Ubaldo Marchioni
(† 1944)
- 13 ottobre
Sacerdote diocesano; il 29 settembre 1944 mentre si recava all’Oratorio degli Angeli Custodi di Cerpiano per celebrare la Messa, sostò presso la Chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia per mettere in salvo le Sacre Specie e dare rifugio a una piccola folla di gente impaurita dall’arrivo dei soldati nazisti. Invitò gli uomini a rifugiarsi nei boschi, trattenendo in Chiesa solo le donne e i bambini, ma le trattative con le truppe naziste per farli rilasciare fallirono e tutti i presenti vennero portati presso il cimitero e lì uccisi. Fu dapprima riportato in Chiesa e poi trucidato anch’egli con colpi d’arma da fuoco in testa
Ubaldo Marchioni nacque il 19 maggio 1918 a Vimignano, frazione del Comune di Grizzana (dal 1985, Grizzana Morandi), sull’Appennino Emiliano a circa 50 km da Bologna. Era figlio di Augusto Marchioni, soprannominato in gergo Conchina, e della sua seconda moglie, Antonietta Smerilli, cui si era unito l’anno precedente dopo essere rimasto vedovo con una figlia di appena 5 anni. Dopo Ubaldo, battezzato nello stesso giorno della nascita, i genitori ebbero un altro figlio, due figli maschi morti appena nati ed una figlia di nome Marta nel 1930.
Attratto fin da piccolo dalla vita parrocchiale e dalla figura del suo parroco, chiese all’età di 10 anni di essere ammesso in seminario. Entrò nel seminario diocesano di Borgo Capanne e fece parte di quella che sarebbe stata la classe degli ordinati nel 1942, fra cui il Beato Giovanni Fornasini, anch’egli fra i cosiddetti “martiri di Monte Sole”. Nello studio non si distinse per risultati particolarmente brillanti. Nel 1935 passò al seminario regionale Benedetto XV di Bologna e verrà ordinato sacerdote nella cattedrale metropolitana di San Pietro il 28 giugno 1942 dall’arcivescovo, Card. Giovanni Battista Nasalli Rocca. Celebrò l’indomani la sua prima Messa, nella chiesa di San Lorenzo di Vimignano.
Fu in quella stessa estate costituito vicario cooperatore dell’arciprete di Monzuno (BO) e contemporaneamente gli venne affidata la cura d’anime della piccola parrocchia di San Nicolò della Gugliara. Si trovava a Monzuno quando il 25 luglio 1943 cadde il fascismo e l’8 settembre successivo fu proclamato l’armistizio. In quel frangente tanto difficile e delicato, il ruolo dei parroci fu importantissimo, soprattutto nel difendere la popolazione dalla prepotenza sia dei nazifascisti, sia spesso dei partigiani.
Nell’Epifania 1944 il Card. Nasalli Rocca diede seguito ad un progetto di ridefinizione dei territori parrocchiali di Monzuno e Caprara, con la costituzione di due realtà parrocchiali: Gardelletta (dove doveva sorgere un nuovo complesso parrocchiale) con San Nicolò e La Quercia, San Martino di Caprara con Santa Maria Assunta di Casaglia. Don Marchioni sarebbe stato assegnato alla prima ma fu lui stesso a ritirarsi, temendo di non riuscire nel progetto di costruire, e preferì uno scambio di ruoli con don Ferdinando Casagrande.
La morte dell’arciprete di San Martino di Caprara accelerò le cose: il 28 marzo 1944 don Marchioni fu nominato Economo spirituale di San Martino, il 30 aprile fece da testimone all’ingresso di don Casagrande alla sede provvisoria di La Quercia, il 17 maggio venne firmata la bolla vescovile di nomina ad arciprete di San Martino, il 23 successivo don Marchioni riceveva l’investitura canonica e il 15 giugno prese possesso formale del beneficio parrocchiale. Volle portare con sé la sua famiglia: il padre Augusto, che aveva lasciato ad un supplente il lavoro di postino a Vimignano per contribuire alla coltivazione del beneficio, la mamma Antonietta e Marta, la sorella appena adolescente.
