Per una teologia dei santi e della santità

Per una teologia dei santi e della santità

Lo scopo di queste pagine è sottolineare alcuni aspetti che oggi, alla luce, per un verso dei miei studi di ecclesiologia, il cui trattato ho nel passato per più anni insegnato, e per l’altro dell’esperienza acquisita nell’attuale Dicastero, mi paiono non solo importanti, ma alquanto urgenti da precisare e approfondire circa la teologia dei santi e della santità.

Loro primi destinatari sono gli iscritti allo Studium del Dicastero delle Cause dei Santi, il cui intento è quello di formare degli esperti in tale materia. Si tratta anzitutto dei Postulatori il cui compito è stato da Benedetto XVI indicato come «basilare» sia per la fase diocesana, sia per quella apostolica della trattazione delle cause di beatificazione e di canonizzazione. «È un compito – disse – che deve rivelarsi ineccepibile, ispirato da rettitudine e improntato ad assoluta probità. Ai postulatori sono richieste competenza professionale, capacità di discernimento e onestà nell’aiutare i Vescovi diocesani ad istruire inchieste complete, obiettive e valide tanto dal punto di vista formale che sostanziale. Non meno delicato e importante è l’aiuto che essi prestano al Dicastero delle Cause dei Santi nella ricerca processuale della verità da raggiungere mediante una appropriata discussione, che tenga conto della certezza morale da acquisire e dei mezzi di prova realisticamente disponibili».[1]

Gli interventi che seguono sono dei saggi scritti nella prospettiva di una più adeguata focalizzazione di alcune questioni riguardanti la prassi attuale nei processi delle Cause di beatificazione e canonizzazione. Si pone, infatti, la questione di una loro perfettibilità.

A dire il vero, la lunga storia di questa prassi canonica è già stata bene studiata e non mancano al riguardo valide pubblicazioni, attuate anche all’interno del Dicastero delle Cause dei Santi e validamente riassunte nel sussidio ancora oggi in uso nel suo Studium. Un’ottima sintesi dagli inizi ad oggi è stata tracciata dal p. Vincenzo Criscuolo, relatore generale emerito del Dicastero.[2]

Pensare, tuttavia, alla perfettibilità di una prassi che ha una nobile, qualificata e per molti versi ancora attuale storia non è certamente né fuori di luogo, né inopportuno. Miglioramenti e interventi talora anche radicali sono infatti sempre avvenuti anche in epoca moderna.[3] Suo fondamentale e qualificante momento rimane senza dubbio la monumentale opera La beatificazione dei Servi di Dio e la Canonizzazione dei Beati di Benedetto XIV-Prospero Lambertini.[4] Proprio riguardo a quest’opera, tuttavia, il papa Pio XII aveva preparato una commemorazione da farsi nella prima quindicina di novembre del 1958; il testo, però, egli non poté leggerlo in pubblico per l’intervenuta sua morte, il 9 ottobre 1958. Ciononostante, anche per la sua rilevanza il documento pacelliano fu egualmente inserito nell’edizione vaticana dei suoi Discorsi.[5]

Dell’opera di Benedetto XIV Pio XII mise in evidenza anzitutto la compiutezza di documentazione. Un secondo tema, quasi congiunto al primo, il Papa lo individuò e indicò «nell’aver derivato dalla tradizione ecclesiastica con esattezza e fedeltà i criteri, secondo i quali i fatti e le opere dei Santi, nonché la testimonianza cruenta della loro fede, sono da giudicare». Come terzo punto Pio XII si soffermò in particolare su ciò che secondo Benedetto XIV è da intendersi per virtus heroica, ossia esigere «da una parte, in ogni Santo, una vita di virtù corrispondente al particolare suo stato, e sempre di nuovo, [esigere] una virtù superiore all’ordinaria del comune cristiano». Ciò premesso, Pio XII così proseguì:

Coloro, come molti tra voi, che si occupano dei processi di Beatificazione e Canonizzazione, considerano a giusto titolo Benedetto XIV il « Maestro » per eccellenza dei loro ordinamenti. Tuttavia sappiamo che nelle vostre file si discute se ciò debba intendersi nel senso che gli ordinamenti di lui rappresentino il punto di arrivo nella perfezione dello sviluppo di detti processi, oltre il quale non è possibile avanzare; oppure se la sua opera rappresenti soltanto un elevato stadio verso ulteriore perfezionamento. Stabilito che la visione della santità cattolica, quale è offerta dal Papa Lambertini, ha ed avrà valore permanente, è lecito, ed anche utile, discutere sulla perfettibilità della prassi processuale da lui stabilita, poiché stimiamo che non corrisponderebbe né al pensiero, né alle intenzioni dello stesso Benedetto XIV, se si volesse lasciare il processo nella rigida forma, che aveva al suo tempo e quale si presenta nell’opera sua. La legge dello sviluppo storico delle umane istituzioni potrebbe imporre, anche in questa materia, alcuni rinnovamenti dell'ordinamento processuale, affine di renderlo più atto ad assolvere i suoi uffici, divenuti sempre più complessi e numerosi nei due secoli scorsi.

