Nerino Cobianchi
(1945 - 1998)
Laico e padre di famiglia; in ogni attività seppe vivere la speranza cristiana intesa come totale abbandono fiducioso nel Signore. Riuscì a trasformare la quotidianità in un luogo e mezzo di santificazione per sé e per gli altri, ponendo Dio al centro della sua esistenza. Attraverso la Comunione quotidiana, la preghiera assidua, la recita del Santo Rosario, si è radicato nel Signore
Il Venerabile Servo di Dio Nerino Cobianchi nacque il 25 giugno 1945 nel comune di Velezzo Lomellina (PV), 21 km a sud-ovest di Vigevano (PV). Fin da fanciullo fu molto legato ai genitori, soprattutto a suo padre. Da bambino aveva una mitezza tale, che i vicini e conoscenti facevano a gara per tenerlo. Dopo un primo trasferimento, per 11 anni la famiglia visse a Lomello (PV), dove i genitori lavoravano come dipendenti in diverse aziende agricole. Nerino ebbe una sorella, Anna.
Contribuirono alla sua educazione religiosa il parroco di San Michele a Lomello e le Figlie di Maria Ausiliatrice. Nell’anno scolastico 1955-1956 frequentò la quinta elementare come alunno del pre-seminario vescovile e l’anno successivo entrò nel seminario vero e proprio per frequentare la prima media. Un aumento della retta impedì a Nerino di proseguire in quel luogo: fu quindi accolto nel seminario minore dei Somaschi a Cherasco (CN), dove concluse le scuole medie. Poi uscì.
Nel frattempo, quando Nerino ebbe compiuto 13 anni, la famiglia si trasferì a Mortara (PV): qui il padre riuscì ad acquistare alcuni terreni e una stalla, la mamma trovò un impiego da operaia prima a Cilavegna (PV), a meno di 10 km da casa, e poi a Mortara stessa. Al termine del biennio presso la scuola tecnica ad indirizzo commerciale “Robecchi” di Vigevano, Nerino ottenne la licenza di scuola superiore ed il relativo diploma di computista commerciale. Trova subito da lavorare nella tenuta dei libri-paga e nella corrispondenza con i clienti presso un’azienda della zona. Qui rimase per cinque anni, fino a quando non venne chiamato per il servizio militare: di ritorno, vi lavorò ancora per appena 3 settimane. Il 14 febbraio 1965, durante una festa da ballo – non perdeva infatti occasione di partecipare alle feste e serate di ballo della zona – conobbe Graziella Vitulo, sua futura moglie.
Nel corso dei 14 mesi del servizio militare, intraprese un profondo e radicale percorso spirituale, che lo riavvicinò alla fede e lo rese un giovane moralmente strutturato e cristianamente convinto. Tornato a casa, continuò assiduamente ad accostarsi ai sacramenti ed a partecipare alla vita parrocchiale, coinvolgendo la sua stessa fidanzata.
Qualche settimana prima del congedo, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde (CARIPLO) aveva indetto un concorso per alcuni posti da impiegato. Vi partecipò e, superato l’esame scritto e orale, fu assunto nel febbraio 1968 e assegnato all’ufficio del personale. Il 5 settembre 1970 Nerino e Graziella si sposarono presso il santuario di Sant’Anna a Cilavegna. Da loro, nel 1971 nacque Elena, nel 1975 Andrea.
Ma nel gennaio 1974 un’altra esperienza lo segnò definitivamente: la morte improvvisa del padre, colpito da embolia durante un viaggio in treno, morto da solo e rimasto esanime fino alla sera in condizioni di abbandono e desolazione. Da quel momento Nerino non fu più lo stesso: prese la decisione, da lì in poi, di amare il prossimo in modo concreto e totale.
In quello stesso anno i Cobianchi si trasferirono in una nuova casa a Cilavegna. Pochi mesi dopo Nerino si impegnò come Milite volontario della Croce Rossa Italiana. Nella primavera del 1975 si mise a disposizione della parrocchia, specialmente nella gestione dell’oratorio e per accompagnare i giovani. Il parroco, don Mario Tarantola, lo chiamò quindi a far parte del Consiglio Pastorale parrocchiale, in seno al quale fu in seguito referente della commissione per la catechesi. Nerino sosteneva che le famiglie dovessero coinvolgersi di più nella vita dell’oratorio: lui stesso divenne una presenza costante alla sera, dopo il lavoro, e alla domenica pomeriggio. Con sua moglie, aiutava ogni anno il parroco per il campo invernale con i ragazzi. Si deve a Nerino, nei primi mesi del 1977, la fondazione del gruppo scout, fino al 1988 aggregato al gruppo di Mortara, poi costituitosi in autonomia come gruppo scout AGESCI Cilavegna 1. Attratto dal movimento dei carismatici, dopo un primo approccio ad un gruppo di Milano, si diede da fare per portare in parrocchia la nascente realtà del Rinnovamento nello Spirito.
