Jan Świerc e 8 Compagni

Jan Świerc e 8 Compagni

(† 1941 - 1942)

Beatificazione:

- 06 giugno 2026

- Papa  Leone XIV

- Cracovia – Polonia

Sacerdoti professi della Società Salesiana di San Giovanni Bosco; consapevoli che il loro ministero pastorale era considerato dai nazisti come un’opposizione al regime, continuarono la loro opera apostolica, restando fedeli alla vocazione, accettando serenamente il rischio di essere arrestati, deportati e quindi uccisi

  • Biografia
  • Omelia nella beatificazione
  • decreto sul martirio
Nonostante le umiliazioni e le torture subite, continuarono a manifestare la loro fede

 

I beati Jan Świerc e 8 Compagni, presbiteri della Società Salesiana di San Giovanni Bosco furono vittime della persecuzione nazista che, dopo l’occupazione tedesca della Polonia, avvenuta il 1° settembre 1939, fu scatenata con particolare veemenza anche contro la Chiesa cattolica. Religiosi impegnati in attività pastorali ed educative, estranei alle tensioni politiche del tempo, furono arrestati semplicemente per essere sacerdoti cattolici.

Essi sono:

1)    Jan Świerc nacque a Króleska (oggi Chorzów) il 29 aprile 1877 e, dopo aver compiuto gli studi superiori e teologici tra i salesiani in Italia, fu ordinato sacerdote a Torino nel 1903. In seguito diresse diverse Case salesiane in Polonia, svolgendo anche il ministero di parroco. L’8 luglio 1938 assunse l’incarico di direttore e parroco della Casa di Cracovia e divenne un apprezzato predicatore. Il 23 maggio 1941 fu arrestato con altri confratelli dalla Gestapo e condotto nel carcere di Montelupich dove venne picchiato e torturato. Il 26 giugno 1941 venne trasferito nel campo di concentramento di Auschwitz e ucciso il giorno seguente.

2)    Ignacy Antonowicz, nato a Więsławice il 14 luglio 1890 fu ordinato sacerdote a Roma nel 1916. Insegnante di teologia nello studentato salesiano di Foglizzo, fu cappellano militare nell’esercito polacco durante la Prima guerra mondiale. Inviato a Cracovia in qualità di direttore dello studentato teologico, svolse questo incarico fino all’arresto, avvenuto il 23 maggio 1941. Condotto ad Auschwitz fu maltrattato e picchiato. Ammalatosi gravemente, morì il 21 luglio 1941.

3)    Ignacy Dobiasz, nato a Ciechowice, il 14 gennaio 1880, si formò negli studentati salesiani in Italia e venne ordinato sacerdote nel 1908. Tornato in Polonia svolse il ministero pastorale ed educativo in diverse località. Dal 1931 fu inviato come collaboratore parrocchiale a Cracovia. Il 23 maggio 1941 venne arrestato e deportato ad Auschwitz dove morì il 27 giugno seguente a causa dello sfinimento e delle percosse subite.

4)    Karol Golda, nato a Tychy il 23 dicembre 1914, studiò nelle case salesiane in Polonia per poi essere inviato a Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1938. Tornato nel suo Paese per insegnare teologia nello studentato di Oświęcim, fu arrestato dalla Gestapo il 31 dicembre 1941 e, nel febbraio 1942, deportato ad Auschwitz dove fu fucilato il 14 maggio 1942.

5)    Franciszek Harazim, nato a Osiny il 22 agosto 1885, si formò negli studentati salesiani in Polonia e ad Ivrea dove, nel 1915, fu ordinato sacerdote. Tornò nel suo Paese per insegnare in alcune scuole salesiane e nel Seminario maggiore salesiano di Cracovia. Fu arrestato il 23 maggio 1941 e portato nel carcere di Montelupich e successivamente condotto nel campo di concentramento di Auschwitz dove, a causa di percosse e maltrattamenti, morì il 26 giugno 1941.

6)    Ludwik Mroczek, nato a Kery l’11 agosto 1905, svolse la preparazione al sacerdozio in Polonia venendo ordinato nel 1933 e prestando la sua opera pastorale a Oświęcim, Leopoli, Częstochowa e altre località. Arrestato il 22 maggio 1941 fu condotto nel carcere di Montelupich e poi ad Auschwitz, dove morì il 5 gennaio 1942.

7)    Włodzmierz Szembek, nato il 22 aprile 1883 a Poręba Żegoty, appartenente a una nobile famiglia, si laureò in ingegneria, occupandosi dei possedimenti di famiglia fino al 1928, quando entrò nell’aspirantato salesiano di Oświęcim. Fu ordinato sacerdote a Cracovia nel 1934 e divenne segretario dell’ispettoria salesiana. Arrestato il 9 luglio 1942, fu imprigionato a Nowy Targ e poi condotto ad Auscwitz, dove morì il 7 settembre 1942.

8)    Kazimierz Wojciechowski, nato a Jasło il 16 agosto 1904, si formò negli studentati salesiani in Polonia e venne ordinato sacerdote nel 1935 a Cracovia. Svolse attività pastorale a Daszawa e a Cracovia ove fu arrestato il 23 maggio 1941. Deportato ad Auschwitz fu ucciso il 27 giugno 1941.

9)    Franciszek Miśka, nato a Swierczyniek il 5 dicembre 1898, compì gli studi teologici a Torino dove venne ordinato sacerdote nel 1927. Svolse il suo ministero negli istituti salesiani e presso le parrocchie di diverse località della Polonia, fino ad essere incaricato della gestione dell’istituto salesiano di Ląd. Arrestato e condotto in diversi campi di prigionia, il 30 ottobre 1941 fu deportato a Dachau dove morì il 30 giugno 1942.