Un primo elemento passibile di miglioramento riguardava, dunque, la possibilità di ricorrere ai nuovi mezzi tecnici (e non più al solo testo manoscritto) per la produzione degli Atti. Un secondo punto interessava il ricorso alle discipline mediche per ciò che attiene il riconoscimento di un miracolo e questo «sia per il giudizio da formulare sui precedenti psicofisici e psicologici nella vita del Servo di Dio come sulla verità dei miracoli che si attribuiscono alla sua intercessione dopo morte». Un terzo punto di miglioramento indicato da Pio XII concerneva alcuni alleggerimenti nelle esigenze procedurali. Una quarta, ma non ultima questione, il Papa la indicò mediante degli interrogativi:

È sempre sicuro, almeno nel grado che si riconosceva, che le deposizioni giurate di quei testimoni diano certezza oggettiva alla verità? La indagine psicologica, oggi più sviluppata che nel passato, e l’esperienza giudiziaria di cui si è in possesso, manifestano dubbi e consigliano cautela. Sono forse le risposte ai fissati interrogativi e agli articoli, sufficienti per formarsi una piena ed esatta idea della persona di cui si tratta? Non sarebbe forse opportuno, come controprova o complemento, un rapporto riassuntivo di competenti testimoni o di periti, specialmente se il processo ha per oggetto personaggi che ebbero una parte notevole nella vita pubblica?

In concreto il Papa sottolineava l’importanza da assegnare all’indagine psicologica e questo sia, come prima detto, riguardo alle condizioni psicofisiche e psicologiche del Servo di Dio, sia circa le analoghe condizioni dei testimoni.

Le istanze di Pio XII iniziarono a trovare delle applicazioni con il m. p. Sanctitatis clarior di san Paolo VI (19 marzo 1969) e poi con la cost. apost. Divinus Perfectionis Magister (1983) di san Giovanni Paolo II. Ancora Paolo VI aveva provveduto, con la cost. apost. Sacra Rituum Congregatio dell’8 maggio 1969, a distinguere l’allora Congregazione dei Riti in due Congregazioni: una per le Cause dei Santi e l’altra per il Culto cui si affidava la competenza in tutto ciò che in forma diretta e immediata si riferisce al culto divino nel Rito romano e negli altri Riti latini.

All’interno della riflessione su questa «perfettibilità» delle Cause di Canonizzazione vale la pena inserire un intervento di J. Ratzinger, già all’epoca in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Accadde, dunque, che la sera del 13 marzo 1989 egli tenne a Seregno, un centro lombardo della Brianza, una conferenza su «La fede nel mondo contemporaneo». Rispondendo, poi, a una domanda che riguardava l’incremento di beatificazioni e canonizzazioni avvenuta durante il pontificato di Giovanni Paolo II, Ratzinger riconosceva che effettivamente da una decina d’anni era aumentato il numero delle persone elevate all’onore degli altari e che fra queste c’erano anche «persone che forse dicono qualcosa ad un certo gruppo, ma non dicono troppo alla grande moltitudine dei credenti». Suggeriva, quindi, per il futuro, l’utilità di una riflessione sulla «priorità» da assegnare, nel grande numero dei candidati alla santità, «a figure portatrici di un messaggio più universale». La risposta fu ripresa da alcuni organi di stampa e da qualcuno spiegata come una critica a Giovanni Paolo II, responsabile di una vera e propria proliferazione di santi. Questa interpretazione rese necessarie alcune puntualizzazioni, che J. Ratzinger affidò al periodico 30Giorni, il quale le rese pubbliche nella edizione del maggio dello stesso anno.[6] Dalle sue risposte è possibile trarre alcune precisazioni utili al nostro scopo.

