Omelia nella beatificazione dei 20 sacerdoti martiri di Ibiza

 

Come agnelli in mezzo a lupi

Omelia nella beatificazione di Juan Torres Torres e 19 Compagni, sacerdoti martiri di Ibiza e Formentera

 

Nella pagina del santo Vangelo appena proclamata, Gesù associa i suoi discepoli alla sua stessa sorte, inviandoli come agnelli in mezzo ai lupi. Prima delle parole che abbiamo ascoltato, infatti, egli aveva detto loro: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi» (Mt 10,16). Commentando il passo sant’Agostino faceva sottilmente osservare che l’immagine non parla di un lupo che si lancia in mezzo a un gregge di pecore, bensì del contrario: ossia di un piccolo gregge che è inviato fra lupi e questo svela la sua intenzione, che non è quella di scoraggiare, ma di incoraggiare ad andarci senza paura «poiché Colui che le mandava non le abbandonava. Perché, infatti, avrebbero dovuto temere di andare fra i lupi coloro con cui c’era l’Agnello che ha vinto il lupo?» (Sermo 64/A, 1: PLS 2, 464). Lo scopo delle parole di Gesù, dunque, non è quello di scoraggiare, ma di rassicurare i discepoli sulla sua presenza e sulla sua vicinanza. Egli è il Maestro che non nasconde ai suoi discepoli le difficoltà della missione a loro affidata, ma anche come un fratello che ci rimane vicino, ci stringe la mano, ci rianima, ci dà forza. È, fratelli e sorelle carissimi, il contesto nel quale dobbiamo collocare, per comprenderle bene, tutte le sue parole che abbiamo ascoltato nella proclamazione del testo evangelico.

Abbiamo udito di persecuzioni, di tradimenti e dell’odio che i discepoli potranno incontrare a causa del nome di Gesù. La fedeltà a lui, infatti, non ci mette al riparo dalle prove della storia; può esporci, al contrario, alla contraddizione e persino alla violenza ed è quanto accadde ai vostri martiri, che oggi la Chiesa colloca agli onori degli altari e propone come modello di vita cristiana. La loro vicenda ci riporta a una delle verità più esigenti della fede cristiana: seguire Cristo significa essere pronti a testimoniarlo anche quando questo comporta un prezzo elevato.

Il gruppo dei martiri oggi beatificati è numeroso e la loro vicenda terrena è stata rievocata all’inizio di questo rito. Ricorderò soltanto il capofila del gruppo, il sacerdote Juan Torres Torres. Aveva ventiquattro anni ed era stato ordinato da appena due mesi quando fu ucciso; il suo corpo venne gettato in mare. La sua vicenda ci colpisce per la brevità di un ministero appena iniziato e bruscamente interrotto, ma ci ricorda anche che la fecondità di una vocazione non si misura dalla sua durata, bensì dalla fedeltà con cui viene vissuta e dall’offerta di sé a Cristo. Anche altri sacerdoti furono uccisi in quei giorni tragici, alcuni dopo essere stati condotti nel castello di Ibiza, dove condivisero la sorte dei loro compagni.

Di fronte alle vicende di questi martiri risuonano con particolare forza le parole di Gesù: «Sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza» (v. 18). La parola martire significa appunto testimone. Il martire non è colui che cerca la morte, ma colui che non rinnega Cristo neppure quando la fedeltà al Vangelo lo espone alla morte. Non è la violenza subìta a rendere grande la sua testimonianza, ma l’amore al quale rimane fedele. Il martirio non celebra la morte: proclama che la vita appartiene a Cristo e che la morte non ha l’ultima parola.

Donde viene la forza per una simile fedeltà? La risposta ce la offre lo stesso Gesù: «Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (v. 20). La perseveranza dei martiri non va intesa come un eroismo puramente umano. È anzitutto frutto della grazia, della presenza dello Spirito che sostiene la fragilità e rende possibile il rimanere fedeli nella prova. Non esaltiamo, dunque, l’eroismo di persone eccezionalmente forti, ma la fedeltà di chi rimane nell’amore e non lascia che l’odio degli altri diventi il proprio odio.