Il martirio materiale di questi sacerdoti appartenenti alla famiglia salesiana, morti nei campi di sterminio di Auschwitz e Dachau sia per uccisione diretta che in conseguenza delle torture e degli stenti subiti, è attestato dalle testimonianze e dalla documentazione raccolta. Nei loro confronti traspare il particolare accanimento che fu riservato al clero polacco, perseguitato e oltraggiato negli anni dell’occupazione nazista della Polonia. L’odium fidei dei persecutori era motivato dall’ideologia anticristiana del nazismo e dalla feroce avversione per la Chiesa polacca. Nel campo di concentramento essi offrirono conforto spirituale ai compagni di prigionia e, nonostante le umiliazioni e le torture subite, continuarono a manifestare la loro fede. Vennero dileggiati con insulti al loro ministero, torturati e quindi uccisi direttamente o portati alla morte dalle condizioni disumane della prigionia, tanto che alcuni di essi subirono un martirio ex aereumnis carceris.

Il martirio formale ex parte persecutoris è provato dal fatto che vennero imprigionati e uccisi solo a causa della loro fede, del loro ministero sacerdotale e dalla loro azione pastorale.

Riguardo al martirio ex parte Servorum Dei, essi erano consapevoli che il loro ministero pastorale era considerato dai nazisti come un’opposizione al regime, ma continuarono la loro opera apostolica, restando fedeli alla vocazione, accettando serenamente il rischio di essere arrestati, deportati e quindi uccisi. 

La fama di martirio, diffusasi rapidamente dopo l’uccisione, rimase viva tra i salesiani e in tutta la Chiesa polacca e persiste sino ad oggi.

 

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. (...) Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,11-14). 

 

Cari Fratelli e Sorelle.

1. Con queste parole del vangelo di Giovanni, Gesù ci rivela il senso della missione che ha ricevuto da Dio Padre. Egli è venuto, anzitutto, per conoscere. È il «Dio con noi»: non resta a guardare da lontano, entra nelle pieghe della storia, si fa carico delle contraddizioni e si prende cura delle ferite dell’uomo, tutto orienta verso un fine buono e luminoso. Cos’è la santità se non questo? Una sorta di irruzione di Cristo nella realtà personale di ognuno. Scrive a tal proposito Papa Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi: «Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova» (Spe salvi, n. 6).

Il passaggio di Cristo attraverso la morte, compimento del mistero dell’incarnazione, è l’apice del suo insegnamento sul pastore buono, quello che dà la vita per le pecore che conduce. In lui, nessuno è perduto (cf. Gv 6,39). «Egli – scrive Sant’Agostino – è divenuto la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella resurrezione. Così egli è divenuto la nostra speranza. (...) Con le sue fatiche, le sue tentazioni, le sofferenze e la morte, Cristo ti ha mostrato la vita che hai da vivere adesso; con la sua resurrezione ti ha mostrato la vita che ti attende. Noi, infatti, sapevamo soltanto che l’uomo nasce e muore; non sapevamo che l’uomo risorge e vive in eterno; egli ha assunto ciò che tu conoscevi, per mostrarti ciò che non conoscevi» (Esposizione sui Salmi, LX, 4; PL 36, 725). 

2. Il pensiero di Cristo, buon pastore, che sacrifica la vita per il gregge che conduce, illumina il solenne momento che stiamo vivendo. Oggi siamo qui raccolti, con gioia e commozione, per la beatificazione di Jan Świerc e 8 Compagni, sacerdoti salesiani. Tutti conosciamo le tragiche circostanze del loro arresto e della loro morte ed è nota a tutti quella pagina drammatica della storia della Polonia. Non celebriamo oggi la tristezza di quegli eventi, ma piuttosto la gloria di Gesù Cristo, che si rispecchia nella testimonianza di questi sacerdoti, figli di San Giovanni Bosco, che come Cristo e con Cristo hanno dato la vita.

Entrano così in quella «moltitudine immensa [di martiri e di santi], che nessuno poteva contare» (Ap 7,9), della quale abbiamo sentito parlare la lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse. Vanno ad arricchire la numerosa schiera di santi e di beati, che già onorano questa nobile terra di Polonia, benedetta dal Signore. Come non pensare qui, in questo santuario a lui dedicato, a San Giovanni Paolo II, arcivescovo di Cracovia e poi grande pastore della Chiesa universale? Ma anche a Santa Faustina Kowalska, che dal convento che si trova a poche centinaia di metri da qui diffuse in tutto il mondo il messaggio dirompente della Divina Misericordia. Voglio poi ricordare il Venerabile Servo di Dio Jan Tyranowski, l’amico con cui il giovane Karol Wojtyla partecipava attivamente alla vita della vicina parrocchia di San Stanislao Kostka a Dębniki, guidata proprio dai salesiani e dove alcuni dei nuovi Beati hanno svolto il ministero pastorale. Nel libro Dono e mistero Giovanni Paolo II ha scritto: «Non posso (...) omettere di ricordare un ambiente, (...) quello della mia parrocchia, intitolata a San Stanislao Kostka, a Dębniki in Cracovia. La parrocchia era diretta dai Padri Salesiani, che un giorno furono deportati dai nazisti nel campo di concentramento. Rimasero soltanto un vecchio parroco e l’ispettore della provincia, tutti gli altri furono internati a Dachau. Credo che nel processo di formazione della mia vocazione l’ambiente salesiano abbia svolto un ruolo importante» (LEV, Città del Vaticano 1996, p. 32). 

