Ján Havlík

Ján Havlík

(† 1965)

Beatificazione:

- 31 agosto 2024

- Papa  Francesco

Memoria Liturgica:

- 12 febbraio

Seminarista della Società dei Missionari di San Vincenzo de’ Paoli; il regime comunista tentava di realizzare un progetto di estinzione del fenomeno religioso, in particolare, contro la Chiesa cattolica e i suoi ministri. Ján non agì mai contro lo Stato e la sua persecuzione fu motivata esclusivamente dalla fede cattolica e dalla fedeltà alla Chiesa di Roma

  • Biografia
  • decreto sul martirio
«Dovevamo offrire il sacrificio a Dio sull’altare, ora innalziamo le nostre vite e le nostre sofferenze al posto delle ostie»

 

Ján Havlík nacque il 12 febbraio 1928 a Vlčkovany (Slovacchia), in una famiglia molto povera. Nel 1943, entrò nella Scuola Apostolica della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli a Banská Bystrica e, nel 1949, iniziò il noviziato a Ladce.

A causa della persecuzione comunista, nel 1950 la Scuola Apostolica venne chiusa e Ján fu costretto a trasferirsi a Kostolná con la motivazione di una “rieducazione politica” di un paio di settimane per poi essere costretto a lavorare nel cantiere della diga a Puchov e in una ditta statale a Nitra. Contemporaneamente, in maniera clandestina, continuò il percorso di formazione religioso fino a quando, il 29 ottobre 1951, superiori e seminaristi vennero arrestati. Dopo durissimi interrogatori e torture, il 5 febbraio 1953, fu condannato a 14 anni di prigionia per alto tradimento e venne condotto dapprima nel campo di lavoro di Ostrov, poi in quello di Bytíz a Příbram. Nel processo d’appello la pena gli venne ridotta a dieci anni.

Le condizioni durissime della prigionia compromisero gravemente la sua salute fisica. Nell’autunno 1958, in seguito all’accusa di far parte di un’associazione clandestina di detenuti, egli si difese dichiarando di aver svolto solo attività di evangelizzazione e di preghiera nei confronti di alcuni prigionieri. A causa di ciò, gli fu aggiunto un altro anno di prigionia. Il 27 maggio 1958 fu internato nel carcere di Praga. Le sue condizioni fisiche peggiorarono notevolmente, giungendo ad essere ricoverato in un ospedale psichiatrico con la diagnosi di “sindrome nevrastenica con disturbo depressivo”.

Il 7 maggio 1959 fu internato nel carcere di Valdice e poi nuovamente trasferito a Praga nell’ottobre 1960. L’ultimo periodo di prigionia fu a Ilava e, il 29 ottobre 1962, venne rilasciato per aver concluso lo sconto della pena. Il suo fisico era gravemente e irrimediabilmente compromesso. Infatti, il 27 dicembre 1965 morì improvvisamente a Skalica (Slovacchia).

Riguardo al martirio materiale, fu dimostrato che le durissime condizioni di vita e i lavori forzati contribuirono ad un costante deterioramento della sua salute, con un conseguente grave scompenso cardiaco, senza ricevere cure adeguate. Le sue condizioni di salute peggioravano progressivamente anche a causa della somministrazione di droghe da parte dei carcerieri che gli provocarono problemi di natura psichica. Le varie istanze presentate per ottenere la liberazione condizionale o l’amnistia furono respinte perché Havlík era ritenuto un soggetto ideologicamente ostile al regime in quanto “clericale”. Fu rilasciato il 29 ottobre 1962, dopo aver scontato la pena per intero, ma le sue condizioni fisiche erano talmente precarie che spesso era costretto a rimanere a letto per lunghi periodi. Morì prematuramente tre anni dopo la liberazione in conseguenza dei maltrattamenti fisici e psichici subiti durante la prigionia.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, il regime comunista tentava di realizzare un progetto di estinzione del fenomeno religioso, in particolare, contro la Chiesa cattolica e i suoi ministri. Egli non agì mai contro lo Stato e la sua persecuzione fu motivata esclusivamente dalla fede cattolica e dalla fedeltà alla Chiesa di Roma. Egli, infatti, si era rifiutato di frequentare i Seminari istituiti dallo Stato e non riconosciuti dalla Santa Sede. Agli occhi del regime la sua colpa era quella di essere cattolico e in formazione verso il sacerdozio. Quando fu rilasciato, dopo aver scontato la pena, era ancora ritenuto un soggetto resistente alla “rieducazione”.

Riguardo al martirio ex parte victimae, Ján, ridotto allo stremo delle forze, visse gli ultimi tre anni con edificante serenità e totale abbandono alla volontà di Dio, riconciliato anche con i suoi aguzzini verso i quali non nutrì alcun risentimento. Era consapevole che la sua professione di fede e il suo rifiuto del regime comunista avrebbero significato per lui persecuzione, carcere e lavori forzati. Accettò il pericolo, continuando ad annunciare il Vangelo agli altri carcerati e ad infondere loro speranza. Inoltre, benché sfinito nel fisico, durante la notte copiava L’Umanesimo integrale di Jacques Maritain per diffonderlo tra i compagni di prigionia. Accettò le ingiustizie, i maltrattamenti e le sofferenze con spirito di pazienza, unito alla Croce di Cristo.

Sin dalla sua morte, Ján Havlík fu considerato da molti un martire per l’eroica testimonianza di fede che aveva pagato con il carcere, i lavori forzati e maltrattamenti di ogni tipo. La sua fama di martirio è continuata nel tempo ed è giunta sino ad oggi, unita ad una certa fama signorum.

