Luigi Versiglia e Callisto Caravario
(† 1930)
- 25 febbraio
Luigi Versiglia, Vescovo di Caristo e Callisto Caravario, presbitero, martiri della Società di S. Francesco di Sales; sulle rive del fiume Beijang vicino alla città di Shaoguan nella provincia del Guandong in Cina, subirono il martirio per aver dato assistenza cristiana alle anime loro affidate
Nel 1885 San Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani riuniti a San Benigno Canavese, in Piemonte, di aver sognato una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: “Ti abbiamo aspettato tanto!”; in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 un gruppo di missionari salesiani partì da Valdocco, in Torino, alla volta di Shiu-Chow nel Kwang-tung, in Cina, il Rettor Maggiore, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le nozze d’oro di consacrazione e i 50 anni del santuario di Maria Ausiliatrice. Il prezioso e simbolico dono fu consegnato da don Sante Garelli a monsignor Versiglia, il quale dichiarò: “Don Bosco vide che quando in Cina un calice si fosse riempito di sangue, l’Opera salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione”.
Luigi Versiglia nacque a Oliva Gessi in provincia di Pavia il 5 giugno 1873. Nel 1885, all’età di dodici anni, accettò di recarsi a studiare nell’oratorio salesiano di Valdocco in Torino, alla condizione di non farsi prete. Ma la grazia di Dio, l’ambiente saturo di religiosità e di ardore missionario, il fascino dello stesso don Bosco, ormai agli ultimi anni della sua vita, trasformarono l’animo del ragazzo al quale, in un fugace incontro nel 1887, il santo disse: “Vieni a trovarmi, ho qualcosa da dirti”; ma don Bosco non poté più parlare con Luigi perché si ammalò e morì. Il giovane però rimase legatissimo alla figura di don Bosco tanto che, per rispondere alla chiamata vocazionale, alla fine del corso di studi a Valdocco fece domanda di “restare con don Bosco”, portando in cuore la segreta speranza di poter essere un giorno missionario. A 16 anni emise i voti religiosi nella Congregazione salesiana.
Fu novizio modello a Foglizzo, presso Torino, e fece la professione religiosa l’11 ottobre 1889. Mentre studiava filosofia nello studentato di Valsalice a Torino (1889-90), scrisse al direttore spirituale che il desiderio di essere missionario cresceva ogni giorno di più, ma che temeva trattarsi di un desiderio vano, perché non possedeva le virtù necessarie, e specificava quello che avrebbe dovuto acquistare. Inizia da qui il cammino ascetico, che in quarant’anni lo porterà alle vette più alte delle virtù cristiane e all’apice della carità. Fu la conquista ardua di un cuore generoso e di una volontà di ferro, sorretta da una sincera pietà e da una profonda umiltà. Sono le doti caratteristiche della sua personalità.
Frequentando l’Università Gregoriana di Roma (1890-93) congiunse lo studio all’apostolato tra i ragazzi dell’oratorio salesiano del Sacro Cuore, con lusinghieri successi nell’uno e nell’altro campo. I ragazzi gli volevano bene e i confratelli lo ammiravano per le sue belle doti. Egli, profondamente e sinceramente umile, riteneva, però, di essere l’ultimo tra i compagni di studio e continuava a sforzarsi per acquistare le virtù necessarie al buon missionario. Conseguita la laurea in Filosofia (1893), i Superiori gli affidarono il delicato compito d’insegnante e assistente dei novizi a Foglizzo (1893-96). Fu insegnante chiaro e limpido, assistente attento e, a suo tempo, anche severo, efficace plasmatore di caratteri, ma sempre affabile, umile, buon amico di tutti e il più stimato tra i confratelli della casa.