3. I martiri di cui oggi celebriamo la beatificazione hanno espresso fino in fondo, usque ad effusionem sanguinis, la preziosità del carisma salesiano. Jan Świerc e i suoi Compagni furono guide concrete nell’educazione dei giovani, prendendosi cura dei poveri e dei sofferenti. Come San Giovanni Bosco, videro in ogni ragazzo, che conobbero nei campi delle parrocchie, nei cortili degli oratori o nelle aule di scuola, una pecorella amata, preziosa agli occhi del Signore. E se don Bosco era solito dire ai ragazzi: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» (D. Ruffino, Cronache dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Archivio Salesiano Centrale, Roma, quad. 5, 10), essi la vita la donarono davvero come martiri di Cristo e della Chiesa: quando l’odio antireligioso, quando la violenza e l’ingiustizia, che imperversarono nel secolo scorso, cercarono di disperdere il gregge, non fuggirono. E divennero – come recita la lettera apostolica che ho proclamato all’inizio – «zelanti annunciatori del Vangelo che, per amore ai fratelli, non temettero di testimoniare il Signore Gesù sino all’effusione del sangue». Rimasero fedeli alla loro vocazione di sacerdoti salesiani fino al momento dell’arresto e della successiva morte martiriale. Versato con l’atteggiamento evangelico della loro fedeltà a Cristo, il loro sangue è diventato un vero seme di pace e di fraternità in un’epoca tanto buia e violenta.

4. «Le mie pecore conoscono me», dice ancora Gesù nel vangelo. Cari fratelli e sorelle, l’odierna beatificazione, lungi dal rimanere la commemorazione di un evento del passato, è un vero e proprio invito. 

È un invito rivolto ai giovani: non siete soltanto il futuro della società, siete presente vivo della Chiesa! La Chiesa vi guarda con fiducia. Spesso il mondo vi parla di libertà senza verità, di felicità senza responsabilità, di successo senza sacrificio. Vi vengono proposti ideali facili e immediati, che promettono molto ma lasciano il cuore vuoto. Ma il Vangelo ci mostra il contrario: Cristo non toglie nulla di ciò che rende bella e grande la vita, ma porta a compimento i desideri più profondi del cuore umano. Abbiate coraggio ad aprire il vostro cuore alla voce di Cristo buon Pastore nei momenti di incertezza, quando il futuro appare confuso o quando vi sentite soli. Il Signore non vi chiama a rinunciare ai vostri sogni, ma a purificarli e illuminarli. Conosce le vostre ferite nascoste, le domande che non riuscite a esprimere, il desiderio di essere amati e riconosciuti. E proprio per questo vi chiama a una vita piena, autentica, capace di farsi dono.

È un invito rivolto a voi, salesiani di don Bosco. Oggi, in un certo senso, l’eredità di questi nuovi Beati è posta nelle vostre mani: siate pastori del gregge con lo stesso ardore che li contraddistinse. Papa Leone XIV, che già nell’esortazione apostolica Dilexi te ha ricordato «la grande opera Salesiana, basata sui tre principi del “metodo preventivo” – ragione, religione e amorevolezza» (n. 70), oltre un anno fa aveva detto: «I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo» (15 maggio 2025).

È un invito che riguarda tutti voi, cari sacerdoti. La gioia di questo giorno faccia eco, nella vita e nel ministero di ognuno di voi, alla voce di San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!». Non abbiate paura di rispondere con generosità alla voce del Buon Pastore che vi ha chiamati. Non fatevi spaventare dalla vertigine di una vita sacerdotale santa. C’è uno stretto ed ineludibile rapporto fra la vocazione al ministero sacerdotale e la nostra missione: la voce di Colui che ci ha chiamati a seguirlo ci invita e ci aiuta a rendere il nostro ministero sempre più attento e capace di interpretare l’annuncio evangelico nella fedeltà a Dio e all’uomo. 

Infine, la beatificazione di oggi è un invito per tutti noi. Siamo in un tempo di “solitudini digitali”, dove la virtualità ci illude di poter vivere, attraverso mezzi sempre più evoluti, delle relazioni che siano vere. Si diventa santi mettendosi anzitutto in ascolto della volontà del Signore, mettendosi in dialogo con lui nelle forme concrete che ci offre la vita della Chiesa. Non scoraggiamoci se a volte ci sentiamo comunità stanche e demotivate. L’unica cosa che ci è chiesta è di tornare ad essere capaci di riconoscere la voce di Buon Pastore, per appartenergli sempre di più ed essere in grado di scelte coraggiose, da veri discepoli di Cristo e della sua croce. 

5. Fratelli e sorelle, mentre rendiamo grazie a Dio per la testimonianza di carità e di fedeltà dei Beati Jan Świerc e Compagni, imploriamo da Dio, per loro intercessione, il dono della pace per questo mondo, ancora una volta segnato dalla tristezza e dalle crudeltà della guerra. Come hanno fatto loro, ci sia sempre, anche nel buio delle circostanze più drammatiche, chi sappia portare una luce di speranza, di amore e di fraternità. 

Maria, Madre dei martiri, Aiuto dei cristiani e Regina della Polonia, interceda per noi. Beati martiri salesiani, zelanti annunciatori del Vangelo, pregate per noi.

 

Cracovia, Santuario di San Giovanni Paolo II – 6 giugno 2026

 

Marcello Card. Semeraro

 

Homilia

 

«Ja jestem dobrym pasterzem. Dobry pasterz daje życie swoje za owce... znam owce moje, a moje Mnie znają» (J 10, 11-14).

