Martino Capelli (al secolo: Nicola)
(† 1944)
- 13 ottobre
Sacerdote professo della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù; venne ucciso per il suo zelo sacerdotale, che lo aveva indotto a recarsi nei luoghi delle violenze perpetrate a “Creda”. La sua uccisione fu dovuta principalmente al disprezzo delle truppe naziste verso il suo ministero, a testimonianza di come l’odium fidei sia stato un motivo prevalente della sua uccisione
Nicola Capelli nasce a Nembro in Val Seriana, nella Provincia e nella Diocesi di Bergamo, il 20 settembre 1912, da Martino Capelli e Teresa Bonomi, che costituiscono e formano una famiglia numerosa e molto povera. Non brillando nel rendimento a scuola ed avendo anche ripetuto la prima e la seconda elementare, a 12 anni entra nella Scuola Apostolica dei Sacerdoti del Sacro Cuore, chiamati Dehoniani, di Albino. È considerato sano, vivace e buono, dato che ogni mattina si alza ancora buio per andare a servire la prima Messa. I Superiori e Formatori si impegnano alacremente ed intensamente per cercare di plasmare il suo carattere un po’ ribelle e svagato e con una buona intelligenza, ed alla fine sono contenti dei progressi che il ragazzo registra, sia nel comportamento che nello studio. Comunque, prima di ammetterlo all’Ordinazione gli fanno fare anticamera e gli chiedono di fare per alcuni anni il “prefetto” dei seminaristi giovani, incarico in cui riesce molto bene, facendosi amare dai ragazzi.
Intanto la sua vocazione si delinea sempre più chiaramente e si fortifica e nel 1930 professa i primi voti, col nome di fratel Martino di Maria Addolorata, mentre aumenta in lui il desiderio del martirio, sull’esempio dei martiri messicani, di cui sente parlare. Ordinato il 26 giugno 1938 sogna di partire missionario, possibilmente in Cina, ma riceve l’ordine, inaspettato e deciso di andare a Roma per continuare gli studi all’Istituto Biblico. Obbedisce in nome del voto fatto e mettendo tutto l’impegno possibile in questi nuovi studi, non desiderati ed inattesi, ottenendo risultati brillanti, prima al Biblico e, poi, all’Urbaniana, licenziandosi in teologia “cum laude”.
Ormai ad un passo dalla laurea, nel 1943 viene richiamato dai Superiori a Bologna, ad insegnare Sacra Scrittura, con l’arrivo di una nuova delusione per il non possibile raggiungimento della Laurea e certamente questa nuova obbedienza gli pesa molto. In questo periodo la guerra inizia ormai a dilagare e si comincia a vivere nella paura dei bombardamenti. A causa di questo si rende necessario ed opportuno trasferire la scuola e, in questo modo, anche padre Martino deve spostarsi venendosi a trovare all’interno della “Linea Gotica” sull’Appennino tosco-emiliano, che era il centro delle operazioni belliche di quel momento storico. Si sente fortemente prete e missionario, ed in questa particolare situazione difficile e drammatica non desidera assolutamente vivere un ruolo da “imboscato” e sente fortemente l’urgenza pastorale in quel clima di assenza di fede e di abbandono della pratica religiosa, di sradicare l’odio e la diffidenza dai cuori.
Nel luglio 1944 la Comunità si trasferisce a Burzanella, un paese a mille metri d’altezza, lontano dalle principali vie di comunicazione, dove in teoria la vita dovrebbe essere stata più tranquilla. Qui si viene a trovare, invece, al centro di rappresaglie e di rastrellamenti durante i quali lui sente il bisogno forte ed ineludibile di esporsi per amministrare gli ultimi sacramenti ai giustiziati, aiutare gli sfollati, spegnere gli incendi.
