Omelia nella beatificazione del Venerabile Servo di Dio Salvador Valera Parra

 

Il vangelo, che è la propria vita

Omelia nella beatificazione del Venerabile Servo di Dio Salvador Valera Parra

 

Come voi, carissimi fratelli e sorelle, mi sono preparato alla solenne liturgia di oggi leggendo e meditando la lettera pastorale scritta dai fratelli vescovi di Almería, di Cartagena e di Getafe in vista della beatificazione del Cura Valera. Nel suo titolo: Una vita dedicata agli altri troviamo riassunta la vita del nostro nuovo Beato: ossia, una vita spesa per le tante persone, specialmente infermi, poveri e bisognosi di tutto che percorrevano le strade e abitavano le case di questa terra che anche voi oggi abitate e percorrete. La stessa vita è stata riassunta all’inizio di questo rito.

Abitando qui il Cura Valera ha diffuso quello che l’apostolo san Paolo chiamava «il profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Ci ha lasciato, così una testimonianza e un modello di vita. Sì, quella del Cura Valera è stata una vita per gli altri. Le si può applicare quello che disse una volta Papa Francesco, ossia che ciascuno di noi ha, nell’ambiente in cui vive, la sublime vocazione di essere il buon profumo di Cristo nel mondo e così commentava: «Com’è bello incontrare una persona che ha queste virtù: amore, una persona amorevole, una persona gioiosa, una persona che fa pace, una persona magnanima, non meschina, magnanima, una persona benevola che accoglie tutti, una persona buona, una persona fedele, una persona mite, che non è orgogliosa, ma mite… E si sentirà un po’ il profumo dello Spirito di Cristo intorno a noi, quando incontriamo queste persone» (Catechesi del 21 agosto 2024). Così è stato per quanti hanno incontrato il Cura Valera ed è l’invito che oggi, dichiarato Beato dalla Chiesa, rivolge a ciascuno di noi; rivolge a tutti ma, penso, specialmente a quanti come lui vivono oggi il ministero pastorale come sacerdoti.

La pagina del vangelo secondo Giovanni che oggi è stata proclamata ci ha riproposto la figura del Buon Pastore (cf. Gv 10,11-16), anticipata dalla profezia di Ezechiele ascoltata dalla prima lettura (cf. Ez 34,11-16). Due cose, in particolare, sono messe in rilievo dal brano del vangelo: dare la vita e conoscere. Vediamoli rapidamente, questi gesti.

«Il buon pastore dà la propria vita» (Gv 10,11), anzitutto. Risentendo queste parole il nostro pensiero corre inevitabilmente all’atto con il quale Gesù offre a noi la propria vita per noi: Egli ci ha amato ed è morto per noi! In questo caso, però, il testo giovanneo non intende alludere alla morte, ma al fatto di esporre la vita, di metterla a rischio e di spenderla in modo da farne come una radice, da cui ci si possa alimentare. Potremo, allora, pensare a una madre che, quando comincia a portare nel grembo il proprio figlio, gli «dà» la vita nutrendolo col proprio corpo, dandogli sicurezza, aiutandolo a crescere. Anche la vita, che Gesù ci dona ogni giorno non ci giunge dall’esterno, ma è stata messa dentro di noi con il dono del Battesimo, con la grazia di essere, in Gesù e con Gesù, figli dell’unico Padre del cielo.

È così che ha donato la vita anche il Cura Valera. In lui il titolo di cura ha assunto il significato più vero. Deriva, infatti, dal latino cura animarum che vuol dire letteralmente amare le persone, stare a loro vicino, comprenderne i problemi, sollevare le sofferenze. Il nostro Beato si è trovato a vivere proprio qui, in questo territorio, pure eventi particolarmente critici, come le epidemie di colera e i movimenti sismici che provocarono distruzioni e vittime, disastri ambientali … ma non fuggì; rimase vicino visitando gli ammalati, soccorrendo i più deboli, assistendo gli anziani. Davvero questa è, prima di tutto la cura animarum!