In quello stesso periodo compreso fra l’Ascensione e la Pentecoste la brigata “Stella Rossa”, sotto il comando di Mario Musolesi detto “Lupo”, si spostò nella zona di Monte Sole. Fu così che i partigiani ebbero contatti, seppur sporadici a detta di alcuni, anche con il sacerdote, per procacciarsi cibo, vestiario ed altri beni di prima necessità.
Nella metà di agosto a Santa Maria Assunta di Casaglia predicò Padre Martino Nicola Capelli, dehoniano, che trascorreva il periodo estivo fra quelle montagne; don Marchioni gli chiese di tornare per il triduo della Natività di Maria Vergine (7-10 settembre). Il 3 settembre, nella “festa grande” di San Martino per la Madonna del Rosario, don Ubaldo celebrò le prime Comunioni.
Nel pomeriggio di domenica 10 settembre ricevette il testamento autografo, che don Giovanni Fornasini aveva scritto il giorno 8 e glielo aveva inviato tramite la cognata: in esso egli era citato come esecutore testamentario del confratello, suo coetaneo. Il 14 e 20 settembre si registrò la presenza di don Ubaldo a Vimignano.
Proprio allora, nella seconda metà di settembre, presero a rincorrersi voci di un grande rastrellamento, che i nazisti avrebbero fatto di lì a poco. Non tutti ci credevano davvero, compresi i partigiani, a maggior ragione che per diversi giorni non si sentirono scoppi di bombe, colpi di cannone, volo di aerei militari sopra Marzabotto.
Ma la mattina del 29 settembre a Marzabotto riapparvero le SS che, tra le altre cose, sbarrarono la strada verso Monte Sole. Gruppi di partigiani, con le truppe tedesche alle calcagna, passarono da Casaglia nel tentativo di guadagnare la cima di Monte Sole e trovarvi rifugio. L’operazione militare delle SS fu quella di stringere tutta la zona in una morsa di ferro e fuoco, così da “ripulire” l’area dietro la Linea Gotica dai partigiani della “Stella Rossa”. Iniziata l’escalation con la rappresaglia, finirono per criminalizzare tutta la popolazione di complicità ai partigiani, scatenandosi così contro i civili. Già nelle primissime ore del giorno la brigata fu colta di sorpresa ed anche il “Lupo” venne ucciso.
Molte testimonianze comprovano il martirio materiale di don Ubaldo Marchioni, che venne ucciso nella Chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia da soldati tedeschi. Il martirio ex partae victimae è dimostrato in quanto egli aveva assunto consapevolmente il rischio della morte scegliendo di restare accanto ai fedeli, pur avendo avuto la possibilità di mettersi in salvo. Riguardo al martirio ex parte persecutorum, don Ubaldo non fu mai direttamente coinvolto con le questioni politiche legate alla Resistenza, pur avendo avuti tra i suoi parrocchiani dei partigiani che frequentavano la Chiesa. I soldati nazisti delle truppe SS erano invece notoriamente anticattolici e il fatto che egli fu staccato dal gruppo e ricondotto in Chiesa per essere ucciso davanti all’altare rivela il disprezzo della religione cristiana. Pur essendo avvenuta nel contesto di una strage più ampia di civili, questa drammatica uccisione si compì con modalità diverse e il suo corpo fu particolarmente martoriato, a dimostrare la prevalenza dell’odium fidei contro il sacerdote.
LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 settembre 2026
Domenica scorsa, a Bologna, sono stati beatificati tre sacerdoti martiri: Ubaldo Marchioni, diocesano, Elia Comini, salesiano e Martino Capelli dehoniano, uccisi nel 1944, in una fase drammatica della seconda guerra mondiale a motivo del disprezzo delle truppe naziste verso il loro ministero in favore dei parrocchiani. Il sacrificio supremo di questi ministri di Dio mostra ai cristiani di oggi il coraggio di farsi prossimo ai fratelli specialmente nel momento della prova.