Dopo l’ordinazione sacerdotale (21 dicembre 1895) fu scelto come direttore e maestro dei novizi nella nuova casa di Genzano presso Roma, nonostante le sue resistenze, perché si riteneva incapace, data anche la giovane età di 23 anni. Per un decennio (1896-1905) fu un ottimo formatore di anime religiose e sacerdotali, stimato e amato come un padre. Molte decine di Salesiani testimoniarono la venerazione che avevano per il loro caro maestro, e anche i Genzanesi lo ricordarono per molti anni. Durante questo decennio, don Versiglia continuò a mantenere vivo il desiderio delle missioni e, riprendendo una pratica giovanile, si esercitò persino a cavalcare, ritenendola cosa utile per la vita missionaria. Quando, nell’estate 1905, gli giunse l’invito di guidare il primo gruppo di missionari Salesiani in Cina, egli lo accolse con entusiasmo, come il dono più grande, quello che aveva chiesto al Signore e preparato con l’intenso lavoro interiore fin dal giorno in cui, quindicenne, aveva scelto di “stare con don Bosco”.
Don Versiglia trovò a Macao un piccolo orfanotrofio di proprietà del vescovo locale. In 12 anni di lavoro, con l’aiuto di una dozzina di confratelli e su un terreno più vasto, lo trasformò in una moderna scuola professionale per 200 alunni interni, la maggior parte orfani, che venivano avviati a una professione. Nel 1911, aiutato da un altro Salesiano santo, don Ludovico Olive (morto prematuramente all’età di 52 anni per colera contratto durante il ministero), don Versiglia iniziò la missione dell’Heungshan, regione tra Macao e Canton. Il suo zelo apostolico per la salvezza delle anime raggiunse vette eroiche tra i malati di peste bubbonica e tra i lebbrosi.
Nel 1918 la Santa Sede affidò ai Salesiani la nuova missione di Shiu-Chow nel nord del Kwang-tung. Don Versiglia fu incaricato dai superiori di Torino di organizzare quella missione con l’aiuto di una dozzina di sacerdoti, inviati dall’Italia. Nel 1920 la missione fu eretta a vicariato apostolico e corse subito voce che don Versiglia sarebbe stato eletto vicario e consacrato vescovo. Egli scrisse ai superiori di Torino lettere strazianti, dichiarando la propria assoluta incapacità e scongiurandoli di esonerarlo da quella carica. Monsignor De Guébriant dichiarava invece pubblicamente che, se la scelta fosse stata fatta a voce di popolo, persino i teneri bambinelli avrebbero acclamato don Versiglia come padre e pastore. Consacrato vescovo a Canton il 9 gennaio 1921, alle fatiche del ministero pastorale su un territorio vastissimo e privo di strade monsignor Versiglia aggiunse aspre penitenze, che giungevano fino alla flagellazione a sangue. Nel 1926, su invito dei superiori di Torino, partecipò al Congresso Eucaristico di Chicago. Una grave operazione chirurgica lo trattenne per un anno negli Stati Uniti. Quando lo consentiva la salute, si occupava anche della propaganda missionaria, lasciando sempre un’impressione straordinaria.
Al ritorno a Shiu-Chow i confratelli gli fecero trovare una novità: l’episcopio. Era una casa graziosa di stile cinese, non ricca, costruita accanto all’istituto Don Bosco, dove monsignore aveva sempre abitato in due stanzette disturbate da ogni movimento degli oltre 300 alunni. La nuova costruzione parve a lui un lusso e rifiutò categoricamente il nome di episcopio. Si rassegnò ad abitarvi, purché la si chiamasse e fosse realmente “La casa del missionario”, dove potessero trovare accoglienza i missionari malati e quanti erano di passaggio o giungevano per convegni.
In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il vescovo Versiglia riuscì a compiere prodigi in una terra ostile ai cattolici: istituì 55 stazioni missionarie primarie e secondarie rispetto alle 18 trovate; ordinò 21 sacerdoti; formò 2 religiosi laici, 15 suore del luogo e 10 straniere; lasciò 31 catechisti (18 donne), 39 insegnanti (8 maestre) e 25 seminaristi. Portò al Battesimo tremila cristiani convertiti, a fronte dei 1.479 trovati all’arrivo. Eresse un orfanotrofio, una casa di formazione per catechiste, una scuola per catechisti; l’istituto Don Bosco, comprensivo delle scuole professionali, complementari e magistrali per i ragazzi; l’istituto Maria Ausiliatrice per le ragazze; un ricovero per gli anziani; un brefotrofio; due dispensari per medicinali e la Casa del missionario, come desiderava fosse chiamato l’episcopio. Il vescovo non si fermava di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano a lui e ai suoi collaboratori, non sempre umanamente ricompensati: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà... Ma tutto era superato grazie alla preghiera, intensa, costante. Negli anni dedicati alla Cina, monsignor Versiglia non si è mai stancato di esortare i suoi sacerdoti al dialogo con il Signore e con la Vergine Maria. Non a caso teneva una corrispondenza con le monache Carmelitane di Firenze, domandando loro sostegno spirituale.