 

Drodzy Bracia i Siostry.

1. Tymi słowami z Ewangelii św. Jana, Jezus objawia nam sens misji, którą otrzymał od Boga Ojca. Przyszedł On przede wszystkim po to, by poznać. Jest „Bogiem z nami”: nie pozostaje biernym obserwatorem z daleka, wkracza w zakamarki historii, bierze na siebie sprzeczności i troszczy się o rany człowieka, wszystko kierując ku dobremu i jasnemu celowi. Czymże jest świętość, jeśli nie tym? Rodzajem wkroczenia Chrystusa w osobistą rzeczywistość każdego człowieka. Papież Benedykt XVI pisze na ten temat w encyklice Spe salvi: « Prawdziwym pasterzem jest Ten, który zna także drogę, która wiedzie przez dolinę śmierci; Ten, który nawet na drodze całkowitej samotności, na której nikt nie może mi towarzyszyć, idzie ze mną i prowadzi mnie, abym ją pokonał. On sam przeszedł tę drogę, zszedł do królestwa śmierci, a zwyciężywszy śmierć, powrócił stamtąd, aby teraz towarzyszyć nam i by dać nam pewność, że razem z Nim można tę drogę odnaleźć» (Spe salvi, n. 6).

Przejście Chrystusa przez śmierć, będące dopełnieniem tajemnicy Wcielenia, stanowi kulminację Jego nauczania o dobrym pasterzu, który oddaje życie za owce, którymi się opiekuje. W Nim nikt nie jest „stracony” (por. J 6,39). „On – pisze św. Augustyn – stał się naszą nadzieją. W Nim możesz dostrzec swój trud i swoją nagrodę: swój trud w męce, swoją nagrodę w zmartwychwstaniu. Tak stał się naszą nadzieją. (...) Swoimi trudami, pokusami, cierpieniami i śmiercią Chrystus pokazał ci życie, które masz teraz przeżyć; swoim zmartwychwstaniem pokazał ci życie, które cię czeka. My bowiem wiedzieliśmy tylko, że człowiek rodzi się i umiera; nie wiedzieliśmy, że człowiek zmartwychwstaje i żyje wiecznie; On przyjął to, co znałeś, aby pokazać ci to, czego nie znałeś” (Objaśnienia Psalmów, LX, 4; PL 36, 725).

2. Myśl o Chrystusie, Dobrym Pasterzu, poświęcającym życie za swoją owczarnię, rozjaśnia tę uroczystą chwilę, którą właśnie przeżywamy. Zgromadziliśmy się tu dzisiaj z radością i wzruszeniem, aby uczestniczyć w beatyfikacji grupy księży salezjanów, Jana Świerca i ośmiu jego towarzyszy. Wszyscy wiemy o tragicznych okolicznościach ich aresztowania i śmierci, a ten dramatyczny rozdział w historii Polski jest powszechnie znany. Nie świętujemy dziś smutku tamtych wydarzeń, ale raczej chwałę Jezusa Chrystusa, która promieniuje ze świadectwa tych kapłanów, synów św. Jana Bosko, którzy jak Chrystus i z Chrystusem oddali swoje życie.

W ten sposób dołączają do tego „wielkiego tłumu [męczenników i świętych], którego nie mógł nikt policzyć” (Ap 7,9), o którym słyszeliśmy w czytaniu z Księgi Apokalipsy. Wzbogacają oni liczne grono świętych i błogosławionych, którzy już teraz uświetniają tę szlachetną ziemię Polski, pobłogosławioną przez Pana. Jak tu, w tym poświęconym mu sanktuarium, nie pomyśleć o św. Janie Pawle II, arcybiskupie Krakowa, a potem wielkim pasterzu Kościoła powszechnego? Ale także o św. Faustynie Kowalskiej, która z klasztoru położonego kilkaset metrów stąd rozgłosiła na cały świat przełomowe orędzie o Bożym Miłosierdziu. Chciałbym również wspomnieć o czcigodnym Słudze Bożym Janie Tyranowskim, przyjacielu, z którym młody Karol Wojtyła aktywnie uczestniczył w życiu pobliskiej parafii św. Stanisława Kostki na Dębnikach, prowadzonej właśnie przez salezjanów i gdzie niektórzy z nowych błogosławionych pełnili również posługę duszpasterską. W książce Dar i Tajemnica, Jan Paweł II napisał: «Nie mogę pominąć jednego środowiska (...) jest to mianowicie środowisko mojej parafii pod wezwaniem św. Stanisława Kostki na Dębnikach w Krakowie. Parafia ta była prowadzona przez księży salezjanów, których pewnego dnia hitlerowcy zabrali do obozu koncentracyjnego. Pozostał tylko stary proboszcz i inspektor prowincji, natomiast wszyscy inni zostali wywiezieni do Dachau. Myślę, że w procesie kształtowania się mojego powołania środowisko salezjańskie odegrało doniosłą rolę» (Jan Paweł II, Dar i Tajemnica, Kraków 1996, str. 24-25).