Ascoltarono la voce del Buon Pastore
Omelia nella beatificazione dei sacerdoti: Ubaldo Marchioni, diocesano; Elia Comini, salesiano e Martino Capelli, dehoniano.
Nel medesimo periodo di cinque anni or sono giunsi qui per la beatificazione di don Giovanni Fornasini. Torno, dunque, con emozione in questa Basilica di San Petronio per presiedere, a nome del Papa, il rito della beatificazione di altri tre sacerdoti martiri e celebro con voi la Santa Eucaristia avendo l’animo colmo di gratitudine: in questo Sacramento, dove annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione, trova il suo significato più profondo anche la vicenda dei nuovi Beati: don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano.
Le loro vicende ci riportano a uno dei momenti più tragici e confusi della nostra storia: l’eccidio di Monte Sole, che molti conoscono come l’eccidio di Marzabotto. Più di dieci anni fa lessi la loro storia in un libro dal titolo Le querce di Monte Sole: un’immagine eloquente di uomini rimasti saldi mentre tutto sembrava crollare. Celebrando il loro martirio, noi annunciamo la loro partecipazione alla morte del Signore; ma proclamiamo anche la verità della sua risurrezione. Per loro si è compiuta la promessa dell’Apostolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo» (2Tm 2,11).
Da secoli la liturgia della Chiesa fa risuonare, nella memoria dei martiri, un antico inno che oggi sembra composto proprio per questi tre nuovi Beati: Christo profusum sanguinem… laetis sequamur vocibus. «Cantiamo con voci festose il sangue versato per Cristo, la vittoria dei martiri, la corona preparata nei cieli per loro». Umanamente questo canto appare quasi un paradosso: come si può parlare di gioia davanti al sangue innocente? La risposta non nasce dall’esaltazione della sofferenza, ma dal mistero di Cristo, secondo le parole che abbiamo ascoltato da san Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù… Egli svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Vuol dire che il segreto dei martiri non è l’eroismo, ma l’amore che si svuota di sé. L’antico inno aggiunge che, agli occhi del mondo, la morte dei martiri può sembrare come una pianta senza frutto né fiore; eppure proprio quel vuoto è diventato il luogo in cui Dio ha fatto fiorire la carità. Come Cristo non trattenne nulla per sé, così don Ubaldo, don Elia e padre Martino non trattennero neppure la propria vita.
Avrebbero potuto fuggire. Nei giorni terribili dei rastrellamenti la via della salvezza era ancora aperta. Molti, mossi da sincero affetto, li esortavano a mettersi in salvo. Sarebbe stata una scelta umanamente comprensibile. Ma proprio in quel bivio essi riconobbero un’altra voce: quella che il Vangelo ci ha fatto ascoltare oggi. «Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono». Don Ubaldo, don Elia e padre Martino compresero che la voce del Buon Pastore non li chiamava lontano dal pericolo, ma accanto al loro popolo. Il gregge era impaurito, disperso, indifeso; il vero pastore, però, non abbandona le pecore quando arrivano i lupi. Per questo rimasero. Rinunciarono liberamente alla propria sicurezza per condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Fratelli e sorelle, qui si manifesta la bellezza della loro santità.
Oggi la Chiesa distingue giustamente il martirio dall’offerta della vita: sono due vie diverse, ciascuna con la propria fisionomia, ma entrambe nascono dalla medesima sorgente, che è la carità di Cristo. I nostri Beati non cercarono il martirio; decisero piuttosto di non abbandonare il loro gregge. La loro fu una autentica offerta della vita: una scelta libera, consapevole e profondamente pastorale. Proprio questa disponibilità li rese pronti ad accogliere il martirio quando l’odio contro la fede si abbatté su di loro. Distinte, ma intimamente unite, oblatio vitae e martirio si illuminano reciprocamente nella logica evangelica del Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore.