Il martire è uno che come san Paolo dice: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rom 8,35-37). Origene, antico maestro cristiano, traduceva così: «Se soffro la persecuzione e confesso il mio Cristo davanti agli uomini, sono sicuro che anch’egli mi confesserà davanti al Padre suo. Se si presenta la fame, non può turbarmi perché possiedo il pane della vita che scende dal cielo e ristora le anime affamate; la nudità non mi farà arrossire perché sono stato rivestito dal Signore Gesù Cristo; una spada terrena non può farmi paura perché ho con me una spada più forte che è la Parola di Dio. Finché rimango attaccato all’amore di Colui che mi ha amato non sentirò il dolore, perché la carità con la quale egli mi ha amato è ancora più efficace» (cf. In epist. ad Rom. VII, 11: PG 14, 1131-1132). Sono parole che ci aiutano a comprendere come la fedeltà dei martiri non nasca dalla pretesa di essere invincibili, ma dalla certezza di essere amati da Cristo.

La memoria dei martiri di Ibiza, infatti, ci interroga  anche sul nostro presente e la domanda che la loro testimonianza ci rivolge è attuale: quanto conta Cristo nella nostra vita? Fino a che punto il Vangelo orienta le nostre scelte, i nostri rapporti, il modo in cui affrontiamo le difficoltà? Non siamo normalmente messi davanti alla scelta drammatica che toccò a quei martiri. Eppure anche la nostra fedeltà si misura nelle situazioni concrete di ogni giorno: quando perdonare sembra più difficile che coltivare il risentimento, quando difendere una persona fragile può esporci all’incomprensione, quando siamo tentati di tacere per convenienza o di adeguarci a ciò che tutti fanno. È qui che la testimonianza dei martiri di Ibiza ci interpella. Non perché ogni difficoltà possa essere paragonata al martirio, ma perché la fedeltà che sostiene nelle prove estreme si prepara e si alimenta nelle scelte quotidiane.

Celebrando, allora, i beati martiri di Ibiza, non chiediamo di essere risparmiati da ogni difficoltà, ma di non smarrire Cristo nelle difficoltà; non chiediamo di non conoscere la paura, ma di non lasciarci governare da essa; non chiediamo una vita senza contraddizioni, ma la grazia di rimanere fedeli nell’amore. Il Signore Gesù ci conceda, per intercessione dei beati martiri di Ibiza, di essergli fedeli nelle scelte di ogni giorno. Amen.

 

Ibiza, Cattedrale di Santa Maria, 17 settembre 2026

 

Marcello Card. Semeraro

__________

 

Como corderos en medio de lobos

Homilía en la beatificación de Juan Torres Torres y 19 compañeros, sacerdotes mártires de Ibiza y Formentera

 

En el pasaje del Santo Evangelio que acabamos de escuchar, Jesús asocia a sus discípulos a su propio destino, enviándolos como corderos en medio de lobos. De hecho, antes de las palabras que acabamos de escuchar, les había dicho: «Id: he aquí que os envío como corderos en medio de lobos» (Mt 10,16). Al comentar este pasaje, san Agustín señalaba con sutileza que la imagen no habla de un lobo que se lanza en medio de un rebaño de ovejas, sino todo lo contrario: es decir, de un pequeño rebaño que es enviado entre lobos, y esto revela su intención, que no es la de desanimar, sino la de animar a ir sin miedo, «pues Aquel que los enviaba no los abandonaba. «¿Por qué, en efecto, iban a temer ir entre los lobos aquellos con quienes estaba el Cordero que venció al lobo?» (Sermo 64/A, 1: PLS 2, 464). El propósito de las palabras de Jesús, por tanto, no es desanimar, sino tranquilizar a los discípulos respecto a su presencia y su cercanía. Él es el Maestro que no oculta a sus discípulos las dificultades de la misión que se les ha confiado, pero también es como un hermano que permanece cerca de nosotros, nos da la mano, nos anima y nos da fuerzas. Este es, queridos hermanos y hermanas, el contexto en el que debemos situar, para comprenderlas bien, todas sus palabras que hemos escuchado en la proclamación del texto evangélico.

Hemos oído hablar de persecuciones, de traiciones y del odio con que los discípulos podrán encontrarse a causa del nombre de Jesús. La fidelidad a Él, de hecho, no nos protege de las pruebas de la historia; al contrario, puede exponernos a la contradicción e incluso a la violencia, y eso es lo que les sucedió a vuestros mártires, a quienes hoy la Iglesia eleva a los honores de los altares y propone como modelo de vida cristiana. Su historia nos remite a una de las verdades más exigentes de la fe cristiana: seguir a Cristo significa estar dispuestos a dar testimonio de Él incluso cuando ello implique un alto precio.