J. Ratzinger ricordava anzitutto un dato fondamentale e cioè che «l’introduzione di un processo [di beatificazione e di canonizzazione] è già una scelta all’interno di una molteplicità assai più grande», legata ad alcune contingenze storiche. Si tratta, in breve, della questione della attualità di una beatificazione e canonizzazione, legata al dovere di «porre sotto gli occhi della cristianità quelle figure che più di tutte ci rendano visibile la Santa Chiesa tra tanti dubbi sulla sua santità».

In secondo luogo Ratzinger richiamava la distinzione tra beatificazione e canonizzazione, sulla quale riteneva utile una ulteriore riflessione. Al riguardo sarà lo stesso Ratzinger/Benedetto XVI a disporre, anche a livello rituale, una più chiara distinzione tra beatificazione, che sotto il profilo cultuale ha un carattere più ristretto, e canonizzazione, che attribuisce ad un Beato/Beata il culto per tutta la Chiesa.[7]

Un terzo elemento sottolineato da Ratzinger era la necessità di dare una certa priorità a «quei paesi in cui finora ci sono pochi santi canonizzati, proprio per far giungere lì il messaggio della santità in modo più percettibile, e anche per evidenziare la cattolicità della Chiesa al di qua e al di là della morte». In tale contesto sottolineava l’importanza dei «piccoli santi», come Teresa di Lisieux.

Sul tema della «perfettibilità» nelle Cause di Canonizzazione Benedetto XVI interverrà di fatto con la sua Lettera ai partecipanti alla sessione plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi del 24 aprile 2006, che vale davvero la pena di riassumere.

Anzitutto il Papa sottolineava che le Cause dei Santi «sono considerate “cause maggiori” sia per la nobiltà della materia trattata sia per la loro incidenza nella vita del popolo di Dio». Raccomandava, per questo, di istruire e studiare le Cause «con somma cura, cercando diligentemente la verità storica, attraverso prove testimoniali e documentali “omnino plenae”, poiché esse non hanno altra finalità che la gloria di Dio e il bene spirituale della Chiesa e di quanti sono alla ricerca della verità e della perfezione evangelica».

La raccomandazione non era rivolta solo alla Congregazione delle Cause dei Santi, ma anche – se non prioritariamente – ai vescovi diocesani, perché decidano «coram Deo quali siano le Cause meritevoli di essere iniziate», valutando anzitutto «se i candidati agli onori degli altari godano realmente di una solida e diffusa fama di santità e di miracoli oppure di martirio».[8]

Un secondo punto toccato dal Papa nella sua lettera riguardava la questione del «miracolo nelle Cause dei Santi». Il terzo tema toccava la questione del martirio, in una Chiesa divenuta nuovamente «Chiesa dei Martiri». Dopo avere richiamato i mutati contesti culturali del martirio e le strategie ex parte persecutoris,[9] il Papa ribadiva la necessità di «reperire prove inconfutabili sulla disponibilità al martirio, come effusione del sangue, e sulla sua accettazione da parte della vittima, ma è altrettanto necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’“odium fidei” del persecutore».[10]

Un altro punto riguardava, nella istruzione delle Cause, l’importanza di andare incontro sia alle esigenze degli studiosi, sia ai desideri dei Vescovi circa una maggiore agilità di procedura, senza però venir meno alla «solidità delle ricerche in un affare di tanta importanza».[11]

Si aggiungerà che con la lettera apostolica Maiorem hac dilectionem dell’11 luglio 2017 Papa Francesco ha arricchito la tipologia per le beatificazioni e canonizzazioni con la fattispecie della oblatio vitae, «offerta della vita».

Le proposte presenti nei saggi qui riportati non hanno ovviamente tale rilevanza; potrebbero, tuttavia, essere delle indicazioni per uno sguardo nuovo su questioni antiche.

 

Marcello Card. Semeraro

 

Edizioni Orantes - ISBN 979-1-29851-274-0

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[1] Discorso al Collegio dei Postulatori di Cause di Beatificazione e Canonizzazione della Congregazione delle Cause dei Santi, 17 dicembre 2007.