Guardiamo a don Ubaldo Marchioni. Poteva salvarsi; preferì restare accanto alla sua gente. Cadde sui gradini dell’altare, quasi offrendo la propria vita insieme al sacrificio eucaristico. Tornano alla mente le parole del Salmo: «Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza» (Sal 43,4), che un tempo il sacerdote recitava ai piedi dell’altare all’inizio della Messa: ad Deum qui laetificat juventutem meam. Don Ubaldo aveva appena ventisei anni! Con lui guardiamo a don Elia Comini. Dopo aver celebrato quella che sarebbe stata l’ultima Messa della sua vita, si lasciò davvero spezzare, come il pane eucaristico, per la salvezza del suo popolo. E contempliamo padre Martino Capelli. La sua fedeltà sacerdotale divenne testimonianza del Cuore aperto di Cristo: rimase presente come pastore, come fratello e come uomo di Dio. Nessuno dei tre volle sottrarsi alla sorte della propria comunità. Scelsero semplicemente di restare.
Oggi, celebrando la beatificazione di questi martiri, comprendiamo che le loro vite non sono state spezzate dal male, ma portate a compimento dall’amore. Per questo il loro sangue non grida vendetta, ma annuncia Cristo. È il profumo di una Chiesa che non fugge, che non abbandona, che rimane solidale accanto a chi soffre. Come ha scritto il fratello Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità interpella profondamente anche noi: ci chiede di scegliere con decisione la pace, di unire le nostre energie a quanti lavorano per disarmare i cuori e le mani, di disinnescare l’ostilità con il dialogo e di custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia.
I nuovi Beati ci ottengano la grazia di riconoscere, anche nelle prove del nostro tempo, la voce del Buon Pastore e di avere il coraggio di seguirla. Amen.
Bologna – Basilica di San Petronio, 27 settembre 2026
Marcello Card. Semeraro
DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM
BONONIENSIS
Beatificationis seu Declarationis Martyrii
SERVI DEI
UBALDI MARCHIONI
Sacerdotis Dioecesani
in odium fidei, uti fertur, interfecti
(† 29 Septembris 1944)
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DECRETUM SUPER MARTYRIO
«Beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno, mentendo, ogni sorta di male contro di voi» (Mt. 5,11).
Il Servo di Dio Ubaldo Marchioni, Sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, seguendo fedelmente il Divino Maestro, restò accanto al suo gregge fino alla fine, servendo il Regno, annunciando la Parola e testimoniando la carità. Non ebbe timore di affrontare il pericolo e protesse e confortò il suo popolo anche di fronte al pericolo. Pur consapevole dell’odio anticristiano delle SS, non abbandonò i suoi fedeli, mettendo a rischio la sua vita fino allo spargimento del sangue.
Nato a Vimignano di Grizzana Morandi (Bologna) il 19 maggio 1918 da Augusto e Antonietta Smerigli, il Servo di Dio venne battezzato lo stesso giorno. Cresimato il 4 luglio 1924, entrò nel Seminario minore di Borgo Capanne nell’ottobre del 1930. Seguì, quindi, il corso degli studi nel Seminario arcivescovile di Villa Revedin e nel Seminario Regionale di Bologna. Il 28 giugno 1942 fu ordinato sacerdote, insieme ad altri candidati fra cui il Beato Giovanni Fornasini, nella chiesa cattedrale di San Pietro in Bologna dal Cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca. Nominato dapprima vicario cooperatore a Monzuno, tre giorni dopo, divenne parroco di San Nicolò della Gugliara. Il Servo di Dio si distinse per la vicinanza pastorale al suo gregge e per la carità nei confronti di tante povere vittime della guerra in corso. Nel 1944, fu trasferito come arciprete di San Martino di Caprara, territorio che si trovava a ridosso della cosiddetta “Linea Gotica”, teatro di aspri e lunghi combattimenti tra le truppe occupanti naziste e i gruppi della Resistenza, formati prevalentemente da giovani del posto renitenti alla leva per la neonata Repubblica di Salò.
