85 Martiri Inglesi

85 Martiri Inglesi

(dal 1535 al 1681)

Beatificazione:

- 22 novembre 1987

- Papa  Giovanni Paolo II

Ricorrenza:

- 4 maggio

George Haydock (1556-1584) e 84 compagni (63 sacerdoti e 21 laici) (XVI-XVII sec.), martiri d’Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, per aver mantenuto la fedeltà alla Chiesa di Roma furono condannati a morte e a Tyburn sventrati ancora vivi

  • Biografia
  • omelia di beatificazione
“Tutti riceveranno la vita in Cristo” . . . dal quale “verrà . . . la risurrezione dei morti” (1 Cor 15, 22.21)

 

Durante il periodo che va dal 1535 al 1681 la persecuzione religiosa fu molta diffusa in Inghilterra, Galles e Scozia. Fin da quel tempo di persecu­zione, i cattolici che diedero la loro vita per la fedeltà a Cristo e alla Chiesa vennero considerati come martiri. Come tali, essi furono venerati segretamen­te nel Regno Unito - ancora in stato di persecuzione - e più apertamente all'estero.

All'origine delle cruente persecuzioni contro i cattolici inglesi del secolo XVI e XVII sta lo scisma d'Inghilterra, provocato da Enrico VIII con l'Atto di supremazia del 3 novembre 1534. Questo solco scavato tra Roma e Lon­dra venne poi approfondito dalle riforme anticattoliche di Edoardo VI (1547-1553) e, dopo un fragile periodo di restaurazione cattolica da parte di Maria Tudor (1553-1558), di Elisabetta (1558-1603), che dimostrò un impla­cabile odio antiromano. Fu proibita la messa con l'Atto di uniformità (1559), furono imposte le idee luterane e calviniste con i 39 articoli del 1563 e la dottrina cattolica fu proclamata un coacervo di superstizioni e di prati­che idolatriche. Furono eseguite altre esecuzioni capitali, specialmente dopo la scomunica del 1570 e le conseguenti leggi di rappresaglia del 1571, che fece numerosissime vittime soprattutto tra i cosiddetti preti seminaristi. Il lo­ro arrivo, infatti, segnò l'immediata ripresa della persecuzione.
Molti di essi erano stati educati in diversi Collegi all'estero: nel collegio di Douai (poi Reims) in Francia, fondato dal futuro cardinale Guglielmo Al­len nel 1568, a Valladolid in Spagna, a Roma in Italia e a Vilna in Lituania, eretti appunto per la formazione dei giovani sacerdoti da inviare poi nella loro patria di origine. Tutti sapevano come il loro ritorno in Inghilterra equivaleva ad una sentenza di morte.
Questi collegi erano inoltre centri di informazione e di diffusione di noti­zie su ciò che accadeva in quelle terre. In essi si custodiva anche il ricordo di quanti, una volta partiti, erano stati arrestati e giustiziati in Inghilterra, Galles e Scozia. Qui si pregava davanti ai loro ritratti e si teneva viva, come anche in molti altri posti, la venerazione di questi martiri.
Ciò portò alla formulazione della teoria governativa che ogni prete ingle­se, ogni missionario era un traditore, e che tutti quelli che erano inviati da Roma erano spie, agitatori, cospiratori contro la vita della regina, fino a giungere alla proclamazione dell'editto del 23 novembre 1584 circa la sicu­rezza personale della regina. Nel gennaio del 1585 fu approvata una legge ancora più severa contro i cattolici, allo scopo di privarli di ogni assistenza spirituale e di ogni ministero sacerdotale. Infatti, la legge ordinava a tutti i sacerdoti di abbandonare entro un dato tempo 1'Inghilterra, proibiva ai gio­vani inglesi di diventare seminaristi nel continente, diffidandoli in caso con­trario dal ritornare, pena la morte per alto tradimento. Infine, la legge esten­deva la pena capitale a tutti coloro che li avessero ospitati ed avessero forni­to loro vitto e alloggio.
L'ultimo editto di persecuzione emanato da Elisabetta il 2 novembre 1602 ordinò l'esilio di tutto il clero cattolico, pena la consueta sentenza di morte riservata ai traditori per chi fosse rimasto nel regno o vi fosse rientra­to ed anche per chiunque avesse dato alloggio o aiuto a qualche sacerdote. Dopo la morte di Elisabetta e con l'avvento al trono di Jakob I Stuart (1603-1625), la situazione non mutò. Ai cattolici venne imposto, tra l'altro, il giuramento contro i poteri del papa e di assoluta fedeltà al re, che compor­tava l'immediata condanna contro chiunque si fosse rifiutato di prestarlo.