3. Męczennicy, których beatyfikację dziś celebrujemy, do samego końca, usque ad effusionem sanguinis, aż do przelania krwi, wyrazili niezwykłą wartość charyzmatu salezjańskiego. Jan Świerc i jego towarzysze byli prawdziwymi przewodnikami w wychowaniu młodzieży, troszcząc się o ubogich i cierpiących. Podobnie jak św. Jan Bosko, w każdym chłopcu, którego spotykali na terenie parafii, na podwórkach oratoriów lub w aulach szkolnych, widzieli ukochaną owieczkę, cenną w oczach Pana. A jak Ksiądz Bosko miewał mówić do chłopców: „Dla was studiuję, dla was pracuję, dla was żyję i dla was jestem gotów nawet oddać życie” (D. Ruffino, Cronache dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Centralne Archiwum Salezjańskie, Rzym, zeszyt 5, 10), to oni naprawdę oddali życie jako męczennicy Chrystusa i Kościoła: kiedy nienawiść antyreligijna, przemoc i niesprawiedliwość, które szalały w ubiegłym stuleciu, próbowały rozproszyć owczarnię, oni nie uciekli. I stali się – jak głosi list apostolski, który odczytałem na początku – „gorliwymi głosicielami Ewangelii, którzy z miłości do braci nie bali się świadczyć o Panu Jezusie aż do przelania krwi”. Pozostali wierni swojemu powołaniu salezjańskich kapłanów, aż do momentu aresztowania i późniejszej śmierci męczeńskiej. Ich krew, przelana w duchu ewangelicznej wierności Chrystusowi, stała się prawdziwym ziarnem pokoju i braterstwa w tak mrocznych i pełnych przemocy czasach.

4. „Moje owce mnie znają” – mówi Jezus w Ewangelii. Drodzy bracia i siostry, dzisiejsza beatyfikacja nie jest jedynie upamiętnieniem wydarzenia z przeszłości, lecz prawdziwym wezwaniem.

Jest to wezwanie skierowane do młodych ludzi: nie jesteście tylko przyszłością społeczeństwa, jesteście żywą teraźniejszością Kościoła! Kościół patrzy na was z ufnością. Często świat mówi wam o wolności bez prawdy, o szczęściu bez odpowiedzialności, o sukcesie bez poświęcenia. Proponuje się wam łatwe i natychmiastowe ideały, które obiecują wiele, ale pozostawiają serce puste. Ewangelia pokazuje nam jednak coś przeciwnego: Chrystus nie odbiera niczego z tego, co czyni życie pięknym i wielkim, ale spełnia najgłębsze pragnienia ludzkiego serca. Miejcie odwagę otworzyć wasze serca na głos Chrystusa, Dobrego Pasterza, w chwilach niepewności, gdy przyszłość wydaje się niejasna lub gdy czujecie się samotni. Pan nie wzywa was do rezygnacji z waszych marzeń, ale do ich oczyszczenia i oświecenia. On zna wasze ukryte rany, pytania, których nie potraficie wyrazić, pragnienie bycia kochanym i docenionym. I właśnie dlatego wzywa was do życia pełnego, autentycznego, zdolnego do bycia darem.

To wezwanie skierowane jest również do was, salezjanów Księdza Bosko. Dzisiaj, w pewnym sensie, dziedzictwo nowych błogosławionych spoczywa w waszych rękach: bądźcie pasterzami owczarni z takim samym zapałem, jaki wyróżniał tych waszych współbraci. Papież Leon XIV, który już w adhortacji apostolskiej Dilexi te przypomniał «wielkie dzieło salezjańskie, oparte na trzech zasadach „metody prewencyjnej” – rozumie, religii i miłości» (n. 70), ponad rok temu powiedział: „Młodzi ludzie naszych czasów, podobnie jak w każdej epoce, są jak wulkan pełen życia, energii, uczuć i pomysłów. Widać to po cudownych rzeczach, które potrafią robić w wielu dziedzinach. Oni jednak również potrzebują pomocy, aby w harmonii rozwijać to bogactwo i pokonywać to, co – choć w inny sposób niż w przeszłości – wciąż może utrudniać ich zdrowy rozwój” (Audiencja dla Braci Szkół Chrześcijańskich, 15 maja 2025 r.).

To wezwanie skierowane jest do was wszystkich, drodzy kapłani. Niech radość tego dnia odzwierciedla w życiu i posłudze każdego z was słowa św. Jana Pawła II: „Nie lękajcie się!”. Nie lękajcie się hojnie odpowiedzieć na wezwanie Dobrego Pasterza, który was powołał. Nie pozwólcie aby zawładnął wami lęk przed wezwaniem związanym ze świętym życiem kapłańskim. Istnieje ścisły i nieunikniony związek między powołaniem do posługi kapłańskiej a naszą misją: głos Tego, który powołał nas, byśmy za Nim podążali, zaprasza nas i pomaga nam sprawić, by nasza posługa była coraz bardziej wyczulona i zdolna do interpretowania przesłania ewangelicznego tak aby pozostać wiernym Bogu i człowiekowi.

Wreszcie dzisiejsza beatyfikacja jest wezwaniem skierowanym do nas wszystkich. Żyjemy w czasach „cyfrowej samotności”, w których świat wirtualny stwarza złudzenie, że dzięki coraz bardziej zaawansowanym środkom możemy nawiązywać prawdziwe relacje. Świętymi zostaje się przede wszystkim wsłuchując się w głos woli Pana Boga oraz wchodząc z Nim w dialog poprzez konkretne formy, jakie oferuje nam życie Kościoła. Nie ulegajmy zniechęceniu, jeśli czasami czujemy się jako wspólnoty zmęczone i pozbawione motywacji. Jedyne, czego się od nas oczekuje, to powrót do umiejętności rozpoznawania głosu Dobrego Pasterza, aby coraz bardziej do Niego należeć i być zdolnymi do odważnych wyborów, jako prawdziwi uczniowie Chrystusa i Jego krzyża.

