiale di Montebaranzone sposò Giovannina Seghedoni, con la quale fra il 1940 e il 1958 ebbe 12 figli (2 morirono infanti). Non partecipò direttamente alle vicende belliche del secondo conflitto mondiale: richiamato alle armi per due brevi periodi fra il 1940-41, fu poi definitivamente congedato in quanto unico sostegno economico per la sua famiglia. Rimanendo lontano dalla lotta armata, nel dopoguerra poté assistere agli eccessi di quella che in Emilia Romagna specialmente assunse i contorni di una guerra civile, con pesanti strappi e rancori fra la popolazione.
Nel frattempo, poté acquistare la parte dei comproprietari e diventò il proprietario unico del caseificio degli Sterpatelli, cui era annesso l’allevamento dei maiali per l’estinzione dei rifiuti della produzione casearia. Pochi anni dopo il matrimonio, la moglie Giovanna, buona d’animo, generosa, si rivelò però incapace di governare la casa e di educare i figli. A questo si aggiungeva una patologia psichiatrica, che si manifestò sempre di più anche come una forma morbosa di gelosia nei confronti del marito, che di continuo accusava di avere altre donne. Ad un certo punto fu necessario anche ricoverarla in una clinica specializzata, dalla quale lo stesso Giuseppe, conoscendo i metodi di cura in uso negli ultimi decenni prima della legge Basaglia, si assunse la responsabilità della dimissione. Amò e rispettò la moglie per tutta la vita. Si assunse il compito di educazione moralmente e cristianamente i figli, provvedendo anche alle loro necessità concrete. Anche al fine di alleggerire le fatiche alla moglie, che rimaneva così con 3-4 figli a casa, man mano che compivano 6 anni li metteva in collegio.
Alla fine della guerra, il Comitato di Liberazione Nazionale di Modena volle al più presto ripristinare le istituzioni democratiche, assunse le funzioni di governo civile e coordinò le amministrazioni comunali. Nella seduta dell’11 dicembre 1944 fu nominato sindaco di Prignano sulla Secchia il Prof. Igino Macchioni il quale, dopo la liberazione, si dimise e tornò alla sua professione di docente all’Università di Pisa. Su designazione dello stesso Macchioni, la Giunta elesse Castagnetti a subentrargli. È stato scritto al riguardo:
Quel modesto uomo senza cultura, ma ricco di tanto buon senso, onestà, sensibilità, capacità intellettiva, si mise a capo di questo povero Comune di montagna e in poco tempo lo trasformò, tanto da essere additato a esempio da tutti gli altri Comuni che ce lo invidiavano.
Con le elezioni amministrative del 31 marzo 1946 Castagnetti fu confermato sindaco. Aveva aderito alla Democrazia Cristiana, il partito esplicitamente indicato dalla Gerarchia ecclesiastica come espressione del cattolicesimo italiano. Si curò della cosa pubblica secondo i valori morali della società tradizionale, promossi dall’Azione Cattolica.
La situazione del Comune, all’indomani della guerra, era disastrosa e occorreva partire al più presto con la ricostruzione. Egli si dedicò in primis alla cura delle fasce più deboli, utilizzando e potenziando l’attività dell’Ente Comunale di Assistenza, nonché la distribuzione di generi alimentari da parte del comitato UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration). Si diede da fare per la ricostruzione delle strade comunali, i collegamenti idrici, elettrici e telefonici, il rifacimento della rete fognaria, il piano di edilizia popolare, l’edilizia scolastica, la cura del verde pubblico. Fece aprire un consultorio pediatrico e un ambulatorio nel quale i lavoratori più bisognosi potessero usufruire di visite mediche gratuite.
Il 24 giugno 1951, scaduto il primo quinquennio, venne riconfermato sindaco. Per i meriti acquisiti nella ricostruzione, il 2 giugno 1954 fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. La presenza di esponenti della Democrazia Cristiana più orientati verso sinistra, nonché un più aspra opposizione del Partito Comunista, iniziavano a far sentire maggiormente il loro peso. Ciononostante, nel giugno 1956 Castagnetti ottenne la vittoria elettorale e fu nuovamente riconfermato.