Vittima di queste leggi di repressione fu, fra altri, anche il gruppo degli 85 martiri qui elencati, composto da 63 sacerdoti, di cui 55 diocesani, 5 francescani, 2 gesuiti e 1 domenicano, e 22 laici. La maggior parte di essi fu condannata in base alla Legge Parlamentare del 1585, Legge contro Gesuiti, sacerdoti diocesani e persone similmente disobbedienti. In forza di questa legge, chiunque era stato ordinato sacerdote cattolico all'estero dopo il 24 giugno 1559 e penetrava nel Regno Unito o vi rimaneva era considerato colpevole di alto tradimento. Oltre a ciò, questa legge dichiarava reato ogni assistenza data a tali persone. Degli ottantacinque qui elencati ben settantacinque furo­no condannati in base a questa legge.
Non sorprende il fatto che in questo gruppo di martiri il numero dei sa­cerdoti sia così alto se si pensa che la legge del 1585 era primariamente di­retta a sopprimere i sacerdoti cattolici. È da rilevare, che molti di questi sa­cerdoti condannati a morte erano di giovane età. Essi, sfidando i rigori della legge tornavano clandestinamente ma coraggiosamente nella loro patria, dopo essere stati formati nei collegi di Douai, Valladolid, Roma e Vilna, con l'uni­co scopo di diffondere il vangelo e di garantire la vita della Chiesa cattolica. Scoperti, furono giustiziati per la loro fedeltà alla chiesa di Cristo.

Il primo esempio di tale fermezza fu dato da George Haydock. Nato nel 1556 a Lancashire, studiò a Douai e Roma e fu ordinato sacerdote il 21 di­cembre 1581. Al suo arrivo a Londra, il 6 febbraio 1582, venne subito arre­stato e chiuso nella Torre ove per un anno e tre mesi visse nel buio e in piena solitudine. Messo poi sotto custodia normale, ebbe la possibilità di amministrare i sacramenti ai suoi compagni. Denunciato di nuovo insieme ad altri, il 2 febbraio 1584, venne impiccato. Quando lo tolsero dal patibolo era ancora vivo e perciò fu sventrato.

