Omelia nel centenario della morte di Santa Maria di Gesù Santocanale

 

Madre misericordiosa dei poveri e degli infermi

Omelia nel centenario della morte di Santa Maria di Gesù Santocanale

 

La scadenza centenaria della morte della vostra santa coincide felicemente, carissimi, con la prima festa liturgica in suo onore, dopo che Papa Francesco ne ha dichiarato la Canonizzazione lo scorso 15 maggio 2022. Avete vissuto i giorni di preparazione con celebrazioni, momenti di riflessione ed eventi comunitari e ora questa giornata conclusiva il vostro Arcivescovo mi ha chiesto di viverla insieme con tutti voi. Per questo lo ringrazio di cuore. Il suo invito, oltretutto, mi ha permesso di rivederlo, dopo che per anni l’ho avuto vicino come fidato ed esperto collaboratore, e avere la gioia di trascorrere insieme questa domenica.

La fraternità sincera, infatti, è un bene prezioso nelle nostre comunità cristiane, specialmente se vissuta tra sacerdoti e tra fratelli e sorelle di vita consacrata. È uno degli ammaestramenti che ci giungono dalla vita di Santa Maria di Gesù Santocanale. È noto, infatti, che ella dovette molto soffrire soprattutto per l’operato di una Suora, che pure aveva scelto per essere Maestra delle Novizie. Quella, invece, gettò sospetti sulla Superiora e creò divisioni all’interno della Comunità… e tutto questo anche avvalendosi di una presunzione spirituale, che esprimeva con la pratica di eccessivi rigori e durezze. Accade spesso, in effetti, che non poche rigidità religiose (come le chiama papa Francesco) nascondano debolezze talora molto gravi. La nostra Santa, però, posta dinnanzi alle umane contrarietà, accettò tutte le umiliazioni che riceveva, sicura com’era della sua retta intenzione davanti a Dio. Visse in questo modo quello che dice Gesù: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia».

Queste parole che abbiamo ascoltato dalla proclamazione del Vangelo appartengono – lo sappiamo – alla pagina delle Beatitudini. Cercherò, allora, di commentarvela con alcuni richiami sia di papa Francesco, sia di San Paolo VI. Il vostro Arcivescovo sa bene che questo Papa è un mio spirituale punto di riferimento.

Paolo VI, dunque, cominciava col mettere in chiaro che il Beati proclamato da Gesù come abbinato a situazioni di sofferenza e di indigenza, non è affatto «un miele disteso sulla vita. È ben altro. Ha sì tutta la dolcezza e la capacità di confortarci: ma il Vangelo è fuoco, il Vangelo è ardimento, è la forza di Dio… Il Vangelo ci dice cose che sembrano irreali: Beati i poveri, beati i piangenti, i perseguitati; coloro che rinunciano alla vendetta, all’uso della forza ... Ecco come il Vangelo sgombra dai nostri cuori la congerie degli pseudo fondamenti delle nostre speranze terrene. Conseguenza logica: per essere cristiani, occorre togliere dalla nostra anima quel senso di facilità che tante volte dà l’illusione di essere bene avviati. La vita cristiana incomincia con un gesto di forza, con una vittoria sulle difficoltà… Il cristianesimo – proseguiva Paolo VI – esige adamantina volontà risolutiva; non è fatto per le anime vili, per quelle che si illudono; non per le superficiali o ipocrite; non è indicato per coloro i quali vogliono combinare le due cose: stare bene in questo mondo e meglio nell’altro» (Omelia del 27 febbraio 1966). Per Paolo VI, insomma, le Beatitudini sono «il codice della vita cristiana; il principio per dimostrarsi autentici, veramente fedeli, effettivi seguaci di Cristo».

La medesima affermazione ci viene oggi da papa Francesco, il quale ne ha scritto esplicitamente nella sua esortazione apostolica dedicata alla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Ha per titolo le parole conclusive del brano evangelico di questa domenica: Gaudete et exsultate. In questo documento il Papa scrive che le Beatitudini «sono come la carta d’identità del cristiano» (n. 63). Prosegue: «se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a fare trasparire nella quotidianità della nostra vita». Se, allora, la nostra carta di identità di cristiani è vera e non falsificata, allora da essa devono trasparire le Beatitudini del Vangelo.

Non è serio e pure incoraggiante tutto questo? La fede cristiana è fatta per animi dai grandi e profondi respiri. Ecco perché nella tradizione cristiana i primi santi sono i martiri. Anche santa Maria di Gesù fu donna forte. «In una vita vissuta sempre tra avvenimenti drammatici una coerenza così limpida tra la fede e la vita non sarebbe stata possibile senza il corredo straordinario delle virtù morali, soprattutto quelle che vengono messe a dura prova giorno dopo giorno, in situazioni difficili e in circostanze imprevedibili» (Relatio et vota, p. 74).

Noi, però, forti così non lo siamo. A dire il vero, neppure Santa Maria di Gesù in principio lo era. Aveva anche lei le sue umane debolezze, le sue fragilità caratteriali. In totale disponibilità alla Grazia divina, però, imparò a salire la scala delle virtù e lo fece gradino dopo gradino, con pazienza, fiducia e umiltà sino a diventare lei stesso mater misericors erga pauperes et infirmos. Così la indica Francesco nel suo decreto sulla Beatificazione. Può essere così anche per noi. Un gradino dopo l’altro…

L’immagine delle Beatitudini come una «scala» per salire al cielo appare già in san Gregorio di Nissa. Scriveva: « Coloro che salgono in alto con una scala, quando calcano il primo gradino, grazie ad esso si portano su quello superiore e, di nuovo, il secondo gradino conduce al terzo colui che sale e questo al successivo e quello al gradino dopo di lui. Così anche colui che sale, sollevandosi dal luogo in cui si trova sempre più su, arriva fino al culmine della salita. A quale scopo faccio queste considerazioni? A me pare che l’ordine delle beatitudini si disponga quasi come quello dei gradini, rendendo facilmente percorribile al discorso la salita dall’una all’altra» (De Beatitudinibus, Orat. II: PG 44, 1207).

Quella che, però, voglio citare per concludere, è la preghiera di un santo armeno vissuto nel XII secolo. Si chiama Nersete e per la sua mitezza fu soprannominato il Grazioso. È ritenuto il San Bernardo della Chiesa d’Oriente. Riguardo alle Beatitudini, in un testo poetico egli scrive che se Dio aveva donato al popolo d’Israele i Dieci Comandamenti, a noi cristiani ha donato le Beatitudini della Legge Nuova. Le paragona, quindi, ai gradini di una scala che sale dalla terra al cielo. Guardando, però, alla propria situazione di fragilità questo santo confessa addolorato: «A causa del peccato così grave da portare, di quei gradini io non ne ho salito neppure uno». Questa, allora, la sua (e la nostra) preghiera:

 

Ora, in lacrime, ti supplico, Signore;

abbraccio, Signore, i tuoi piedi:

Alleggeriscimi del pesante fardello dei miei peccati.

Aiutami perché

seguendo le tue parole come una scala

e salendo almeno un gradino dopo l’altro,

mi sia possibile di ascendere in spirito verso di te in cielo (Jesus, 351-366).

 

Parrocchia Santa Fara – Cinisi (Pa), 29 gennaio 2023

 

Marcello Card. Semeraro