5. Bracia i siostry, dziękując Panu Bogu za świadectwo miłości i wierności błogosławionych Jana Świerca i towarzyszy, zanośmy do Niego, za ich wstawiennictwem, modlitwę o dar pokoju dla naszego świata, ponownie naznaczonego smutkiem i okrucieństwami wojny. Niech, tak jak to uczynili oni, zawsze znajdą się ludzie, którzy nawet w mroku najbardziej dramatycznych okoliczności potrafią nieść światło nadziei, miłości i braterstwa.

Maryjo, Matko męczenników, Wspomożycielko wiernych i Królowo Polski, wstawiaj się za nami. Błogosławieni męczennicy salezjańscy, gorliwi głosiciele Ewangelii, módlcie się za nami.

 

Kraków – Sanktuarium św. Jana Pawła II – 6 czerwiec 2026

 

Marcello Kard. Semeraro

 

DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM

 

CRACOVIENSIS

Beatificationis  seu Declarationis Martyrii

Servorum Dei

IOANNIS ŚWIERC

et VIII Sociorum

Societatis Sancti Francisci Salesii

in odium fidei, uti fertur, interfectorum

(† 1941-1942)

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DECRETUM  SUPER  MARTYRIO

 

«Il Signore ha saggiato gli eletti come oro nel crogiuolo e li ha graditi come offerta di olocausto; risplenderanno per sempre perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti» (cf. Sap. 3, 6-7.9).

 

«Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio». Con queste parole, nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente promulgata il 10 novembre 1994, l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, oggi santo, ricordava il sacrificio di numerosi cristiani del XX secolo vittime dell’ideologia nazista e comunista.

È in questa pagina drammatica della storia che si inserisce l’esempio di vita e la testimonianza martiriale dei Servi di Dio don Jan Świerc e 8 compagni i quali, nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, lacerato dall’odio e dalle ingiustizie, diedero prova di dedizione totale a Dio e di fedeltà alla vocazione salesiana, conservandosi fedeli al proprio impegno sacerdotale fino all’ultimo istante di vita.

Il 27 giugno 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz morirono per mano delle SS don Jan Świerc, don Ignacy Dobiasz, don Franciszek Harazim e don Kazimierz Wojciechowski. Questi ultimi due Servi di Dio, nello specifico, furono uccisi, l’uno al fianco dell’altro, nello stesso momento. Il Servo di Dio don Ignacy Antonowicz morì tre settimane dopo, ovvero il 21 luglio 1941, in conseguenza dei maltrattamenti subiti proprio in quel 27 giugno 1941. Il 5 gennaio 1942 morì nel campo di concentramento di Auschwitz anche il Servo di Dio don Ludwik Mroczek a causa delle torture subite e delle numerose operazioni chirurgiche che ne conseguirono. Pochi mesi più tardi, il 14 maggio 1942, nello stesso campo venne fucilato don Karol Golda, accusato di aver amministrato il sacramento della confessione a due soldati tedeschi al solo fine di estorcere con l’inganno importanti segreti del regime nazista. Il 7 settembre 1942 nel campo di Auschwitz morì anche il Servo di Dio Włodzimierz Szembek: anche nel suo caso furono i maltrattamenti a causarne la morte. Tutti i Servi di Dio citati appartenevano all’Ispettoria salesiana di San Giacinto di Cracovia.

Il Servo di Dio don Franciszek Miśka, appartenente invece all’Ispettoria salesiana di S. Adalberto di Piła, morì nel campo di concentramento di Dachau (Germania) il 30 maggio 1942 a seguito di maltrattamenti e torture.

Don Jan Świerc e i suoi 8 compagni, accogliendo nella propria storia personale il valore redentivo della sofferenza fisica e spirituale, parlano agli uomini di ieri e di oggi con il linguaggio della Croce di Cristo, testimoniando che, proprio quando la morte sembra aver conseguito la propria vittoria, veri vincitori sono coloro che, soffrendo a causa della fede, hanno potuto partecipare in maniera straordinaria alla Croce di Cristo ed aderire al suo disegno salvifico.

Il Servo di Dio Jan Świerc nacque a Królewska Huta (oggi Chorzów, in Alta Slesia) il 29 aprile 1877. Completò gli studi ginnasiali a Torino Valsalice. Tra il 1897 e il 1898 svolse il noviziato ad Ivrea. Qui emise i voti perpetui il 3 ottobre 1899. Il 6 giugno 1903 fu ordinato sacerdote a Torino. Nel 1911 venne nominato direttore della casa di Cracovia dall’allora Rettor Maggiore don Paolo Albera. Dal settembre 1911 all’aprile 1918 ricoprì l’incarico di direttore dell’istituto Lubomirski a Cracovia. Nel 1924, per un periodo di sette mesi, fu impegnato come missionario in America. Dal novembre 1925 all’ottobre 1934 fu direttore e parroco a Przemyśl. Il 15 agosto 1934 venne nominato direttore della casa di Leopoli. Nel luglio 1938 assunse l’incarico di direttore e parroco della casa di Cracovia.

Il 23 maggio 1941 venne arrestato dalla Gestapo insieme ad altri confratelli e condotto in carcere a Montelupich. Il 26 giugno 1941 fu trasferito nel campo di concentramento di Auschwitz e, dopo appena un giorno, venne ucciso: aveva 64 anni di età, 42 di professione religiosa e 38 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Ignacy Antonowicz nacque nel 1890 a Więsławice, contea di Włocławek, nella Polonia centro-settentrionale. Nel 1901 entrò nel ginnasio salesiano di Oświęcim, dove rimase fino al 1905. Emise la professione perpetua nell’agosto 1909 in Italia, a Lanzo Torinese. Fu ordinato sacerdote il 22 aprile 1916 a Roma.

