Causa in corso
Fausto Gei
- Venerabile Servo di Dio -

Fausto Gei

(1927 - 1968)

Venerabilità:

- 21 febbraio 2026

- Papa  Leone XIV

Fedele laico, membro dell’Associazione dei Silenziosi Operai della Croce; pur avendo vissuto un’esistenza segnata da profonda sofferenza fisica, fu autentico testimone del Vangelo, consacrandosi al Signore e trasformando la sua infermità in una opportunità per aiutare gli altri, operando la carità verso tutti, in particolare nei confronti di chi accomunato nella sofferenza fisica

  • Biografia
Con il suo impegno sensibilizzò anche le autorità civili e religiose circa gli effettivi bisogni delle persone malate e delle loro famiglie

 

Il Venerabile Servo di Dio Fausto Gei, nacque e visse nel territorio della parrocchia della cattedrale di Brescia, nella casa di famiglia in via Musei. Nato il 14 marzo 1927 e battezzato con i nomi di Fausto, Francesco, Vincenzo, era il primogenito di cinque fratelli. La sua famiglia, tipica famiglia borghese dell’epoca, era molto religiosa e nota all’ambiente ecclesiale bresciano per l’assidua fedeltà alla pratica religiosa.

Compiuti i primi cicli scolastici, frequentò l’istituto tecnico per geometri (1938-1942) e poi si iscrisse al primo anno del liceo scientifico “A. Calini” di Brescia, dove ebbe come insegnante di religione l’oratoriano Padre Carlo Manziana. Tramite questi, che poi scelse come confessore e come direttore spirituale, cominciò a frequentare l’Oratorio della Pace, che fu molto importante per la formazione spirituale di Fausto. Padre Manziana, futuro vescovo di Crema, rivestì un ruolo di primo piano nella vita di Fausto Gei: gli fu sempre vicino, anche durante la malattia, lo confortò con le sue visite, intrattenne con lui un rapporto epistolare ed infine, ormai vescovo, venne ad assisterlo sul letto di morte.

Frequentò il secondo anno di liceo (1944-1945) in seminario, non per vocazione, ma per evitare angherie e rastrellamenti dei nazisti, dati i suoi rapporti con sacerdoti risaputamente antifascisti e favorevoli alla Resistenza (fra i quali lo stesso Padre Manziana, che venne pure deportato a Dachau). Con la maturità scientifica nel 1946, concluse gli studi superiori. Scelse di continuare alla facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Pavia: voleva diventare medico, per fare del bene al prossimo. Si scrisse nell’ottobre 1946 ma, alla fine di quello stesso anno, comparvero i primi sintomi della malattia: raffreddori, diplopia, difficoltà a camminare. Nella primavera 1947 la diagnosi: sclerosi cronica e ingravescente, con prognosi infausta (non si conosceva al tempo alcuna terapia che fosse efficace). Si sforzò di proseguire l’impegno universitario, vivendo a pensione e riuscendo a sostenere appena 3 esami, tra maggio 1947 e giugno 1948.

Fausto veniva curato in casa, accudito prima dalla mamma e poi dalle sorelle Franca e Maria Laura, che lo accompagnavano anche nei viaggi. Nel 1949, prima volta di una lunga serie, si recò in pellegrinaggio a Lourdes. La malattia gli tolse pian piano il movimento: all’inizio riusciva a muoversi in carrozzina, poi rimase allettato. Dal 1956 perse anche l’uso delle mani e la sorella doveva scrivere per lui. Con un filo di voce sillabava le parole, poi perse anche quel minimo: sempre più completamente immobilizzato, alla fine muoveva solo le palpebre per comporre parole e frasi confermando una ad una le lettere dell’alfabeto.

Nel 1955 ebbe i primi contatti con Mons. Luigi Novarese. Partecipò all’incontro dei malati con Papa Pio XII dell’ottobre 1957 nel cortile del Belvedere, nel 10° anniversario del Centro Volontari della Sofferenza. In quell’occasione regalò al Papa il suo libretto Brevi meditazioni, che aveva fatto scrivere appositamente, in bella calligrafia, alle suore del Buon Pastore. Propose quindi a Mons. Novarese di istituire a Brescia un centro analogo al suo: il futuro Beato preferì proporgli di entrare lui stesso fra i Silenziosi Operai della Croce e di impegnarsi attivamente nella diffusione del suo carisma. Entrò fra i Silenziosi Operai della Croce, come membro che viveva in casa propria: compì il biennio di prova (1960-1962) e l’8 dicembre 1962 emise i voti annuali, che rinnovò per l’ultima volta l’8 dicembre 1967.

Si impegnò particolarmente nella raccolta di fondi per la costruzione della casa di Re (VB), dove il Beato Novarese voleva radunare periodicamente i membri dell’istituto per ritiri ed esercizi spirituali. Finché la salute glielo permise, partecipò anche lui agli esercizi in Val Vigezzo, accompagnato dalle sorelle, ambedue aderenti al Centro Volontari della Sofferenza.