La situazione politica in Cina non era tranquilla: la nuova Repubblica Cinese, nata il 10 ottobre 1911, con il generale Chang Kai-shek, aveva riportato all’unità la Cina, sconfiggendo nel 1927 i “signori della guerra” che tiranneggiavano varie regioni. Ma la pesante infiltrazione comunista nella nazione e nell’esercito, sostenuta da Stalin, aveva persuaso il generale ad appoggiarsi alla destra e a dichiarare fuori legge i comunisti (aprile 1927); per questo la guerra civile era ricominciata. La provincia di Shiu-Chow, posta tra il Nord e il Sud, era luogo di passaggio o di sosta dei vari gruppi combattenti fra loro e quindi erano usuali: furti, incendi, violenze, delitti, sequestri. Era pure difficile distinguere, in queste bande che saccheggiavano, i soldati sbandati, i mercenari, i killer prezzolati, i pirati che approfittavano del caos. In quei tristi tempi anche gli stranieri rischiavano la vita ed erano classificati con disprezzo “diavoli bianchi”. I missionari erano in genere amati dalla gente più povera e le Missioni diventavano il rifugio nei momenti di saccheggio. I più temibili tuttavia erano i pirati che non avevano riguardo per nessuno, e i soldati comunisti per i quali la distruzione del Cristianesimo era un programma. Per questo negli spostamenti necessari per le attività missionarie nei vari e sparsi villaggi i catechisti e le catechiste, le maestre e le ragazze, non si mettevano in viaggio se non accompagnate dai missionari.
Per il pericolo incombente sulle vie di terra e sui fiumi anche il vescovo Luigi Versiglia non aveva potuto fino ad allora visitare i cristiani della piccola missione di Lin-Chow, composta da due scuolette e duecento fedeli nella devastata città di 40.000 abitanti, turbata dalla guerra civile. Tuttavia verso la fine del gennaio 1930 si convinse che bisognava partire. Ai primi di febbraio giunse al centro salesiano di Shiu-Chow il giovane missionario don Callisto Caravario di 26 anni, responsabile della missione di Lin-Chow, per accompagnare il vicario Versiglia nel viaggio. Fatti i rifornimenti, sia per il viaggio previsto di otto giorni sia per i bisogni della piccola missione, all’alba del 24 febbraio ci fu la partenza in treno del gruppo, composto da monsignor Versiglia, don Caravario, due giovani maestri diplomati all’istituto “Don Bosco” (uno cristiano e l’altro pagano), le loro due sorelle Maria di 21 anni (maestra) e Paola 16 anni (che lasciati gli studi tornava in famiglia); c’era inoltre la ventiduenne catechista Clara. Dopo una sosta notturna alla casa salesiana di Lin-Kong-How, il 25 febbraio salirono sulla barca che doveva risalire il fiume Pak-kong fino a Lin-Chow; al gruppo si aggiunse un’anziana catechista che doveva affiancare la più giovane Clara e un ragazzo di 10 anni, che si recava alla scuola di don Caravario. La grossa barca era condotta da quattro barcaioli e, risalendo il fiume, verso mezzogiorno, avvistarono sulla riva dei fuochi ravvivati da una decina di uomini che, quando la barca giunse alla loro altezza, intimarono di accostare e fermarsi. Chiesero ai barcaioli, puntando fucili e pistole, chi trasportavano e saputo che si trattava del vescovo e di un missionario, dissero: “Non potete portare nessuno senza la nostra protezione. I missionari devono pagarci 500 dollari o vi fucileremo tutti”. I missionari cercarono di far capire loro che non possedevano tanto denaro, ma i pirati saliti sulla barca scorsero le ragazze rifugiate in una specie di baracca situata a poppa della barca; allora gridarono: “Portiamo via le loro mogli!”. I missionari ribatterono che non erano loro mogli ma alunne che erano accompagnate a casa; nel frattempo con i loro corpi cercavano di bloccare l’entrata della baracca. I pirati allora minacciarono di appiccare il fuoco alla barca, prendendo fascine di legna da una vicina barca, ma la legna era fresca e non si accendeva subito, mentre i missionari riuscivano a soffocare le prime fiamme. Infuriati, i pirati presero dei rami più grossi e bastonarono i due missionari. Dopo molti minuti il cinquantasettenne vescovo cadde e dopo qualche minuto stramazzò a terra anche don Caravario; a questo punto i malviventi si avventarono sulle donne trascinandole sulla riva fra i loro disperati pianti. Anche i due missionari furono portati a terra. I barcaioli, con l’anziana catechista, il ragazzo e i due fratelli delle donne furono lasciati liberi di proseguire; costoro poi avvisarono i missionari e le autorità, che mandarono drappelli di soldati.