Padre Martino diventa un personaggio scomodo, ingombrante, che suscita diffidenza da una parte e dall’altra, dato che lui, non facendo “differenze di persone”, aiuta ugualmente tutti, ed in questo modo si presta ad essere da entrambi le parti considerato come una spia. Prende la decisione di trasferirsi a Sarzano, per aiutare il Parroco anziano, e qui trova anche don Elia Comini, un giovane salesiano sfollato come lui, che mette tutto se stesso per vivere al meglio il suo ministero in questi tempi e situazioni molto difficili.
Padre Martino decide di andare per i monti, a cercare i contadini nelle cascine ed i partigiani nei bivacchi, per evangelizzare, annunciare, confortare, perché continua a sentirsi profondamente missionario, non rinuncia ad andare a predicare ovunque lo chiamino. Perciò comincia ad essere guardato con molto sospetto dai Tedeschi, tanto che anche i Superiori se ne accorgono e decidono di trasferirlo. Questa volta, però, padre Martino disobbedisce, semplicemente per non lasciare senza assistenza religiosa tutte le persone con cui è venuto a contatto in quei mesi. Continua con coraggio a fare il prete, cosciente del rischio che corre.
Il 29 settembre 1944 insieme a don Elia, mentre accorrono per soccorrere un ferito, sono arrestati dai Tedeschi e dopo due giorni di crudele prigionia, il 1° ottobre vengono falciati dalle mitragliatrici delle SS, insieme ad altri 44 prigionieri. Prima di morire vive con forza e passione ancora il gesto sacerdotale di un’ultima benedizione agli altri moribondi. Aveva solo 32 anni.
Il suo martirio materiale avvenuto in una delle fasi più critiche della guerra in Italia. In quei mesi le truppe nazifasciste compirono diversi massacri per eliminare ogni forma di opposizione nei territori considerati strategici, nei quali i partigiani e la popolazione civile avrebbero potuto facilitare l’avanzata delle truppe Anglo-americane alleate. Già nell’agosto del 1944, mossi dalle medesime motivazioni, i nazisti perpetrarono violenti crimini sul versante toscano della Linea Gotica (con l’uccisione di 560 civili nell’area di Sant’Anna di Stazzema) come pure in altre zone della Pianura padana. Nell’area dove si trovava ad operare padre Martino, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, i nazifascisti sterminarono oltre 770 persone compresi bambini, neonati e anziani. Venne catturato dai nazisti dopo essere accorso nella zona del massacro di “Creda”, a portare i sacramenti ai superstiti. Consapevole della sua sorte, la mattina del 1° ottobre fu condotto con altri al luogo del supplizio, presso la Botte di Pioppe di Salvaro, dove avvenne la sua esecuzione.
Per quanto riguarda il martirio formale ex parte persecutoris, padre Martino venne ucciso per il suo zelo sacerdotale, che lo aveva indotto a recarsi nei luoghi delle violenze perpetrate a “Creda”. La sua uccisione fu dovuta principalmente al disprezzo delle truppe naziste verso il suo ministero sacerdotale, a testimonianza di come l’odium fidei sia stato un motivo prevalente della sua uccisione.
Riguardo al martirio formale ex parte Servi Dei, come dimostrano gli Atti, padre Martino, consapevole dei pericoli che correva, era tuttavia pronto a donare la sua vita per il prossimo pur potendo rientrare presso i confratelli a Bologna; infatti decise di rimanere in quelle zone di scontri tra partigiani e nazisti per esercitare il suo ministero sacerdotale, il cui acme è stato nell'assistere gli agonizzanti della strage di Creda e nella benedizione data ai morituri di Pioppe di Salvaro.
LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 settembre 2026
Domenica scorsa, a Bologna, sono stati beatificati tre sacerdoti martiri: Ubaldo Marchioni, diocesano, Elia Comini, salesiano e Martino Capelli, dehoniano, uccisi nel 1944, in una fase drammatica della seconda guerra mondiale a motivo del disprezzo delle truppe naziste verso il loro ministero in favore dei parrocchiani. Il sacrificio supremo di questi ministri di Dio mostra ai cristiani di oggi il coraggio di farsi prossimo ai fratelli specialmente nel momento della prova.