Don Ignacy insegnò dogmatica presso lo Studentato teologico di Foglizzo (Torino) tra il 1916 e il 1917. Nel 1919, durante la guerra russo-polacca, fu cappellano militare nell’armata polacca. Tra il 1919 e il 1920 fu a Cracovia come professore dello Studentato teologico. Il 1° luglio 1934 venne nominato consigliere dell’Ispettoria Polacca San Giacinto di Cracovia fino a tutto il 1936. Nel 1936 assunse l’incarico di direttore dello Studentato Teologico Salesiano Immacolata Concezione di Cracovia che mantenne fino all’arresto, avvenuto il 23 maggio 1941.

Fu detenuto per un mese nella prigione di Montelupich a Cracovia, poi venne condotto nel campo di concentramento di Auschwitz. Venne ucciso il 21 luglio 1941. Aveva 51 anni di età, 34 di professione religiosa e 25 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Ignacy Dobiasz nacque a Ciechowice (in Alta Slesia) il 14 gennaio 1880. Il 16 agosto 1898 entrò nel noviziato salesiano di Ivrea. Emise i voti perpetui a San Benigno Canavese il 21 settembre 1903. Compì gli studi filosofici e teologici a San Benigno Canavese e a Foglizzo fra il 1904 e il 1908. Il 28 giugno 1908 venne ordinato sacerdote a Foglizzo.  Tornato in Polonia, svolse la propria attività pedagogica e pastorale a Oświęcim, a Daszawa, a Przemyśl, a Varsavia e a Cracovia, dove rimase come confessore e collaboratore parrocchiale. Qui venne arrestato insieme ad altri confratelli salesiani il 23 maggio 1941.

Dopo una breve detenzione nella prigione di Montelupich, fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 giugno 1941 morì a causa dei maltrattamenti e del lavoro disumano. Aveva 61 anni d’età, 40 di professione e 32 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Karol Golda nacque il 23 dicembre 1914 a Tychy, in Alta Slesia. Nel 1931 nella Casa salesiana di Czerwińsk visse l’anno di noviziato. Il 15 gennaio 1937 emise la professione religiosa perpetua a Roma. Il 18 dicembre 1938 venne ordinato sacerdote a Roma, dove si trattenne per altri sei mesi per conseguire la licenza in teologia. Nel luglio 1939 tornò in Polonia.

Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, don Karol nell’ottobre 1939 si recò in Slesia e poi ad Oświęcim dove rimase, perché privo del necessario permesso di viaggiare verso l’Italia da parte delle autorità d’occupazione. A don Karol Golda fu affidato l’insegnamento della teologia nell’Istituto salesiano di Oświęcim e fu nominato consigliere scolastico.

Fu arrestato dai funzionari della Gestapo il 31 dicembre 1941 ed ucciso il 14 maggio 1942 ad Auschwitz, dopo appena tre anni e mezzo di sacerdozio.

Il Servo di Dio Franciszek Ludwik Harazim nacque il 22 agosto 1885 ad Osiny, distretto Rybnik in Slesia. Nel 1901 fece il suo ingresso nell’istituto salesiano di Oświęcim per frequentarvi il ginnasio. Completò il noviziato a Daszawa nel 1905/1906. Il 24 marzo 1910 emise i voti perpetui. Fu ordinato sacerdote a Ivrea il 29 maggio 1915.

Tra il 1915 e il 1916 insegnò nel ginnasio di Oświęcim, di cui fu nominato preside tra il 1916 e il 1918. Negli anni 1918-1920 insegnò filosofia nel seminario maggiore salesiano a Cracovia (Łosiówka). Negli anni 1922-1927 il Servo di Dio rivestì l’incarico di direttore del ginnasio salesiano ad Aleksandrów Kujawski. Nel 1927 tornò nuovamente al seminario maggiore di Cracovia come consigliere, insegnante e educatore dei chierici. Nel 1938 fu nominato professore presso la casa di Cracovia-Łosiówka.

Venne arrestato dalla Gestapo a Cracovia il 23 maggio 1941. Fu trasportato dapprima in via Konfederacka e poi, insieme agli altri confratelli, nella prigione di Montelupich. Un mese dopo, il 26 giugno 1941, venne condotto nel campo di concentramento di Auschwitz. Venne ucciso il 27 giugno 1941 sul famoso Ghiaione. Non aveva ancora compiuto 56 anni: di questi 34 furono di professione religiosa e 26 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Ludwik Mroczek nacque a Kęty (Cracovia) l’11 agosto 1905. Nel 1917, dopo aver frequentato la scuola a Kęty, venne ammesso nell’istituto salesiano di Oświęcim dove portò a termine gli studi ginnasiali. Svolse il noviziato a Klecza Dolna. Lo completò il 7 agosto del 1922. Emise i voti perpetui il 14 luglio 1928 a Oświęcim. A Przemyśl ricevette l’ordinazione sacerdotale il 25 giugno 1933.

Ordinato sacerdote, lavorò a Oświęcim, a Leopoli, a Przemyśl, a Skawa e a Częstochowa.