[2] Cf. le due voci Beatificazione e Canonizzazione scritte da G. Löw per la «Enciclopedia Cattolica»: II, cc. 1090-1110 e III, cc. 569-607, evidentemente aggiornate all’epoca della pubblicazione (1949). Più recenti, V. Criscuolo, Evoluzione storica del culto e delle procedure di canonizzazione, in V. Criscuolo, C. Pellegrino, R. Sarno (a cura di), «Le Cause dei Santi», L.E.V., Città del Vaticano, 2018, pp. 165-224. Cf. pure S. Indelicato, Il processo apostolico di beatificazione, “Scientia Catholica”, Roma 1945; G. Papa, Le Cause di canonizzazione nel primo periodo della Congregazione dei Riti, Urbanian University Press, Roma 2001; F. Veraja, Le Cause di canonizzazione dei santi, L.E.V., Città del Vaticano 1992, che studia in particolare l’attuale prassi avviata con la cost. apost. Divinus perfectionis Magister (25 gennaio 1983) di Giovanni Paolo II. Cf. pure i due volumi di J.L. Gutiérrez, Studi sulle Cause di Canonizzazione, Giuffrè ed., Milano 2005 e Nuovi studi sulle Cause di Canonizzazione, Giuffrè ed., Milano 2022 nonché i contributi raccolti nella Miscellanea in occasione del IV centenario della Congregazione per le Cause dei Santo (1588-1988), Città del Vaticano 1988.

[3] Si veda già la prassi seguita nella Chiesa cattolica dal Rinascimento a Benedetto XVI, cf. M. Gotor, Chiesa e santità nell'Italia moderna, Laterza, Roma-Bari 2004.

[4] Di essa tra il 2010 e il 2022 la Congregazione delle Cause dei Santi ha pubblicato presso la L.E.V. l’edizione bilingue latino-italiana in quattro volumi distribuiti in nove tomi, curati fin dal principio dal benemerito p. V. Criscuolo. L’opera è non solo iniziale, ma fondamentale punto di riferimento sicché nel Dicastero delle Cause dei Santi Prospero Lambertini-Benedetto XIV è noto come il Magister. Ciò non toglie che, come scrive G. Löw nella citata voce Canonizzazione approntata per l’«Enciclopedia Cattolica», l’opera appaia «oggi alquanto farraginosa, ma il suo indiscusso merito consiste nell’aver riunito un immenso materiale. Egli però lo presenta da canonista e non da storico, onde la sua tendenza a sistemarlo spesso in modo troppo formalistico. La parte teologico-dottrinale invece è eccellente. Per il fatto che l’autore fu in seguito elevato al sommo pontificato, la sua opera acquistò una notevolissima autorità, pressoché indiscussa anche oggi» (III, c. 605).

[5] Cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XX, Ventesimo anno di Pontificato, 2 marzo - 9 ottobre 1958, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1959, pp. 453-472. Cf. P. Palazzini, La perfettibilità della prassi processuale di Benedetto XIV nel giudizio di Pio XII, in Congregazione per le Cause dei Santi, Miscellanea in occasione del IV centenario cit., pp. 61-87.

[6] Cf. M. Ricci, Qualche dato falso e… La polemica è servita, in «30Giorni» n. 5 maggio 1989, pp. 18-20 cui, alle pp. 20-22 segue l’intervista a J. Ratzinger dal titolo Non ho mai detto che sono troppi.

[7] Cf. Comunicazione della Congregazione delle Cause dei Santi sulle nuove procedure nei riti della beatificazione, ne «L’Osservatore Romano» del 29 settembre 2005, p. 1.

[8] La Lettera prosegue: «Tale fama, che il Codice di Diritto Canonico del 1917 voleva che fosse “spontanea, non arte aut diligentia procurata, orta ab honestis et gravibus personis, continua, in dies aucta et vigens in praesenti apud maiorem partem populi” (can. 2050, § 2), è un segno di Dio che indica alla Chiesa coloro che meritano di essere collocati sul candelabro per fare “luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,15). È chiaro che non si potrà iniziare una Causa di beatificazione e canonizzazione se manca una comprovata fama di santità, anche se ci si trova in presenza di persone che si sono distinte per coerenza evangelica e per particolari benemerenze ecclesiali e sociali».

[9] In proposito il Papa accennava alla importante questione che oggi il persecutore «sempre meno cerca di evidenziare in modo esplicito la sua avversione alla fede cristiana o ad un comportamento connesso con le virtù cristiane, ma simula differenti ragioni, per esempio di natura politica o sociale».

[10] A tale riguardo Benedetto XVI ribadiva: «Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa. Il concetto di “martirio”, riferito ai Santi e ai Beati martiri, va inteso, conformemente all’insegnamento di Benedetto XIV, come: “voluntaria mortis perpessio sive tolerantia propter Fidem Christi, vel alium virtutis actum in Deum relatum”… È questo il costante insegnamento della Chiesa».

[11] Sul magistero in materia di Benedetto XVI, cf. G. Furioni, La santità nel magistero di Benedetto XVI, in «Quaderni Carmelitani» n. 23, 2006, pp. 23-45.