In occasione del sisma dell’Irpinia e della Basilicata (1980), partì come volontario della Croce Rossa per portare soccorso in quelle zone. Fu solo il primo di una lunga serie di interventi di soccorso, a popolazioni colpite da calamità naturali (Val di Fiemme, Alessandria…).
Nell’ambiente di lavoro diede vita ad un gruppo di lavoratori cristiani CARIPLO, che si ritrovavano a pregare insieme e svolgevano un ruolo di presenza all’interno dell’istituto. Cominciano così numerose sottoscrizioni, con cui nel tempo si raccolsero fondi per tanti progetti di solidarietà. Dal 1983 il gruppo si chiamò “Gruppo Volontari CARIPLO”. Per dare a queste raccolte una continuità nel futuro, venne distaccato al presidio medico e alla mutua aziendale. Nel 1988 nasceva così l’associazione “Teresio Olivelli”, con le medesime finalità del Gruppo Volontari.
Dall’autunno 1981 indisse per una volta al mese, col gruppo di giovani che animava, una raccolta di carta e ferro per le strade del paese. Propose poi di farne una di indumenti usati, da distribuire ai senzatetto e ai tossicodipendenti che Fratel Ettore Boschini recuperava per le strade di Milano. Nacque allora il gruppo di sostegno “Padre Francesco Pianzola”. Nell’estate 1983 organizzò in paese il Sant’Anna missionario, con cui raccolse denaro anche per le opere dei Saveriani in Sierra Leone e per la costruzione di un villaggio in Africa. Il gruppo assumeva quindi una prospettiva più allargata. I giovani, insieme a Nerino, sostennero così la missione diocesana in Burundi, nonché altri progetti di comunità religiose in Somalia, Uruguay e Angola.
Nel 1988 Nerino si sentì ispirato a lanciare una raccolta di firme per la pace in Angola: Nerino e i suoi giovani portarono i loro banchetti in tutte le parti della Lombardia e arrivarono fino a Assisi per raccogliere firme. Alla fine furono oltre 90.000, in 6 volumi, che inviarono in copia conforme ad alcune ambasciate a Roma e al ministro degli esteri di allora, l’On. Giulio Andreotti.
Alla fine dell’anno si sentì chiamato a non fermarsi a raccogliere denaro, indumenti e cibo, ma a farsi carico dell’accoglienza delle persone, prendendosene cura e togliendole dalla situazione di indigenza. Per questo, lanciò l’idea che la Caritas parrocchiale acquistasse una vecchia casa colonica, che sarebbe diventata un luogo per i giovani e dove ospitare per determinati periodi di tempo immigrati, persone disagiate e poveri, fra cui studenti e lavoratori angolani. Fu necessario il lavoro di molti volontari per la ristrutturazione dell’edificio: Nerino fu il primo a darsi da fare in prima persona con gli attrezzi del muratore.
Nel settembre 1989 la Caritas “Padre Francesco Pianzola” di Cilavegna e l’associazione “Teresio Olivelli” di Milano, entrambe fondate da lui, si unirono e diedero vita alla associazione “Pianzola-Olivelli”, con sede a Cilavegna presso la casa di accoglienza. Per sua volontà, come primo presidente fu eletto don Mario Tarantola.
Nel febbraio 1991, quando la prima ondata di profughi albanesi sbarcò in Puglia, Nerino si mise in cerca di giovani che l’aiutassero e caricò il pulmino con generi alimentari, vestiti e medicine: quando a mezzanotte fu tutto pronto, non avendo trovato nessuno disposto ad accompagnarlo, partì da solo. Venuto a conoscenza, tramite alcuni medici di Sarajevo, della situazione della Jugoslavia, ormai nel pieno di una guerra civile, compì una prima spedizione, carico di cibo e quanto più necessario, diretta a Fiume e Zagabria. Iniziarono così anni di viaggi: in Angola, per dare seguito ad alcuni progetti; a Zagabria, in Bosnia e Albania; a Mosca, per impiantare una tipografia; a Luanda, capitale dell’Angola, per l’inaugurazione del primo di una serie di centri Pro-Vita. Nel novembre 1993 tornò dalla Bosnia con un pulmino di bambini, vittime della guerra. Nella casa d’accoglienza vennero intanto ospitati prima 22 profughi per l’assistenza umanitaria poi, per quasi 3 anni, 7 mamme e 15 bambini. Per far fronte ai costi, Nerino percorse ogni strada per reperire fondi, coinvolgendo la CARIPLO in tutta Italia, ma anche enti come il comune di Cilavegna, la regione Lombardia, alcune ambasciate e perfino la grande moschea di Roma.
