Causa in corso
Ján Havlík
- Venerabile Servo di Dio -

Ján Havlík

(† 1965)

Seminarista della Società dei Missionari di San Vincenzo de’ Paoli; il regime comunista tentava di realizzare un progetto di estinzione del fenomeno religioso, in particolare, contro la Chiesa cattolica e i suoi ministri. Ján non agì mai contro lo Stato e la sua persecuzione fu motivata esclusivamente dalla fede cattolica e dalla fedeltà alla Chiesa di Roma

  • Biografia
Ridotto allo stremo delle forze, visse gli ultimi tre anni con edificante serenità e totale abbandono alla volontà di Dio

 

Ján Havlík nacque il 12 febbraio 1928 a Vlčkovany (Slovacchia), in una famiglia molto povera. Nel 1943, entrò nella Scuola Apostolica della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli a Banská Bystrica e, nel 1949, iniziò il noviziato a Ladce.

A causa della persecuzione comunista, nel 1950 la Scuola Apostolica venne chiusa e Ján fu costretto a trasferirsi a Kostolná con la motivazione di una “rieducazione politica” di un paio di settimane per poi essere costretto a lavorare nel cantiere della diga a Puchov e in una ditta statale a Nitra. Contemporaneamente, in maniera clandestina, continuò il percorso di formazione religioso fino a quando, il 29 ottobre 1951, superiori e seminaristi vennero arrestati. Dopo durissimi interrogatori e torture, il 5 febbraio 1953, fu condannato a 14 anni di prigionia per alto tradimento e venne condotto dapprima nel campo di lavoro di Ostrov, poi in quello di Bytíz a Příbram. Nel processo d’appello la pena gli venne ridotta a dieci anni.

Le condizioni durissime della prigionia compromisero gravemente la sua salute fisica. Nell’autunno 1958, in seguito all’accusa di far parte di un’associazione clandestina di detenuti, egli si difese dichiarando di aver svolto solo attività di evangelizzazione e di preghiera nei confronti di alcuni prigionieri. A causa di ciò, gli fu aggiunto un altro anno di prigionia. Il 27 maggio 1958 fu internato nel carcere di Praga. Le sue condizioni fisiche peggiorarono notevolmente, giungendo ad essere ricoverato in un ospedale psichiatrico con la diagnosi di “sindrome nevrastenica con disturbo depressivo”.

Il 7 maggio 1959 fu internato nel carcere di Valdice e poi nuovamente trasferito a Praga nell’ottobre 1960. L’ultimo periodo di prigionia fu a Ilava e, il 29 ottobre 1962, venne rilasciato per aver concluso lo sconto della pena. Il suo fisico era gravemente e irrimediabilmente compromesso. Infatti, il 27 dicembre 1965 morì improvvisamente a Skalica (Slovacchia).

Riguardo al martirio materiale, fu dimostrato che le durissime condizioni di vita e i lavori forzati contribuirono ad un costante deterioramento della sua salute, con un conseguente grave scompenso cardiaco, senza ricevere cure adeguate. Le sue condizioni di salute peggioravano progressivamente anche a causa della somministrazione di droghe da parte dei carcerieri che gli provocarono problemi di natura psichica. Le varie istanze presentate per ottenere la liberazione condizionale o l’amnistia furono respinte perché Havlík era ritenuto un soggetto ideologicamente ostile al regime in quanto “clericale”. Fu rilasciato il 29 ottobre 1962, dopo aver scontato la pena per intero, ma le sue condizioni fisiche erano talmente precarie che spesso era costretto a rimanere a letto per lunghi periodi. Morì prematuramente tre anni dopo la liberazione in conseguenza dei maltrattamenti fisici e psichici subiti durante la prigionia.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, il regime comunista tentava di realizzare un progetto di estinzione del fenomeno religioso, in particolare, contro la Chiesa cattolica e i suoi ministri. Egli non agì mai contro lo Stato e la sua persecuzione fu motivata esclusivamente dalla fede cattolica e dalla fedeltà alla Chiesa di Roma. Egli, infatti, si era rifiutato di frequentare i Seminari istituiti dallo Stato e non riconosciuti dalla Santa Sede. Agli occhi del regime la sua colpa era quella di essere cattolico e in formazione verso il sacerdozio. Quando fu rilasciato, dopo aver scontato la pena, era ancora ritenuto un soggetto resistente alla “rieducazione”.

Riguardo al martirio ex parte victimae, Ján, ridotto allo stremo delle forze, visse gli ultimi tre anni con edificante serenità e totale abbandono alla volontà di Dio, riconciliato anche con i suoi aguzzini verso i quali non nutrì alcun risentimento. Era consapevole che la sua professione di fede e il suo rifiuto del regime comunista avrebbero significato per lui persecuzione, carcere e lavori forzati. Accettò il pericolo, continuando ad annunciare il Vangelo agli altri carcerati e ad infondere loro speranza. Inoltre, benché sfinito nel fisico, durante la notte copiava L’Umanesimo integrale di Jacques Maritain per diffonderlo tra i compagni di prigionia. Accettò le ingiustizie, i maltrattamenti e le sofferenze con spirito di pazienza, unito alla Croce di Cristo.

Sin dalla sua morte, Ján Havlík fu considerato da molti un martire per l’eroica testimonianza di fede che aveva pagato con il carcere, i lavori forzati e maltrattamenti di ogni tipo. La sua fama di martirio è continuata nel tempo ed è giunta sino ad oggi, unita ad una certa fama signorum.