Insieme ai sacerdoti furono perseguitati anche i laici che davano loro ospitalità o che collaborarono con essi. Infatti, i 22 laici di questo gruppo di martiri sono stati condannati, perché erano stati sorpresi ad aiutare i sacer­doti o la Chiesa cattolica. Essi testimoniano per le migliaia di persone che misero a rischio la loro vita per sostenere e facilitare il compito di coloro che erano stati ordinati sacerdoti nei seminari allora funzionanti all'estero. Senza l'aiuto dei laici, i sacerdoti non avrebbero potuto vivere e operare in Gran Bretagna in quei tempi. Si deve inoltre ricordare che la maggior parte di questi sacerdoti proveniva da famiglie in cui la generosità verso i sacerdo­ti era grande.
Il primo di questo gruppo, che dovette pagare il suo lavoro con la vita, fu il tipografo William Carter. Nato a Londra nel 1548, tipografo e per anni segretario dell'ultimo Arcidiacono di Canterbury, Nicola Harpsfield, dopo la morte di questi fondò una tipografia. In essa stampò, tra altri libri cattolici, anche la nuova edizione di « Un trattato sullo scisma » di Gregory Martins, per cui nel 1580 venne messo in prigione e torturato. Infine il 10 gennaio 1584 fu impiccato e sventrato.
Fu soltanto in seguito alla restaurazione della Gerarchia Cattolica in In­ghilterra e Galles, avvenuta nel 1850, che si poté affrontare efficacemente il lavoro per la Causa dei martiri di quei tempi nel Regno Unito. Cinquanta­quattro di essi furono beatificati da Papa Leone XIII nel 1886, e altri nove nel 1895. Due di questi, John Fisher e Thomas More, furono poi canonizza­ti da Pio XI nel 1935.
Nel 1923 vennero svolte indagini e nel 1929 duecentotrentaquattro marti­ri vennero considerati, da parte del Promotore della Fede, come possibili candidati alla beatificazione.
Il 25 ottobre 1970, vennero canonizzati da Paolo VI quaranta dei predet­ti martiri, undici dei quali appartenevano al gruppo dei beati del 1886 e ventinove a quello del 1929. Nel corso della cerimonia di Canonizzazione Papa Paolo VI pronunciò questo messaggio: « Possa il sangue di questi Mar­tiri sanare le profonde ferite che sono state inflitte alla Chiesa di Dio dalla separazione della Chiesa Anglicana dalla Chiesa Cattolica. None è forse una – ci chiedono questi Martini – la Chiesa fondata da Cristo? None è questa la loro testimonianza? ».
Mentre si svolgevano i lavori di preparazione per la canonizzazione dei Quaranta Martiri, il materiale storico e giuridico riguardanti gli altri non an­cora beatificati veniva accuratamente riesaminato ed arricchito. Infine, all'ini­zio di ottobre 1978, si poté consegnare alla Congregazione per le Cause dei Santi il materiale riferentesi a ottantaquattro martiri. Ad esso si aggiunse in seguito, dietro richiesta della Gerarchia Scozzese, anche quello riguardante  il Venerabile George Douglas.
Può fare meraviglia, forse, che nel gruppo dei martiri beatificati nel 1987 non ci sia nemmeno una donna. Chi conosce la storia di queste penose per­secuzioni sa che furono molte le donne che si prodigarono con uguale intre­pida generosità. Però il numero di quelle che furono di fatto giustiziate è notevolmente inferiore, per il semplice fatto che le autorità di allora avevano un grande ritegno nel mandare a morte delle donne. Quindi, pur essendo parecchie le condannate, poche furono condotte al patibolo e subirono una morte violenta. Fra queste siano menzionate due grandi figure: Margaret Cli­therow e Anne Line, entrambe canonizzate da Paolo VI nel 1970.

Al termine di questo elenco di martiri ci si può chiedere se in un'era contrassegnata da un autentico movimento verso la riconciliazione e l'unità non sia opportuno considerare la Riforma come uno scomodo episodio del passato che deve essere dimenticato. Dinanzi a tali opinioni è doveroso ricordare che soltanto quando saremo capaci di guardare oggettivamente gli eventi del passato, per quanto penosi essi possono essere, saremo sinceri nel­la ricerca dell'unità. Così si legge nella dichiarazione congiunta dell'Arcive­scovo di Canterbury, Dr. Robert Runcie, e dell'Arcivescovo di Westminster, Cardinale Basile Hume, diffusa in occasione della beatificazione degli 85 martiri: « In occasione della beatificazione di ottantacinque martiri d'Inghil­terra, Scozia e Galles, ci uniamo per esprimere la nostra gratitudine a Dio... La loro semplicità e l'eroica testimonianza data della fede dei loro padri, in­sieme alla priorità che essi attribuivano a Cristo e alla coscienza, possono es­sere di ispirazione anche per coloro i cui padri spirituali avevano convinzio­ni cristiane diverse ».

Il 22 novembre 1987 Georg Haydock e ottantaquattro compagni sono stati beatificati da Papa Giovanni Paolo II.

 

(fonte: santiebeati.it)

RITO DI BEATIFICAZIONE DI 85 MARTIRI INGLESI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 22 novembre 1987

 

1. “Tu sei il re . . .?”. “Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 33.37).

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico leggiamo questo dialogo di Cristo con Pilato. Infatti celebriamo oggi la solennità di Cristo Re.

In questo giorno ci è dato pure di compiere il rito della beatificazione di George Haydock e di 84 martiri inglesi.