Il 22 maggio 1941, appena terminata la celebrazione della messa, venne arrestato e trasferito insieme ad altri confratelli nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui morì il 5 gennaio 1942: aveva 36 anni di età, 18 di professione religiosa e 8 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Włodzimierz Szembek, figlio dei conti Zygmunt e Klementyna della famiglia Dzieduszycki, nacque il 22 aprile 1883 a Poręba Żegoty, vicino Cracovia. Nel 1907 conseguì la laurea in ingegneria agraria presso l’università Jagellonica di Cracovia. Per circa vent’anni si occupò dell’amministrazione dei poderi della madre e fu impegnato nell’apostolato laico. Il 4 febbraio 1928 entrò nell’aspirantato salesiano di Oświęcim. Sul finire del 1928 iniziò il noviziato a Czerwińsk. Emise la professione religiosa il 10 agosto 1929. Il 3 giugno 1934 ricevette l’ordinazione sacerdotale a Cracovia. Divenne segretario ispettoriale e nel 1941 viceparroco a Skawa.

Arrestato dalla Gestapo il 9 luglio 1942 e imprigionato a Nowy Targ, il 19 agosto successivo fu condotto nel campo di concentramento di Auschwitz, dove stremato dalle sofferenze e dal lavoro disumano morì il 7 settembre 1942, avendo 59 anni, 13 anni di professione religiosa e 8 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Kazimierz Wojciechowsky nacque a Jasło (Galizia) il 16 agosto 1904. Rimasto orfano di padre a soli cinque anni, venne accolto nell’istituto del principe Lubomirski a Cracovia. Nel 1920 iniziò il noviziato a Klecza Dolna. Emise i voti perpetui il 2 maggio 1928 a Oświęcim. Fra il 1924 e il 1925 insegnò musica e matematica a Ląd. Il 19 maggio 1935 venne ordinato sacerdote a Cracovia. Nel 1935-1936 fu a Daszawa e a Cracovia, dove insegnò religione e venne nominato direttore dell’oratorio e dell’Associazione Cattolica giovanile.

Il Servo di Dio venne arrestato a Cracovia il 23 maggio 1941 con altri confratelli salesiani. Il 26 giugno 1941 fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz dove, dopo appena un giorno, venne ucciso. Aveva 37 anni di età, 19 di professione e 6 di sacerdozio.

Il Servo di Dio Franciszek Miśka nacque a Swierczyniec (Alta Slesia) il 5 dicembre 1898. Entrò nel noviziato di Pleszów nel 1916. Emise la professione perpetua ad Oświęcim il 25 luglio 1923. Compì gli studi teologici a Torino-Crocetta. Fu ordinato sacerdote il 10 luglio 1927 a Torino. Rientrato in Polonia, nel 1929 fu nominato consigliere e catechista nell’orfanotrofio di Przemyśl. Nel 1931 venne nominato direttore della casa di Jaciążek come direttore e, dal 1936, visse a Ląd, come parroco e poi direttore della casa dei Figli di Maria.

Il 6 gennaio 1941 l’istituto salesiano di Ląd fu trasformato dalla Gestapo in prigione per i sacerdoti della diocesi di Włocławek e di Gniezno-Poznań. A don Franciszek venne affidato dalle autorità tedesche il compito di mantenere l’ordine e provvedere al sostentamento dei detenuti. Per non precisate ragioni fu trasferito più volte a Inowrocław e qui brutalmente torturato. Il 30 ottobre del 1941 il Servo di Dio venne trasportato nel campo di concentramento di Dachau (Germania). Qui, sottoposto ai lavori forzati e a condizioni di vita disumane, il 30 maggio 1942, giorno della Santissima Trinità, spirò nella baracca ospedale del campo. Aveva 43 anni di età, quasi 25 di professione religiosa e quasi 15 di sacerdozio.

Il 17 settembre 2003 a Varsavia iniziò l’Inchiesta diocesana sulla vita, martirio e fama di martirio dei Servi di Dio Henryk Szuman e 121 compagni, morti durante la Seconda guerra mondiale, vittime del nazismo, di cui i Servi di Dio don Jan Świerc e 8 compagni facevano parte. La Causa fu condotta dalla diocesi di Pelplin. Le Inchieste rogatoriali per ogni candidato furono iniziate nelle rispettive diocesi di appartenenza. L’Inchiesta rogatoriale dei Servi di Dio Jan Świerc e sette compagni, si svolse presso l’Arcidiocesi di Cracovia, dal 17 settembre 2003 al 16 maggio 2011. L’Inchiesta rogatoriale del Servo di Dio don Franciszek Miśka si svolse invece presso Ląd dal 28 febbraio 2004 al 12 maggio 2011 ad Aleksandrów Kujawski. Il 24 maggio 2011 si concluse l’Inchiesta diocesana del Servo di Dio don Henryk Szuman e dei suoi 121 compagni, la cui validità giuridica fu riconosciuta da questo Dicastero con decreto del 28 giugno 2013. Il 24 maggio 2019 la Santa Sede permise l’estrapolazione dei 9 martiri dal gruppo di appartenenza e diede l’autorizzazione a procedere. Venne conseguentemente istituita una nuova Causa per il Servo di Dio don Jan Świerc e 8 compagni.

Preparata la Positio, essa fu sottoposta all’esame della Seduta dei Consultori Storici il 28 marzo 2023, e del Congresso Peculiare dei Consultori Teologi il 3 dicembre 2024, i quali espressero parere favorevole.

Il 7 ottobre 2025, i Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria, hanno riconosciuto che i Servi di Dio morirono per la loro fede in Cristo e la loro carità verso i loro fratelli nella prova.

Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutte queste cose al Sommo Pontefice Leone XIV. Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: È provato il martirio e la sua causa dei Servi di Dio Jan Świerc e VIII compagni, nel caso e per il fine di cui si tratta.

Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.

 

Dato a Roma, il 24 ottobre 2025

 

Marcello Card. Semeraro

Prefetto

 

                                        + Fabio Fabene

                                        Arciv. tit. di Montefiascone

                                        Segretario