Per diffondere la spiritualità e il messaggio dell’istituto si diede più che poté. Tra i promotori di una sezione del Centro Volontari della Sofferenza a Brescia, ne venne nominato incaricato diocesano dal vescovo, Mons. Giacinto Tredici, nel 1959. In questa veste indirizzò gli ammalati bresciani 15 lettere circolari (1960-1964), organizzò raduni di preghiera, scriveva periodicamente La pagina del malato sul settimanale diocesano La voce del Popolo. Dal 1956 al 1967 pubblicò tre volumetti: Sofferenza serena nel 1962, Con Gesù in preghiera. Meditazioni di un infermo per chi soffre nel 1965, Un pensiero al giorno. Vademecum del sofferente nel 1965. I suoi scritti erano apprezzati da molti. Sacerdoti e suore, che per il loro apostolato avvicinavano i malati, li diffondevano. Negli ultimi 2 anni di vita dettò anche 11 poesie. Intrattenne una corrispondenza con centinaia di ammalati, iscritti o meno al Centro Volontari della Sofferenza, ed anche con parenti di malati che lo ringraziavano per avere dato, con suoi scritti, conforto ai loro familiari. Fra i corrispondenti vi furono numerosi sacerdoti e religiose, suore monache e claustrali. Inoltre, dal carisma dei Silenziosi Operai della Croce imparò a fare offerta delle proprie sofferenze per i fratelli ammalati ed anche per la conversione delle persone lontane da Dio.

Si racconta di una visita che gli fece, durante la malattia, il Card. Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, futuro San Paolo VI. Ebbe un legame profondo con il Venerabile Servo di Dio Angiolino Bonetta, che aveva soltanto 15 anni quando morì nel 1963.

Le sue condizioni di salute andarono peggiorando, soprattutto negli ultimi 3 anni di vita. Alla fine di marzo 1967 interruppe la collaborazione con il settimanale diocesano per la pubblicazione de La pagina del Malato. Nel gennaio successivo ebbe una gravissima crisi, dalla quale si riprese a fatica. Il 18 marzo subentrò una febbre influenzale, con focolai broncopolmonari, che fecero subito presagire un esito infausto. Sopraggiunse anche un edema polmonare, con dolori intensi a motivo del sistema nervoso ormai distrutto da più di 20 anni di malattia. In casa arrivavano moltissime persone che volevano vederlo per l’ultima volta; solo negli ultimi 2 giorni i familiari impedirono le visite.

Ricevette l’Unzione degli infermi e rimase cosciente fin quasi alla fine. Spirò nella notte, alle prime ore di giovedì 28 marzo 1968. Nel pomeriggio dello stesso giorno si tennero le esequie nel duomo di Brescia, con imponente partecipazione di persone. Venne sepolto nel Cimitero Vantiniano di Brescia. Tuttora si valuta la possibilità di traslarne i resti mortali nella chiesa di Santa Maria della Carità in Brescia, in via Musei, a pochi passi da quella che era stata la sua abitazione.

Il Venerabile Servo di Dio, pur avendo vissuto un’esistenza segnata da profonda sofferenza fisica, fu autentico testimone del Vangelo, consacrandosi al Signore e trasformando la sua infermità in una opportunità per aiutare gli altri, operando la carità verso tutti, in particolare nei confronti di chi accomunato nella sofferenza fisica. Avrebbe desiderato diventare medico, dovendovi rinunciare, s’impegnò per lenire le ferite dell’anima e del corpo delle tante persone che lo avvicinarono. L’incontro con il Beato Luigi Novarese rafforzò la sua fede e determinò il suo ingresso tra i “Silenziosi Operai della Croce”, consentendogli di compiere un esteso apostolato tra i malati, fondando a Brescia una sezione del Centro Volontari della Sofferenza.

Man mano che le sue condizioni fisiche peggioravano, si dedicò con maggiore intensità all’apostolato della scrittura, collaborando con varie riviste e pubblicando volumetti sul senso della sofferenza e sul conforto della preghiera. Teneva, inoltre, una fitta corrispondenza con i malati che traevano beneficio dai suoi scritti e, alcuni di essi, lo visitavano ricevendo conforto spirituale. Con il suo impegno sensibilizzò anche le autorità civili e religiose circa gli effettivi bisogni delle persone malate e delle loro famiglie.

Accompagnato dalle cure dei familiari e confortato dalla vicinanza spirituale del Beato Novarese, cercò di vivere il suo apostolato con serenità ed equilibrio, senza mai perdere la speranza nel Signore, alimentando il suo profondo amore per l’Eucaristia e la devozione alla Madonna, invocata quotidianamente con la preghiera del Santo Rosario, la sua “arma indispensabile per vincere la sofferenza”.

La perdurante fama di santità si deve principalmente alla fortezza nell’accogliere il mistero del dolore e alla serenità nel portare la croce. Nonostante il riserbo della famiglia, tale fama è giunta fino a noi, unita ad una certa fama signorum.