La seconda azione del buon pastore, poi, è il conoscere: un atto che non è solamente dell’intelletto, ma è pure del cuore e della libertà. Si tratta di un conoscere che è, in ogni caso, legato all’amore: sia che ne derivi, sia che lo faccia scaturire perché, se pure non si può amare ciò che non si conosce, è altrettanto vero che solo l’amore rende possibile una conoscenza vera, rinnovata, interiore e profonda. Così Gesù conosce le sue pecore, «per amore». Cognosco oves meas, hoc est diligo, gli fa dire San Gregorio Magno: conosco, cioè amo (Homiliae in Evangelia I, 14,3; cf. 14,4: PL 76, 1129).

Nella Lettera pastorale «Una vida para los démas», i vostri Vescovi, carissimi, hanno scritto che «le porte del suo cuore furono sempre aperte per tutti i fedeli che gli erano stati affidati». A questo punto, possiamo dire che l’esempio del Cura Valera non si limita per nulla ai sacri ministri e ai pastori della Chiesa, ma si estende a ogni discepolo giacché – come continuano i vostri Vescovi – «en un mundo marcado por la prisa, el individualismo y la superficialidad, la figura del Cura Valera se alza como un recordatorio de que la vera grandeza está en la sencillez, en la entrega silenciosa, en la fidelidad perseverante» (p. 13).

Nelle prima pagine della stessa lettera pastorale, ho letto una espressione che mi ha fortemente commosso perché mi ha riportato a una lettura dei primi anni della mia vita di sacerdote: Quinto evangelio! Si tratta del titolo di un romanzo – se può essere chiamato così – di uno scrittore italiano, Mario Pomilio; è un libro affascinante, con davvero molte pagine che, però, possono forse essere riassunte in queste poche parole: «Il quinto vangelo è quello che ogni discepolo di Gesù è chiamato a scrivere con la propria vita».

È quello, carissimi, che ha fatto il nostro nuovo Beato. Egli è stato un vangelo vivente: ha tutto e tutti guardato con gli occhi di Gesù; ha tutto e tutti amato con il cuore di Gesù. È un modello e un esempio per noi. È anche questa la missione dei santi.

 

Huércal-Overa (Almería), 7 febbraio 2026

 

Marcello Card. Semeraro

__________

 

Al igual que ustedes, queridos hermanos y hermanas, me he preparado para la solemne liturgia de hoy leyendo y meditando la carta pastoral escrita por los hermanos obispos de Almería, Cartagena y Getafe con motivo de la beatificación del Cura Valera. En su título: Una vida dedicada a los demás, encontramos resumida la vida de nuestro nuevo Beato: es decir, una vida dedicada a tantas personas, especialmente enfermos, pobres y necesitados de todo, que recorrían las calles y habitaban las casas de esta tierra que también ustedes hoy habitan y recorren. La misma vida ha sido resumida al comienzo de este rito.

Al vivir aquí, el Cura Valera difundió lo que el apóstol san Pablo llamaba «el perfume de Cristo» (2Cor 2,15). Nos dejó así un testimonio y un modelo de vida. Sí, la del Cura Valera fue una vida dedicada a los demás. Se le puede aplicar lo que dijo una vez el Papa Francisco, es decir, que cada uno de ustedes tiene, en el entorno en el que vive, la sublime vocación de ser el buen perfume de Cristo en el mundo, y así comentaba: «Qué hermoso es encontrar a una persona que tiene estas virtudes: amor, una persona amorosa, una persona alegre, una persona que hace la paz, una persona magnánima, no mezquina, magnánima, una persona benévola que acoge a todos, una persona buena, una persona fiel, una persona mansa, que no es orgullosa, sino mansa... Y se sentirá un poco el perfume del Espíritu de Cristo a nuestro alrededor, cuando encontremos a estas personas» (Catequesis del 21 de agosto de 2024). Así fue para quienes conocieron al Cura Valera y es la invitación que hoy, declarado Beato por la Iglesia, nos dirige a cada uno de ustedes; se dirige a todos, pero, creo, especialmente a quienes, como él, viven hoy el ministerio pastoral como sacerdotes.