Intanto sulla riva del fiume si consumava la tragedia. I due Salesiani legati si confessarono a vicenda, esortando le tre ragazze a essere forti nella fede; poi i pirati li fecero incamminare per una stradetta lungo il corso dello Shiu-pin, piccolo affluente del Pak-kong, nella zona di Li Thau Tseui. Il vescovo Versiglia li implorò: “Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane, risparmiatelo!”. Le donne, mentre venivano spinte verso una pagoda, udirono cinque colpi di fucile e dieci minuti dopo gli esecutori tornarono dicendo: “Sono cose inspiegabili, ne abbiamo visti tanti... tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti e queste ragazze non desiderano altro che morire”. Era il 25 febbraio 1930. Le ragazze furono trascinate sulla montagna, restando in balia dei banditi per cinque giorni. Il 2 marzo i soldati raggiunsero il covo dei banditi, i quali dopo un breve scontro a fuoco fuggirono lasciando libere le ragazze, che divennero preziose e veritiere testimoni del martirio dei due missionari salesiani.
Fonte: Santità Salesiana
SOLENNE BEATIFICAZIONE DI MONSIGNOR LUIGI VERSIGLIA
E DI DON CALLISTO CARAVARIO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 15 maggio 1983
Cari fratelli e sorelle.
Il Vangelo di questa domenica, tra l’Ascensione di Cristo al cielo e l’attesa dello Spirito Santo, nel suo contenuto più profondo ben si adatta alla solenne beatificazione dei due novelli martiri, che oggi la Chiesa presenta alla venerazione dei fedeli. E ben si accorda anche la prima lettura della Messa, che ricorda il sacrificio del protomartire Stefano. Il Vescovo Luigi Versiglia e il giovane sacerdote don Callisto Caravario, infatti, sono i “protomartiri” della Congregazione Salesiana, qui riunita in questa gioiosa circostanza attorno all’altare del Signore. La sua esultanza è quella di tutta la Chiesa: ma si capisce che per l’Istituto Salesiano possa avere un carattere tutto particolare, poiché questa solenne cerimonia viene in qualche modo a suggellare, in misura eloquente, oltre un secolo di lavoro nelle missioni in tutti i continenti, a partire dalla Patagonia e dalle terre Magellaniche. Si realizza così una visione profetica del fondatore san Giovanni Bosco, il quale, sognando con predilezione per i suoi figli l’Estremo Oriente, vaticinò frutti meravigliosi e parlò di “calici colmi di sangue”.
Chi riceve la Parola di Dio e la custodisce nel suo cuore, diventa inevitabilmente oggetto dell’odio del mondo (cf. Gv 17, 14). I martiri sono coloro che, pur di star fedeli a questa parola di vita eterna, accettano che l’odio del mondo giunga fino al punto di toglier loro la vita terrena. Essi danno una testimonianza particolarmente viva del detto del Signore, secondo il quale chi “perde” per lui la propria vita, la ritrova (cf. Mt 10, 39).