Don Ubaldo restò al suo posto, chiamando attorno a sé anche i suoi genitori e la sorella minore Marta, che lo aiutarono nello svolgimento del suo servizio pastorale, sempre più carico di responsabilità. Egli fu vicino a tutti i suoi fedeli, indipendentemente dalle loro idee politiche e dalla loro appartenenza.
Il 29 settembre 1944, festa di San Michele Arcangelo, partì di buon mattino dalla chiesetta di San Martino per andare all’oratorio degli Angeli Custodi di Cerpiano, dov’era atteso per la celebrazione della santa Messa dei bambini dell’asilo locale. Lungo il tragitto per Cerpiano il Servo di Dio passò per la chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia, rientrante nel perimetro della sua parrocchia. Quando vi giunse intorno alle 9, circa un centinaio di persone, soprattutto donne e bambini, si erano accalcate presso l’edificio sacro, nella speranza di trovare riparo dalla furia nazifascista, che stava devastando la montagna. Don Ubaldo fece entrare tutti in chiesa, chiedendo agli uomini adulti e ai giovani di andare a rifugiarsi nei boschi vicini. Accettò, poi, con piena coscienza del pericolo, di restare accanto a quel popolo inerme e terrorizzato, cominciando a recitare con loro il Rosario, invitando tutti a confidare in Dio.
Quando i soldati nazisti entrarono in chiesa, don Ubaldo cercò di proteggere quel popolo inerme e impaurito. Il suo appello restò però inascoltato e tutti i presenti furono fatti uscire e messi in marcia verso il vicino cimitero, dove sarebbero stati massacrati. Anche il Servo di Dio fu messo in marcia insieme ai rastrellati ma, su ordine di un giovane ufficiale SS, fu distaccato dal gruppo e riportato in chiesa dove, sulla predella dell’altare, venne ucciso a colpi di arma da fuoco. Gli assassini cercarono, quindi, di bruciare il suo corpo e tentarono anche di incendiare l’edificio.
Alcuni uomini, la notte successiva, seppellirono il corpo in una fossa comune insieme ai resti mortali di tutte le persone che erano state massacrate. Oggi riposano nel loculo 510 del sacrario di Marzabotto, dove furono raccolti i corpi ritrovati nella fossa comune di Casaglia.
Il Servo di Dio nel tragico periodo della guerra fu un sicuro punto di riferimento per tutti. La sua figura, riconoscibile per la veste talare, ebbe per tutti un significato di speranza e, attraverso di lui, la gente avvertì la vicinanza del Signore e della Chiesa in un periodo carico di sofferenze.
In forza della fama di santità, presso la Curia arcivescovile di Bologna, fu celebrata l’inchiesta diocesana dal 18 ottobre 1998 al 20 novembre 2011, la cui validità è stata riconosciuta dall’allora Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 13 dicembre 2013. Preparata la Positio super virtutibus, la Postulazione, in seguito ad una rilettura della vicenda martiriale, chiese al Dicastero il cambio di lemma della Causa da super virtutibus a super martyrio, che venne concesso il 5 maggio 2021. Preparata la Positio super martyrio, si è discusso, secondo la consueta procedura, se la morte del Servo di Dio sia stata un vero martirio. L’8 febbraio 2022 si tenne la Seduta dei Consultori Storici e il 6 febbraio 2025 si celebrò il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, entrambi con pareri favorevoli. I Padri Cardinali e Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 18 novembre 2025, riconobbero che il suddetto Servo di Dio fu ucciso per la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutti questi dati al Sommo Pontefice Leone XIV. Sua Santità, accogliendo e confermando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Constano il martirio e la causa che ha determinato il martirio del Servo di Dio Ubaldo Marchioni, Sacerdote diocesano, in odio alla fede.
Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.
Dato a Roma, il 21 novembre 2025
Marcello Card. Semeraro
Prefetto
+ Fabio Fabene
Arciv. tit. di Montefiascone
Segretario