La página del Evangelio según San Juan que se ha proclamado hoy nos ha vuelto a presentar la figura del Buen Pastor (cf. Jn 10,11-16), anticipada por la profecía de Ezequiel escuchada en la primera lectura (cf. Ez 34,11-16). Dos cosas, en particular, se destacan en el pasaje del Evangelio: dar la vida y conocer. Veamos rápidamente estos gestos.

«El buen pastor da su vida» (Jn 10,11), ante todo. Al escuchar estas palabras, nuestro pensamiento se dirige inevitablemente al acto con el que Jesús nos ofrece su vida por nosotros: ¡Él les amó y murió por nosotros! En este caso, sin embargo, el texto joánico no alude a la muerte, sino al hecho de exponer la vida, ponerla en peligro y gastarla para convertirla en una raíz de la que podamos alimentarnos. Podemos pensar, entonces, en una madre que, cuando comienza a llevar a su hijo en su vientre, le «da» la vida alimentándolo con su propio cuerpo, dándole seguridad, ayudándolo a crecer. También la vida que Jesús nos da cada día no les llega desde fuera, sino que ha sido puesta dentro de nosotros con el don del Bautismo, con la gracia de ser, en Jesús y con Jesús, hijos del único Padre del cielo.

Así es como también el Cura Valera ha dado la vida. En él, el título de cura ha adquirido su significado más verdadero. De hecho, deriva del latín cura animarum, que significa literalmente amar a las personas, estar cerca de ellas, comprender sus problemas, aliviar sus sufrimientos. Nuestro Beato se encontró viviendo aquí mismo, en este territorio, acontecimientos particularmente críticos, como las epidemias de cólera y los movimientos sísmicos que provocaron destrucción y víctimas, desastres medioambientales... pero no huyó; permaneció cerca visitando a los enfermos, socorriendo a los más débiles, asistiendo a los ancianos. ¡Esto es, ante todo, la cura animarum!

Después, la segunda acción del buen pastor es el conocer: un acto que no es solo del intelecto, sino también del corazón y de la libertad. Se trata de un conocer que está, en todo caso, ligado al amor: ya sea que derive de él, ya sea que lo haga brotar, porque, si bien no se puede amar lo que no se conoce, es igualmente cierto que solo el amor hace posible un conocimiento verdadero, renovado, interior y profundo. Así, Jesús conoce a sus ovejas, «por amor». Cognosco oves meas, hoc est diligo, le hace decir San Gregorio Magno: conozco, es decir, amo (Homiliae in Evangelia I, 14,3; cf. 14,4: PL 76, 1129).

En la Carta pastoral «Una vida para los demás», sus obispos, queridos míos, han escrito que «las puertas de su corazón estuvieron siempre abiertas para todos los fieles que le habían sido confiados». Llegados a este punto, podemos decir que el ejemplo del Cura Valera no se limita en absoluto a los ministros sagrados y a los pastores de la Iglesia, sino que se extiende a todos los discípulos, ya que —como continúan diciendo sus obispos— «en un mundo marcado por la prisa, el individualismo y la superficialidad, la figura del Cura Valera se alza como un recordatorio de que la verdadera grandeza está en la sencillez, en la entrega silenciosa, en la fidelidad perseverante» (p. 13).

En las primeras páginas de la misma carta pastoral, leí una expresión que me conmovió profundamente porque me recordó una lectura de los primeros años de mi vida sacerdotal: Quinto evangelio. Se trata del título de una novela —si se le puede llamar así— de un escritor italiano, Mario Pomilio; es un libro fascinante, con muchas páginas que, sin embargo, tal vez se puedan resumir en estas pocas palabras: «El quinto evangelio es el que cada discípulo de Jesús está llamado a escribir con su propia vida».

Eso es, queridos míos, lo que hizo nuestro nuevo Beato. Él fue un evangelio viviente: lo miró todo y a todos con los ojos de Jesús; lo amó todo y a todos con el corazón de Jesús. Es un modelo y un ejemplo para nosotros. Esta es también la misión de los santos.