2. Il martirio - si dice tradizionalmente - suppone negli uccisori “l’odio contro la fede”: è a causa di essa che il Martire viene ucciso. Ed è vero. Questo odio contro la fede può però manifestarsi obiettivamente in due modi diversi: o a causa dell’annuncio stesso della Parola di Dio, oppure a causa di una certa azione morale, che trova nella fede il suo principio e la sua ragione d’essere.
È sempre per la sua testimonianza di fede, che il Martire viene ucciso: nel primo caso, per una testimonianza esplicita e diretta; nel secondo, per una testimonianza implicita ed indiretta, ma non meno reale, e anzi in un certo senso più completa, in quanto attuata nei frutti della fede, che sono le opere della carità. In tal senso, l’apostolo Giacomo può dire con tutta proprietà: “Con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2, 18).
Ne viene quindi che gli uccisori danno mostra di odiare la fede non solo quando la loro violenza si getta contro l’annuncio esplicito della fede, come nel caso di Stefano, che dichiara di “contemplare i cieli aperti e il Figlio dell’Uomo alla destra di Dio” (At 7, 56), ma anche quando tale violenza si scaglia contro le opere della carità verso il prossimo, opere che obiettivamente e realmente hanno nella fede la loro giustificazione e il loro motivo. Odiando ciò che sorge dalla fede, mostrano di odiare quella fede che ne è la sorgente. Questo è il caso dei due Martiri Salesiani. A questa conclusione sono giunti gli atti del processo canonico.
3. Secondo l’insegnamento e l’esempio del Divin Maestro, il martirio con cui si dona la vita per i propri amici, è il segno del più grande amore (cf. Gv 15, 13). A ciò fanno eco le parole del Concilio Vaticano II, allorché si afferma: “Il martirio, col quale il discepolo è reso simile al Maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo e a lui si conforma nell’effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come insigne e suprema prova di carità” (Lumen Gentium, 42). E questo perché, come spiega san Tommaso (S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 124, a 3) col martirio si dimostra di rinunciare a ciò che abbiamo di più prezioso, cioè la vita, e di accettare ciò che vi è di più ripugnante, cioè la morte, specie se preceduta dal dolore dei tormenti.
I due Martiri Salesiani hanno dato la loro vita per la salvezza e l’integrità morale del prossimo. Si posero infatti a scudo e difesa della persona di tre giovani alunne della missione, che stavano accompagnando in famiglia o sul campo dell’apostolato catechistico.
Essi difesero a prezzo del loro sangue la scelta responsabile della castità, operata da quelle giovani, in pericolo di cadere nelle mani di chi non le avrebbe rispettate. Un’eroica testimonianza, dunque, a favore della castità, che ricorda ancora alla società di oggi il valore e il prezzo altissimi di questa virtù, la cui salvaguardia, connessa col rispetto e la promozione della vita umana, ben merita che si metta a repentaglio la stessa vita, come possiamo vedere e ammirare in altri fulgidi esempi della storia cristiana, da sant’Agnese fino a santa Maria Goretti.
4. Il gesto di supremo amore dei due Martiri trova un suo più vasto significato nel quadro di quel ministero evangelico, che la Chiesa svolge a favore del grande e nobile popolo cinese, a partire dai tempi del padre Matteo Ricci. Infatti, in ogni tempo e in ogni luogo il martirio è offerta di amore anche per i fratelli e in particolare per il popolo a favore del quale il martire si offre. Il sangue dei due Beati sta perciò alle fondamenta della Chiesa cinese, come il sangue di Pietro sta alle fondamenta della Chiesa di Roma. Dobbiamo quindi intendere la testimonianza del loro amore e del loro servizio come un segno della profonda convenienza tra il Vangelo e i valori più alti della cultura e della spiritualità della Cina. Non si può separare, in tale testimonianza, il sacrificio offerto a Dio e il dono di sé fatto al popolo e alla Chiesa della Cina.
Il Cristianesimo, come dimostra la sua storia millenaria fino ai nostri giorni, si trova a suo agio presso tutte le culture e tutte le civiltà, senza identificarsi con nessuna. Esso trova una spontanea consonanza con tutto quanto c’è di valido in esse, perché l’uno e le altre hanno una medesima origine divina, senza il rischio della confusione o della competizione, perché si pongono su due ordini differenti di realtà: rispettivamente quello della grazia e quello della natura.