Martire è colui che, a somiglianza di Cristo, rende testimonianza alla verità. Più ancora: rende testimonianza alla stessa Verità che è Cristo.

Davanti a Pilato Cristo disse: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37).

Ecco stanno davanti a noi degli uomini, dei quali si può dire veramente che sono stati “dalla verità”. Uomini che “hanno ascoltato la voce” di Cristo: primo ed eterno testimone della Verità.

2. I martiri inglesi, che stanno oggi al cospetto della Chiesa, hanno confermato la loro testimonianza alla Verità col sacrificio, della vita.

Hanno creduto sino alla fine nella croce di Cristo.

Hanno creduto contemporaneamente nella potenza della sua risurrezione.

Tutti riceveranno la vita in Cristo” . . . dal quale “verrà . . . la risurrezione dei morti” (1 Cor 15, 22.21).

I martiri, la cui gloria oggi proclama la Chiesa, hanno dato la loro vita per rendere testimonianza alla Verità. Hanno subìto la morte. Subendo la morte, hanno professato la fede nella Vita. In quella Vita, che è stata rivelata al mondo nella risurrezione di Cristo.

In tal modo hanno reso testimonianza anche alla Vita, che per opera di Gesù Cristo è più potente della morte.

La testimonianza alla Verità e la testimonianza alla Vita: ecco questo è il pieno significato del martirio a somiglianza di Cristo crocifisso e risorto. Il suo mistero pasquale rivela il proprio volto redentore nella morte dei martiri, subita per rendere testimonianza alla Verità.

3. Questa festa di Cristo Re proclama che ogni potere terreno viene fondamentalmente da Dio che il suo regno è il nostro primo e durevole interesse e che l’obbedienza alle sue leggi è più importante di ogni altra obbligazione o fedeltà.

Tommaso Moro, che è il più inglese dei santi, dichiarò sul patibolo: “Muoio da buon servitore del re, ma prima di tutto come servitore di Dio”. In questo modo egli testimoniò il primato del regno.

Oggi abbiamo proclamato beati altri ottantacinque martiri: dell’Inghilterra, Scozia e Galles e uno dell’Irlanda. Ognuno di loro scelse di essere “servitore di Dio, innanzitutto”. Essi abbracciano coscientemente e volentieri la morte per amore di Cristo e della Chiesa. Anch’essi scelsero il regno sopra ogni altra cosa. Se il prezzo doveva essere la morte essi lo pagarono con coraggio e con gioia.

Il beato Nicholas Postgate accolse la sua esecuzione “come una scorciatoia per il paradiso”. Il beato Joseph Lambton incoraggiò tutti coloro che stavano morendo con lui con le parole: “Siamo felici, per domani spero che avremo una colazione paradisiaca”. Il beato Hug Taylor, non conoscendo il giorno della sua morte, disse: “Come sarei felice se questo venerdì, nel quale Cristo è morto per me, potessi incontrare la morte per lui”. Ricevette l’esecuzione proprio in quel giorno venerdì 6 novembre 1585. Il beato Henry-Heath, che morì nel 1643, ringraziò la corte per averlo condannato dandogli “l’onore particolare di morire con Cristo”.

4. Tra questi ottantacinque martiri troviamo sacerdoti e laici, studiosi e operai. Il più anziano aveva ottant’anni e il più giovane non più di ventiquattro. C’erano tra di loro uno stampatore, un mediatore, un operaio di scuderia e un sarto. Ciò che unisce tutti loro è il sacrificio delle loro vite a servizio di Cristo loro Signore.

I sacerdoti tra loro desideravano solo nutrire il loro popolo con il Pane di vita e con la Parola del Vangelo. Fare ciò significava rischiare la propria vita. Ma per loro il prezzo era non caro se paragonato alle ricchezze che essi potevano portare alla loro gente nel santo sacrificio della Messa.

