Omelia per la venerabilità del Servo di Dio Gaspare Goggi

 

Dio ama dilatarci nella tribolazione

Omelia per la venerabilità del Servo di Dio Gaspare Goggi

 

Siamo qui per celebrare una Santa Messa in ringraziamento al Signore per avere acceso fra noi nella persona di don Gaspare Goggi una nuova «luce» che, come una stella, illumini il nostro cammino verso di Lui. Lo scorso 21 novembre Papa Leone XIV lo ha dichiarato «venerabile» ed è significativo che il nostro incontro di preghiera avvenga qui dove don Orione inviò il novello sacerdote a svolgere il suo ministero pastorale. Don Goggi fu, dunque, il primo rettore di questa chiesa e subito espresse la sua gioia, scrivendo: «Questo nostro luogo ha la fortuna ad essere proprio sotto gli sguardi del Papa». Questa gioia in don Gaspare non venne mai meno e cercò sempre tutte le occasioni possibili per vedere il Papa, per sentirlo parlare. La sua opera pastorale, però, andò molto oltre; scese, anzi, in profondità poiché egli si distinse molto per zelo sacerdotale e ministero di carità. Guardando, allora, alla sua figura vorrei in particolare sottolineare due cose.

La prima è il suo legame filiale e collaborativo con don Orione. Lo conobbe quando aveva soli quindici anni e aderì con entusiasmo alla sua opera nascente sino scegliere di farne parte. Don Orione per parte sua lo stimò e, da vero padre, gli volle bene: fu per lui il «primo figlio della Divina Provvidenza». Don Goggi, in risposta, gli fu sempre fedelmente vicino e ciò avvenne in anni che per la nuova famiglia spirituale non furono certo facili. Lo caratterizzarono sempre discrezione, prudenza, modestia sì da destare la meraviglia del fratello Ignazio, sacerdote anch’egli, che per questo lo vedeva davvero trasformato: aveva un carattere forte – diceva – ed ora è un modello di dolcezza. Queste cose, carissimi, voi ben le sapete e perciò intendo sottolineare specialmente il fatto che in esse si è verificato un qualcosa di misterioso che sempre mi lascia meravigliato e fiducioso: il fatto che tanto spesso i santi si incontrano!

Nella letteratura cristiana antica – e pure in un testo attribuito a san Gregorio Magno – ho spesso trovato questa espressione: Ubi est charitas et dilectio, ibi sanctorum est congregatio, «dove c’è carità e amore, lì i santi si incontrano» (cf. In coena Domini ad mandatum: PL 78, 849). Mi viene, allora, da pensare: se è vero che i santi fanno amicizia tra loro, sarà pure vero che c’è una amicizia (quella unita alla carità), che fa i santi! Ed è così che l’amicizia fra san Luigi Orione e il nostro venerabile Servo di Dio parla anche a noi. Come sono le nostre amicizie? Ci aiutano ad andare verso il Signore, oppure ci rallentano il passo, o, addirittura, lo distolgono?

Come diciamo nel simbolo di fede, la Chiesa è una communio sanctorum, una comunione dei santi. Questa comunione, però, non si limita affatto alla relazione fra la Chiesa del cielo e quella ancora pellegrina sulla terra; è, invece, una comunione che deve realizzarsi già adesso fra tutti noi, sul modello della prima comunità di Gerusalemme. Di essa leggiamo che i discepoli «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42). Qui, però, faccio il passaggio all’altra cosa che desidero mettere in luce e che traggo da quanto scrive l’Apostolo in 1Cor: « Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme … Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte » (12,26-27). La vita terrena di don Goggi ha, infatti, una seconda fare che coincide con il progressivo manifestarsi di una malattia che lo afflisse sino alla morte; una malattia che all’epoca fu scambiata per una forma depressiva, ma che ora è riconosciuta come anemia perniciosa che, a causa di una quasi totale incapacità di assimilazione del cibo, porta a un grave, generale indebolimento. Nella cartella clinica i medici parlarono di «gravi condizioni per alimentazione e anemia» e di «stato di depressione psichica a forma ansiosa sostenuta da idee insistenti di dannazione»; e ancora: «Ad aggravare lo stato generale del paziente, questi rifiuta i cibi, ed anche qui si poté a stento nutrirlo».

Fu così deciso il suo ricovero nel reparto psichiatrico di un ospedale. Quando vi giunse don Gaspare si tolse la veste, si inginocchiò, la baciò, la consegnò. Osserviamo un attimo questo gesto: ci dice che pur nella sofferenza, fisica e interiore, il venerabile don Goggi conservò la fede e la fiducia in Dio divenendo capace di stendersi accanto a Gesù sulla nuda croce. Egli stesso ha lasciato scritto nel suo epistolario: «Dio ama dilatarci nella tribolazione». Sono parole, queste, che mi fanno tornare alla memoria ciò che disse san Giovanni Paolo II quando, l’11 ottobre 1998, procedette alla canonizzazione di Edith Stein – Teresa Benedetta della Croce: «Nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza … Il messaggio della Croce è così entrato nel cuore di tanti uomini e di tante donne cambiandone l’esistenza … Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore». L’esperienza del nostro venerabile don Goggi è stata anche questa. Si è dilatato nella sofferenza e così ha vissuto ciò che scrive san Paolo: «Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,3-5). Tutto questo fa sì che oggi sua possibile proporre la figura di don Goggi come modello per quanti sono afflitti dal male oscuro dell’anima.

Egli morì improvvisamente la sera del 4 agosto 1908. Il 7 agosto si celebrarono i funerali: l’elogio funebre fu tenuto da Padre Giovanni Semeria e la Santa Messa fu celebrata da don Orione. Si racconta che alle parole fiat voluntas tua del Padre nostro egli scoppiò in pianto. Penso che nel cielo oggi don Orione gioisce ancora più di noi e noi, con un amore simile al suo, rendiamo grazie al Signore. Amen.

 

Città del Vaticano – Parrocchia di sant’Anna, 14 febbraio 2026

 

Marcello Card. Semeraro