La gioiosa circostanza di questo rito di beatificazione suscita e rinforza in noi la speranza di un progresso nella elaborazione delle strutture e del dialogo, destinati a favorire questa esigenza di armonizzazione, nel popolo cristiano della Cina, tra la dimensione dell’impegno sociale e della coscienza nazionale, e quella della comunione con la Chiesa universale: un’esigenza intrinseca al messaggio di Cristo e conforme alle istanze più profonde delle Nazioni e delle culture. La cultura, ogni cultura, sale verso Cristo, e Cristo discende verso ogni cultura. Possa anche la Cina, come ogni altra nazione della terra, comprendere sempre meglio questo punto d’incontro.
5. Ma un altro pensiero s’impone alla nostra attenzione. Nello sfondo di questo tragico e grandioso episodio si collocano con evidenza due concezioni della donna tra loro inconciliabili: o la donna come persona, responsabilmente protesa all’attuazione della sua dignità morale, e convenientemente facilitata e protetta in ciò dall’ambiente umano e sociale: ed ecco la scelta dei due Martiri e delle tre giovani ad essi affidate; oppure la donna come oggetto e strumento del piacere e degli scopi altrui. Ecco allora la scelta degli uccisori.
Queste due opposte concezioni della donna hanno, nella Scrittura e nella Tradizione cristiana, una stretta relazione con la figura di Maria santissima, della quale sono rispettivamente la fedele incarnazione e la totale negazione. I due Martiri da tempo avevano forgiato la loro concezione della donna e della sua dignità alla luce del modello mariano. Lo scontro con gli aggressori, per quanto subitaneo e imprevisto, li trovava quindi pronti. Essi si spengono nella luce di Maria, che avevano filialmente onorato e predicato per tutta la vita.
Il viaggio che li porta all’immolazione inizia con la benedizione e sotto gli auspici di Maria Ausiliatrice, Patrona della Congregazione Salesiana. La fatale aggressione si scatena a mezzogiorno, dopo che la comitiva aveva salutato la Madre di Dio con la recita dell’Angelus. Questa dolce preghiera prepara la lotta vittoriosa contro le insidie del male. I nomi di Gesù, Maria e Giuseppe risuonano forti sulla bocca dei Pastori e delle pecorelle del gregge, non appena si profila l’aspro scontro con i nemici della fede e della purezza, che non intendono lasciarsi sfuggire la preda neppure davanti al delitto.
6. Monsignor Versiglia e don Caravario, sull’esempio di Cristo, hanno incarnato in modo perfetto l’ideale del Pastore evangelico: Pastore che è ad un tempo “agnello” (cf. Ap 7, 17), che dà la vita per il gregge (Gv 10, 11), espressione della misericordia e della tenerezza del Padre; ma, allo stesso tempo, agnello “che sta in mezzo al trono” (Ap 7, 17); “leone” vincitore (cf. Ap 5, 5), valoroso combattente per la causa della verità e della giustizia, difensore dei deboli e dei poveri, trionfatore sul male del peccato e della morte.
Perciò, oggi, a poco più di mezzo secolo dal loro eccidio, il messaggio dei novelli Beati è chiaro e attuale. Quando la Chiesa propone qualche modello di vita per i fedeli, lo fa anche in considerazione dei particolari bisogni pastorali del tempo nel quale avviene tale proclamazione.
A noi dunque il dovere di ringraziare innanzitutto il Signore che, con l’intercessione dei nuovi Beati, ci dona una nuova luce e un nuovo conforto nel nostro cammino verso la santità, ma anche nello stesso tempo il proposito di meditare il loro esempio e di imitarlo, in proporzione delle nostre forze, e in relazione alle diverse responsabilità e circostanze. Penso soprattutto ai Confratelli Salesiani, ma l’esempio di un Santo vale sempre per tutta la Chiesa. Cristo ci doni il suo Spirito affinché possiamo riuscire in ciò. La Vergine santissima, Maria Ausiliatrice, ci assista maternamente in questi santi propositi.