Ventidue laici in questo gruppo di martiri condivisero totalmente lo stesso amore per l’Eucaristia. Anch’essi rischiarono ripetutamente le loro vite, lavorando insieme ai loro sacerdoti, e proteggendoli. Laici e sacerdoti lavorarono insieme; insieme salirono al patibolo, insieme accolsero la morte. Molte donne che non sono incluse oggi in questo gruppo di martiri, soffrirono anch’esse per la loro fede e morirono in prigione. Esse hanno guadagnato la nostra ammirazione e il nostro ricordo.

5. Questi martiri hanno dato la propria vita per la loro fedeltà al successore di Pietro, egli solo è il pastore dell’intero gregge. Essi hanno dato la propria vita anche per l’unità della Chiesa, dal momento in cui essi hanno condiviso la fede della Chiesa, inalterata negli anni, che al successore di Pietro è stato dato il compito di servire e assicurare “l’unità del gregge di Cristo” (Lumen Gentium, 22). Cristo gli ha assegnato il ruolo particolare di confermare la fede ai suoi fratelli.

I martiri hanno colto l’importanza del ministero petrino. Hanno dato le loro vite piuttosto che negare questa verità della loro fede. Nel corso dei secoli la Chiesa in Inghilterra, Galles e Scozia ha tratto ispirazione da questi martiri e continua nell’amore alla Messa e nella fedele adesione al vescovo di Roma. La stessa fedeltà e testimonianza al Papa è dimostrata oggi ogni volta che il lavoro di rinnovamento della Chiesa è portato avanti in accordo con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e in comunione con la Chiesa universale.

6. Il culmine di questo rinnovamento, al quale lo Spirito Santo chiama la Chiesa, è il lavoro per quell’unità tra i cristiani per la quale Cristo stesso ha pregato. Dobbiamo gioire che le ostilità tra i cristiani, che colpirono l’epoca di questi martiri sono finite, sostituite dall’amore fraterno e dalla stima reciproca.

Diciassette anni fa furono canonizzati quaranta della gloriosa compagnia dei martiri. La preghiera della Chiesa di quel giorno era che il sangue di quei martiri fosse sorgente di soluzione per la divisione tra i cristiani. Oggi possiamo ringraziare convenientemente per il progresso fatto nel frattempo verso la più piena comunione tra anglicani e cattolici. Rallegriamoci della più profonda comprensione, della più ampia collaborazione e della comune testimonianza che ha avuto luogo attraverso il potere di Dio.

Nei giorni dei martiri che onoriamo oggi, c’erano altri cristiani che morirono per il loro credo. Possiamo ora apprezzare e rispettare il loro sacrificio. Rispondiamo insieme alla grande sfida che confronta quelli che predicano il Vangelo nella nostra epoca. Siamo coraggiosi e uniti nella professione del nostro comune Signore e Maestro, Gesù Cristo.

7. Nella liturgia odierna domina la persona del pastore: “Il Signore è il mio pastore” (Sal 23, 1). I pensieri del salmista e del profeta Ezechiele seguono le stesse orme.

Attraverso la persona del pastore - del buon pastore - possiamo penetrare, in modo più semplice, la realtà del regnare di Cristo. In lui tutto è regnare, tutto è regno, la sua venuta, la nascita dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, il suo Vangelo, la sua croce e la sua risurrezione. In tutto ciò si rivela Cristo Re come compimento dell’immagine del pastore, di cui l’Antico e il Nuovo Testamento sono profondamente penetrati.

San Paolo ci introduce nella prospettiva definitiva di questo regnare di Cristo, che riempie la storia dell’umanità.

L’Apostolo scrive: “Bisogna . . . che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte . . . E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 25.26.28).

8. Beati voi, martiri!

Voi che avete scelto la morte, per rendere testimonianza alla Verità!

Rallegratevi! Ecco la morte sarà annientata da Cristo come “l’ultimo nemico”. Il regno di Dio è regno di Verità e di Vita.

Rallegratevi! La vostra testimonianza ha lasciato orme profonde su cui cammina la Chiesa nella vostra patria, e contemporaneamente in tutto il mondo.

Queste orme conducono verso il regno, che non tramonta.

Rallegratevi! Attraverso la vostra testimonianza si sta preparando il compimento definitivo del mondo in Cristo, quando “Dio sia tutto in tutti”.

Rallegratevi!