 

DICASTERO DELLE CAUSE DEI SANTI

 

Bratislaviensis

BEATIFICATIONIS seu DECLARATIONIS MARTYRII

Servi Dei

IOANNIS HAVLÍK

Alumni Seminarii e Societate Missionariorum Sancti Vincentii a Paulo

 († 1965)

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DECRETO SUL MARTIRIO

 

«Dovevamo offrire il sacrificio a Dio sull’altare, ora innalziamo le nostre vite e le nostre sofferenze al posto delle ostie».

 

Questa frase pronunciata dal Servo di Dio Ján Havlík a sua madre, subito dopo il verdetto del giudizio di appello dell’11 giugno 1953 con il quale veniva ridotta la sua condanna da 14 a 10 anni di carcere, dimostra che l’eroico seminarista della Congregazione della Missione ha perfettamente capito il senso dell’offerta della propria vita. La decisione di diventare sacerdote ed evangelizzare i poveri rimase per sempre nel suo cuore.

Nato a Vlčkovany il 12 febbraio 1928, il Servo di Dio trascorse l’infanzia e la giovinezza in famiglia, dove ricevette anche le basi della sua vita spirituale. A 15 anni, frequentò la Scuola Apostolica della Congregazione della Missione a Banská Bystrica e, dopo il conseguimento del diploma di maturità, a 21 anni, entrò nel noviziato della medesima Congregazione.

Dopo circa dieci mesi, nella “notte dei barbari” dal 3 al 4 maggio 1950, fu rimosso con la forza insieme con i suoi compagni e sottoposto ad un indottrinamento politico e poi ai lavori nel cantiere della diga della gioventù, con lo scopo di indurre ad abbandonare la vocazione religiosa. Mandato a lavorare come impiegato presso una ditta statale, egli proseguiva in maniera clandestina gli studi in preparazione al sacerdozio. Al momento dell’arresto nell’ottobre 1951 e durante gli interrogatori ed il conseguente processo giudiziario a Nitra nel 1953, il Servo di Dio apertamente e senza paura manifestò il suo desiderio di diventare sacerdote. Ricevuta la condanna di reclusione per alto tradimento, fu trasferito dapprima al campo di lavori forzati a Jáchymov, dopo in quello di Příbram e, infine, nelle carceri di Praga e di Valdice. In tutti questi luoghi pieni di dolore e tristezza, il Servo di Dio cercava di essere apostolo e di incoraggiare gli altri. Così affermava: “Poiché siamo riusciti ad accettare dalle mani di Dio 5, 8, 10 e più anni di pena, non possiamo riconoscere questa situazione come provvisoria, aspettare e dire: quando tornerò, allora poi continuerò, poi studierò, poi farò direzione delle anime, poi continuerò nella mia vocazione, poi mi dedicherò al servizio di Dio…Ora hanno bisogno di me tutti i carcerati, tutti i disperati, gli incoscienti e gli indifferenti, anche i deboli ed incapaci, gli apatici e i violenti. Mostra ora quello che c’è in te, quello che pensi realmente della tua vocazione missionaria che sognavi da giovane” (Positio super martyrio, p. 349).

Per il suo attivismo missionario, malgrado i problemi di salute causati dalla detenzione e dai lavori forzati nelle miniere di uranio, venne condannato ad un ulteriore anno di reclusione ed escluso anche dai benefici del provvedimento di amnistia dal Presidente della Repubblica, in quanto considerato un nemico giurato del sistema socialista. Fu rilasciato al termine della pena con una salute ormai deteriorata e, dopo undici anni di carcere inferti in odio della fede, nel 1962 fece ritorno a casa. Per tre anni visse con i suoi familiari, con la gioia di essere libero, ma anche con tanta sofferenza per le condizioni fisiche ormai irrimediabilmente compromesse. Quando la salute glielo consentiva, cercava di aiutare il sacerdote nel servizio di ministrante e nella catechesi, in particolare, nella preparazione dei bambini alla prima comunione.

La sua vita terrena si spense il 27 dicembre 1965, dopo Natale, nella festa del suo patrono san Giovanni evangelista. Aveva 37 anni. Muore silenziosamente e abbandonato da tutti, appoggiato su un contenitore per rifiuti, nel rumore quotidiano della città di Skalica.

Da subito considerato martire, la memoria della vita offerta per amore di Cristo perdurò nel tempo e, terminato il periodo del regime comunista, venne introdotta la Causa di beatificazione del Servo di Dio.

Le Inchieste diocesane, principale e suppletiva, furono istruite presso la Curia ecclesiastica di Bratislava dal 2013 al 2018 e nel 2020. La validità giuridica degli atti processuali fu riconosciuta da questo Dicastero delle Cause dei Santi con decreto del 26 giugno 2020. Preparata la Positio, essa fu sottoposta al Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, il 30 marzo 2023, che espresse parere favorevole. I Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria del 5 dicembre 2023 hanno riconosciuto che il summenzionato Servo di Dio morì per la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.

Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutti questi dati al Sommo Pontefice Francesco. Sua Santità, accogliendo e confermando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Constano il martirio e la causa che ha determinato il martirio del Servo di Dio Ján Havlík, Seminarista della Congregazione della Missione, per il caso e l’effetto di cui si tratta.

Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.

 

Dato a Roma, il 14 dicembre dell’anno del Signore 2023

 

Marcello Card. Semeraro

Prefetto

 

                                        + Fabio Fabene

                                        Arciv. tit. di Montefiascone

                                        Segretario