Ascoltarono la voce del Buon Pastore
Omelia nella beatificazione dei sacerdoti: Ubaldo Marchioni, diocesano; Elia Comini, salesiano e Martino Capelli, dehoniano.
Nel medesimo periodo di cinque anni or sono giunsi qui per la beatificazione di don Giovanni Fornasini. Torno, dunque, con emozione in questa Basilica di San Petronio per presiedere, a nome del Papa, il rito della beatificazione di altri tre sacerdoti martiri e celebro con voi la Santa Eucaristia avendo l’animo colmo di gratitudine: in questo Sacramento, dove annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione, trova il suo significato più profondo anche la vicenda dei nuovi Beati: don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano.
Le loro vicende ci riportano a uno dei momenti più tragici e confusi della nostra storia: l’eccidio di Monte Sole, che molti conoscono come l’eccidio di Marzabotto. Più di dieci anni fa lessi la loro storia in un libro dal titolo Le querce di Monte Sole: un’immagine eloquente di uomini rimasti saldi mentre tutto sembrava crollare. Celebrando il loro martirio, noi annunciamo la loro partecipazione alla morte del Signore; ma proclamiamo anche la verità della sua risurrezione. Per loro si è compiuta la promessa dell’Apostolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo» (2Tm 2,11).
Da secoli la liturgia della Chiesa fa risuonare, nella memoria dei martiri, un antico inno che oggi sembra composto proprio per questi tre nuovi Beati: Christo profusum sanguinem… laetis sequamur vocibus. «Cantiamo con voci festose il sangue versato per Cristo, la vittoria dei martiri, la corona preparata nei cieli per loro». Umanamente questo canto appare quasi un paradosso: come si può parlare di gioia davanti al sangue innocente? La risposta non nasce dall’esaltazione della sofferenza, ma dal mistero di Cristo, secondo le parole che abbiamo ascoltato da san Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù… Egli svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Vuol dire che il segreto dei martiri non è l’eroismo, ma l’amore che si svuota di sé. L’antico inno aggiunge che, agli occhi del mondo, la morte dei martiri può sembrare come una pianta senza frutto né fiore; eppure proprio quel vuoto è diventato il luogo in cui Dio ha fatto fiorire la carità. Come Cristo non trattenne nulla per sé, così don Ubaldo, don Elia e padre Martino non trattennero neppure la propria vita.
Avrebbero potuto fuggire. Nei giorni terribili dei rastrellamenti la via della salvezza era ancora aperta. Molti, mossi da sincero affetto, li esortavano a mettersi in salvo. Sarebbe stata una scelta umanamente comprensibile. Ma proprio in quel bivio essi riconobbero un’altra voce: quella che il Vangelo ci ha fatto ascoltare oggi. «Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono». Don Ubaldo, don Elia e padre Martino compresero che la voce del Buon Pastore non li chiamava lontano dal pericolo, ma accanto al loro popolo. Il gregge era impaurito, disperso, indifeso; il vero pastore, però, non abbandona le pecore quando arrivano i lupi. Per questo rimasero. Rinunciarono liberamente alla propria sicurezza per condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Fratelli e sorelle, qui si manifesta la bellezza della loro santità.
Oggi la Chiesa distingue giustamente il martirio dall’offerta della vita: sono due vie diverse, ciascuna con la propria fisionomia, ma entrambe nascono dalla medesima sorgente, che è la carità di Cristo. I nostri Beati non cercarono il martirio; decisero piuttosto di non abbandonare il loro gregge. La loro fu una autentica offerta della vita: una scelta libera, consapevole e profondamente pastorale. Proprio questa disponibilità li rese pronti ad accogliere il martirio quando l’odio contro la fede si abbatté su di loro. Distinte, ma intimamente unite, oblatio vitae e martirio si illuminano reciprocamente nella logica evangelica del Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore.