Pensò quindi di realizzare, nella periferia di Cilavegna, un grande spazio da destinare a magazzino dell’associazione. Diede vita al contempo ad una cooperativa, con l’obiettivo di offrire possibilità lavorative e di reinserimento sociale ed economico a persone disoccupate, ex-tossicodipendenti ed ex-detenuti. La cooperativa mosse i primi passi a Vigevano, per poi trasferirsi negli spazi del magazzino al termine dei lavori, appena iniziati. Nel luglio 1995 Nerino, che dell’associazione era stato scelto come presidente, propose la nomina di don Mario Tarantola a consigliere spirituale della “Pianzola-Olivelli”.
Aiutava, soprattutto con le specifiche pratiche burocratiche, le suore dette “Pianzoline” (dal cognome del loro Beato fondatore), che ospitavano ragazze nigeriane e albanesi salvate dal giro della prostituzione. Poiché lo spazio a loro disposizione non bastò più, si accordò con le suore che loro avrebbero continuato con le nigeriane, la “Pianzola-Olivelli” avrebbe provveduto alle ragazze albanesi. Rimpatriati i profughi bosniaci, la casa aprì le porte alle donne vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale. Il progetto, che fin da subito coinvolse 8 giovani, si chiamò “La Samaritana”.
Nell’ottobre 1996 comparvero, con forti dolori alla schiena, i primi sintomi della malattia che avrebbe portato prematuramente Nerino alla morte. Fece alcuni ricoveri in ospedale: durante uno di questi fece una piccola fuga, per incontrare il Prefetto di Pavia in merito al permesso di soggiorno delle ragazze ospiti albanesi. A Verona, in un centro specializzato, la diagnosi: carcinoma della testa del pancreas, ormai non più operabile. Il vescovo dovette desistere dal proposito che aveva di ordinarlo diacono permanente. Da gennaio a maggio 1997 si sottopone a cicli di radioterapia a Verona.
Il 24 maggio dello stesso anno incontra in udienza privata Papa Giovanni Paolo II: il Santo Padre, informato anche dello stato di salute di Nerino, gli riservò particolare attenzione e tenerezza. Pochi giorni dopo fu inaugurato il magazzino della solidarietà, per la raccolta e lo stoccaggio di generi alimentari e di materiale da inviare ai paesi poveri. In ottobre illustrò ai collaboratori un progetto, da lui ideato, per la formazione dei carcerati e il loro reintegro nella società.
La situazione precipitò l’ultimo giorno del 1997. Morì in casa sua a Cilavegna, il 3 gennaio 1998 alle ore 18. Sepolto nel cimitero di Cilavegna, sulla sua tomba è scolpita la frase che conclude la parabola del buon samaritano: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 37).
L’azione caritativa che caratterizzò l’intera sua vita fu fondata su una salda fede, alimentata dalla preghiera, dalla partecipazione quotidiana alla Messa, dalla lettura della Bibbia e dalla recita del rosario. In ogni sua attività, seppe vivere la speranza cristiana intesa come totale abbandono fiducioso nel Signore. Riuscì a trasformare la quotidianità in un luogo e mezzo di santificazione per sé e per gli altri, ponendo Dio al centro della sua esistenza.
Attraverso la Comunione quotidiana, la preghiera assidua, la recita del Santo Rosario, si radicava nel Signore. Da questa fede scaturì la carità, rivolta innanzitutto alla famiglia, che rese coesa e segnata dall’amore sponsale. Fu infatti marito e padre premuroso e guidò i figli indirizzandoli all’amore reciproco e alla solidarietà verso il prossimo. È stato osservato come non solo faceva del bene agli altri ma insegnava a compierlo.
Anche nel luogo di lavoro seppe testimoniare la sua fede, appassionando e trascinando i colleghi. Fu impegnato in molteplici attività parrocchiali a Cilavegna, dove riuscì a coinvolgere soprattutto i giovani, incitandoli ad avere fiducia nel Signore e sensibilizzandoli alla carità. A livello parrocchiale divenne un promotore instancabile di solidarietà. Inizialmente aveva mirato ad alleviare soprattutto le sofferenze e le situazioni di disagio nel territorio locale, per poi aprirsi alla missionarietà attraverso iniziative dirette a favore dei Paesi in via di sviluppo.
In ogni frangente agì sempre con prudenza chiedendo consiglio, prima di intraprendere qualsiasi opera e si mantenne mite malgrado le tensioni sorte in alcune circostanze. Uomo sereno, maturo, umile e riconoscente, non fu mosso da attivismo o mera filantropia, ma da autentica carità cristiana, radicata nel Vangelo e spinta dal desiderio di donazione di sé a Dio e al prossimo. La fama di santità, presente già in vita, è rimasta viva fino ad oggi. La sua tomba è meta di pellegrinaggi ed è stata constatata anche una certa fama signorum.