L’anima però della Democrazia Cristiana stava profondamente cambiando, lo spostamento a sinistra diventava vieppiù maggioritario. Erano i prodromi di quello che, negli anni 70, sarebbe stato il compromesso storico. La fisionomia primitiva del partito cattolico, che Castagnetti aveva interamente fatto propria, andava dunque mutando. Il profilo del sindaco come lo aveva inteso lui, cioè come un buon padre di famiglia per la sua gente, aveva fatto il suo tempo: ora ci voleva il politico di professione, capace di offrire di sé una certa immagine, abile oratore, acculturato, accorto nell’interloquire con gli organi di partito. Egli era troppo legato alla Democrazia Cristiana moderata, alieno a qualsiasi forma di compromesso, incapace di adeguarsi al nuovo corso, verso cui per altro le autorità ecclesiastiche guardavano con sospetto. Anche gli uffici provinciali del partito presero a noia Castagnetti, dal momento che sovente, per ottenere più celermente gli aiuti di cui il Comune aveva bisogno, aveva imparato a rivolgersi direttamente a Roma, bypassando la mediazione delle circoscrizioni locali. Castagnetti venne presentato dal partito come possibile candidato al parlamento, ma nelle consultazioni dell’8-9 marzo 1958 non ebbe il numero necessario di voti per entrare nel numero degli eletti.
La situazione lo portò così ad annunciare informalmente la sua intenzione di dimettersi prima della conclusione naturale del mandato, non appena avesse trovato una soluzione che gli garantisse, una volta decaduto da sindaco, un’entrata economica adeguata al mantenimento della sua numerosa famiglia. Poiché tuttavia la situazione andava aggravandosi, onde scongiurare una dannosa instabilità istituzionale, decise di ufficializzare il suo proposito anche senza un’alternativa lavorativa ed economica. Nel consiglio comunale del 4 giugno 1959 «sopravvenuti impegni personali e di lavoro» risultarono essere la motivazione ufficiale delle sue dimissioni, che vennero accettate seduta stante. Rimase consigliere comunale e nella stessa carica fu riconfermato alle successive elezioni fino alla morte, ma faceva parte di un gruppetto di minoranza tale da non entrare mai in Giunta e da non riuscire mai a influenzare in alcun modo l’indirizzo operativo delle nuove amministrazioni comunali.
Con la pensione che avrebbe percepito dopo la conclusione naturale del mandato da sindaco, avrebbe potuto garantirsi una certa stabilità economica per il futuro. Nei suoi programmi ci sarebbe stato di riprendere in mano la gestione del caseificio, per il quale aveva anche fatto alcuni investimenti, acquistando terreni che poi fu costretto a rivendere. D’altro canto è noto che spesso aveva anticipato di tasca propria la spesa per opere pubbliche del Comune, senza richiederne la restituzione per la permanente passività delle casse. Non potendo più contare sullo stipendio da sindaco, si rese disponibile per qualsiasi occupazione, per fronteggiare le necessità economiche della famiglia. Venne impiegato al consorzio intercomunale dell’Acquedotto Varana-Montegibbio, dove lavorava come magazziniere dei pezzi di ricambio e poi come capocantiere. Spostare tubi di ferro e di piombo in continuazione, e stare nei cantieri con qualunque temperatura e condizione atmosferica si rivelò presto una fatica superiore alle forze di un uomo di 50 anni e per di più non abituato a una vita così. Rinunciò quindi all’impiego. La sua situazione economica, se confrontata a quando era sindaco, può definirsi di vera povertà. Racimolava qualcosa, adattandosi a fare piccoli lavori manuali. Coltivava un orto, che pure aveva ipotecato.
Diventato vulnerabile perché privo del suo ruolo istituzionale, diventò anche oggetto di atteggiamenti e gesti meschini, come quando, senza preavviso, gli vennero piombate le tubature dell’acqua per irrigare l’orto o quando le numerose galline che allevava vennero avvelenate. Non mancarono anche umiliazioni morali, da parte di persone che, a esempio, gli tolsero il saluto.
Fu probabilmente un’emorragia interna allo stomaco o un infarto cardiaco a causarne la morte improvvisa il 22 giugno 1965. Le sue ultime parole furono: «Chiedo perdono e perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male». Venne sepolto a spese del Comune nel cimitero di Montebaranzone, nella tomba dove tuttora si trova, accanto alla quale venne poi sepolta la moglie Giovanna nel 20 febbraio 1999.
Il 26 giugno 2005, a 40 anni dalla morte, il sindaco di Prignano sulla Secchia inaugurò, di fronte al municipio, un busto in bronzo in suo onore.