Guardiamo a don Ubaldo Marchioni. Poteva salvarsi; preferì restare accanto alla sua gente. Cadde sui gradini dell’altare, quasi offrendo la propria vita insieme al sacrificio eucaristico. Tornano alla mente le parole del Salmo: «Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza» (Sal 43,4), che un tempo il sacerdote recitava ai piedi dell’altare all’inizio della Messa: ad Deum qui laetificat juventutem meam. Don Ubaldo aveva appena ventisei anni! Con lui guardiamo a don Elia Comini. Dopo aver celebrato quella che sarebbe stata l’ultima Messa della sua vita, si lasciò davvero spezzare, come il pane eucaristico, per la salvezza del suo popolo. E contempliamo padre Martino Capelli. La sua fedeltà sacerdotale divenne testimonianza del Cuore aperto di Cristo: rimase presente come pastore, come fratello e come uomo di Dio. Nessuno dei tre volle sottrarsi alla sorte della propria comunità. Scelsero semplicemente di restare.
Oggi, celebrando la beatificazione di questi martiri, comprendiamo che le loro vite non sono state spezzate dal male, ma portate a compimento dall’amore. Per questo il loro sangue non grida vendetta, ma annuncia Cristo. È il profumo di una Chiesa che non fugge, che non abbandona, che rimane solidale accanto a chi soffre. Come ha scritto il fratello Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità interpella profondamente anche noi: ci chiede di scegliere con decisione la pace, di unire le nostre energie a quanti lavorano per disarmare i cuori e le mani, di disinnescare l’ostilità con il dialogo e di custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia.
I nuovi Beati ci ottengano la grazia di riconoscere, anche nelle prove del nostro tempo, la voce del Buon Pastore e di avere il coraggio di seguirla. Amen.
Bologna – Basilica di San Petronio, 27 settembre 2026
Marcello Card. Semeraro
DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM
BONONIENSIS
Beatificationis seu Declarationis Martyrii
Servi Dei
MARTINI CAPELLI
(in saeculo: Nicolai)
Sacerdotis Professi
Congregationis Sacerdotum a Sacro Corde Iesu
in odium fidei, uti fertur, interfecti
(† 1 Octobris 1944)
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DECRETUM SUPER MARTYRIO
“O Vergine, regina dei martiri messicani, concedimi che un giorno sia anch’io martire di Cristo Re e di Te, vergine Immacolata” (Albino, 12-12-1931).
Queste parole, scritte dal Servo di Dio nella “Domanda del Martirio”, il giorno della Madonna di Guadalupe, dopo aver ascoltato una conferenza sul martoriato Messico, riassumono la vita e la spiritualità del Servo di Dio: una vita vissuta e donata per gli altri seguendo le orme dello stesso Gesù, fino a immolarsi per amore dei fratelli sino alla fine.
Il Servo di Dio Martino Capelli (al secolo: Nicola) nasce a Nembro, in provincia di Bergamo, il 20 settembre 1912, da Martino e Teresa Bonomi. Apprende dalla mamma il servizio fatto per amore e la pace nella sofferenza.
Battezzato due giorni dopo la nascita con il nome di Nicola Giuseppe, a 12 anni egli viene ammesso alla Scuola Apostolica del Sacro Cuore ad Albino (Bergamo) dai Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù – “Dehoniani”. Diciassettenne, inizia il Noviziato in Liguria.
L’anno successivo emette la prima Professione: sceglie come nome religioso quello del padre, Martino, cui aggiunge Maria, in onore alla Madonna da lui profondamente amata. Studia Filosofia e Teologia presso lo Studentato delle Missioni di Bologna, ma interrompe per due volte il percorso scolastico quando gli viene chiesto di essere prefetto, un anno ad Albino e un altro a Trento.