El grupo de mártires hoy beatificados es numeroso y su historia terrenal se ha recordado al comienzo de esta ceremonia. Solo recordaré al líder del grupo, el sacerdote Juan Torres Torres. Tenía veinticuatro años y llevaba apenas dos meses ordenado cuando fue asesinado; su cuerpo fue arrojado al mar. Su historia nos conmueve por la brevedad de un ministerio que acababa de comenzar y que se vio bruscamente interrumpido, pero también nos recuerda que la fecundidad de una vocación no se mide por su duración, sino por la fidelidad con la que se vive y por la entrega de sí mismo a Cristo. También otros sacerdotes fueron asesinados en aquellos días trágicos, algunos tras ser conducidos al castillo de Ibiza, donde compartieron el destino de sus compañeros.

Ante la historia de estos mártires resuenan con especial fuerza las palabras de Jesús: «Seréis llevados ante gobernadores y reyes por mi causa, para dar testimonio» (v. 18). La palabra «mártir» significa precisamente «testigo». El mártir no es aquel que busca la muerte, sino aquel que no reniega de Cristo ni siquiera cuando la fidelidad al Evangelio lo expone a la muerte. No es la violencia sufrida lo que hace grande su testimonio, sino el amor al que permanece fiel. El martirio no celebra la muerte: proclama que la vida pertenece a Cristo y que la muerte no tiene la última palabra.

¿De dónde viene la fuerza para una fidelidad semejante? La respuesta nos la ofrece el mismo Jesús: «No sois vosotros los que habláis, sino que es el Espíritu de vuestro Padre el que habla en vosotros» (v. 20). La perseverancia de los mártires no debe entenderse como un heroísmo puramente humano. Es, ante todo, fruto de la gracia, de la presencia del Espíritu que sostiene la fragilidad y hace posible permanecer fieles en la prueba. No exaltemos, pues, el heroísmo de personas excepcionalmente fuertes, sino la fidelidad de quien permanece en el amor y no deja que el odio de los demás se convierta en su propio odio.

El mártir es aquel que, como dice san Pablo: «¿Quién nos separará del amor de Cristo? ¿Acaso la tribulación, la angustia, la persecución, el hambre, la desnudez, el peligro, la espada? … En todas estas cosas somos más que vencedores gracias a aquel que nos ha amado» (Rom 8,35-37). Orígenes, antiguo maestro cristiano, lo traducía así: «Si sufro persecución y confieso a mi Cristo ante los hombres, estoy seguro de que también él me confesará ante su Padre. Si me asalta el hambre, no puede perturbarme porque poseo el pan de vida que desciende del cielo y sacia las almas hambrientas; la desnudez no me hará sonrojarme, pues he sido revestido por el Señor Jesucristo; una espada terrenal no puede asustarme, pues tengo conmigo una espada más fuerte, que es la Palabra de Dios. Mientras permanezca unido al amor de Aquel que me ha amado, no sentiré dolor, pues la caridad con la que él me ha amado es aún más eficaz» (cf. In epist. ad Rom. VII, 11: PG 14, 1131-1132). Son palabras que nos ayudan a comprender cómo la fidelidad de los mártires no nace de la pretensión de ser invencibles, sino de la certeza de ser amados por Cristo.

La memoria de los mártires de Ibiza, de hecho, nos interroga también sobre nuestro presente, y la pregunta que nos plantea su testimonio sigue siendo de actualidad: ¿qué importancia tiene Cristo en nuestra vida? ¿Hasta qué punto el Evangelio orienta nuestras decisiones, nuestras relaciones y la forma en que afrontamos las dificultades? Normalmente no nos vemos ante la elección dramática a la que se enfrentaron aquellos mártires. Sin embargo, también nuestra fidelidad se mide en las situaciones concretas del día a día: cuando perdonar parece más difícil que alimentar el resentimiento, cuando defender a una persona vulnerable puede exponernos a la incomprensión, cuando nos sentimos tentados a callar por conveniencia o a adaptarnos a lo que hacen todos. Es aquí donde nos interpela el testimonio de los mártires de Ibiza. No porque cada dificultad pueda compararse con el martirio, sino porque la fidelidad que nos sostiene en las pruebas extremas se prepara y se alimenta en las decisiones cotidianas.

Al celebrar, pues, a los beatos mártires de Ibiza, no pedimos que se nos libre de toda dificultad, sino que no perdamos de vista a Cristo en las dificultades; no pedimos no conocer el miedo, sino no dejarnos dominar por él; no pedimos una vida sin contradicciones, sino la gracia de permanecer fieles en el amor. Que el Señor Jesús nos conceda, por intercesión de los beatos mártires de Ibiza, serle fieles en las decisiones de cada día. Amén.

 

Ibiza, Catedral de Santa María, 17 de septiembre de 2026