Pur maturando il desiderio di andare in missione in Cina o in Africa, nel 1939 comincia lo studio al Pontificio Istituto Biblico di Roma e, nel 1941, alla Pontificia Università Urbaniana. Lo attende un futuro da docente di Sacra Scrittura e Storia della Chiesa: comincia a Bologna, poi il precipitare degli eventi bellici suggerisce il trasferimento dello Studentato a Castiglione dei Pepoli.
Il 20 luglio 1944 è a Salvaro, in risposta all’invito di Mons. Fidenzio Mellini ad aiutarlo nel ministero pastorale. Qui stabilisce un legame di solida fraternità sacerdotale con il Venerabile Servo di Dio Elia Comini, Salesiano, anch’egli in aiuto a Mons. Mellini. Insieme si occupano della pastorale ordinaria, ma anche del soccorso delle persone più bisognose di quella zona. In questa estate si può dire che padre Martino Capelli fu un autentico missionario, predicando la parola di Dio.
Il triduo di passione per padre Martino Capelli e per don Elia Comini iniziò venerdì 29 settembre 1944. Nella parrocchia di Salvaro, piena di rifugiati, giunse la notizia che, in seguito ad uno scontro con i partigiani, le terribili SS avevano catturato 69 persone, tra le quali c’erano dei moribondi bisognosi di conforto. Padre Martino Capelli con don Elia Comini si recarono a soccorrere i feriti, gli uccisi, gli arrestati, portando la teca con l’Eucarestia e gli Oli santi. A Creda di Salvaro i due sacerdoti vennero arrestati; usati “come giumenti” e costretti a trasportare munizioni. A sera furono rinchiusi nella scuderia di Pioppe di Salvaro. Sabato 30 settembre, padre Martino e don Elia spesero tutte le loro energie nel confortare i numerosi uomini rinchiusi insieme con loro. A sera si confessarono reciprocamente. Il giorno seguente, sull’imbrunire, la mitraglia falciò inesorabilmente le 46 vittime di quello che sarebbe passato alla storia come l’“Eccidio di Pioppe di Salvaro”. Il letto della morte di Padre Martino Capelli fu la cosiddetta botte di Pioppe. Il suo corpo precipitò nel fondo della botte, poi si alzò in piedi, rivolse alcune parole e fece il segno della croce. Tracciando quest’ultima benedizione, morì a Pioppe di Salvaro il 1° ottobre 1944. Aveva 32 anni. La Vergine Addolorata lo ha atteso in quel triste luogo, per portarlo con sé, finalmente nella luce e nella pace del Signore risorto. La sua salma, con quella degli altri uccisi, venne dispersa nel fiume Reno.
In forza della fama di santità, presso la Curia arcivescovile di Bologna, fu celebrata l’inchiesta diocesana dal 3 dicembre 1995 al 25 novembre 2001, la cui validità è stata riconosciuta dall’allora Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 24 ottobre 2003. Preparata la Positio super virtutibus, la Postulazione, in seguito ad una rilettura della vicenda martiriale, chiese al Dicastero il cambio di lemma della Causa da super virtutibus a super martyrio, che venne concesso il 10 maggio 2019. Preparata la Positio super martyrio, si è discusso, secondo la consueta procedura, se la morte del Servo di Dio sia stata un vero martirio. Il 17 dicembre 2020 si è tenuta la Seduta dei Consultori Storici e il 12 dicembre 2024 si celebrò il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, entrambi con pareri favorevoli. I Padri Cardinali e Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 18 novembre 2025, hanno riconosciuto che il suddetto Servo di Dio fu ucciso per la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutti questi dati al Sommo Pontefice Leone XIV. Sua Santità, accogliendo e confermando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Constano il martirio e la causa che ha determinato il martirio del Servo di Dio Martino Capelli, Sacerdote professo della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, in odio alla fede.
Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.
Dato a Roma, il 21 novembre 2025
Marcello Card. Semeraro
Prefetto
+ Fabio Fabene
Arciv. tit. di Montefiascone
Segretario