Gjon Gazulli
(† 1927)
- 5 marzo
Sacerdote diocesano; anche se molti sacerdoti lasciarono l’Albania, sottomessa al regime stabilito dal presidente della Repubblica Ahmet Zogu, egli restò tra la sua gente e venne arrestato. Sottoposto a un processo farsa, fu condannato sulla base di false accuse e venne impiccato a Scutari
Gjon Gazulli nacque a Dajc, in Albania, il 26 marzo 1893. All’età di 12 anni entrò nel Seminario Pontificio di Scutari. Dopo aver superato alcuni problemi di salute che lo costrinsero ad interrompere il percorso formativo, nel 1919 fu ordinato sacerdote. Dopo aver guidato per due anni la parrocchia di Gjader, fu inviato a Qelez di Puka dove rimase fino al 1925, quindi divenne parroco a Koman. Ovunque riuscì a farsi amare dalla popolazione offrendo aiuto e incoraggiamento. Don Gazulli, che aveva istituito una scuola parrocchiale per l’insegnamento della religione cattolica, venne tenuto sotto controllo dal governo per la presunta attività di ostacolo all’istruzione comune di musulmani e cristiani e divenne inviso alle autorità politiche perché sul piano morale e su quello religioso esercitava un forte ascendente sulla gente del luogo e sugli altri parroci.
Anche se molti sacerdoti lasciarono l’Albania, sottomessa al regime stabilito dal presidente della Repubblica Ahmet Zogu, egli restò tra la sua gente e venne arrestato il 28 dicembre 1926. Sottoposto a un processo farsa, fu condannato sulla base di false accuse e venne impiccato in piazza a Scutari il 5 marzo 1927. Morì perdonando i suoi uccisori e professando la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Il martirio materiale, fu l’impiccagione sulla pubblica piazza di Scutari il 5 marzo 1927, dopo aver subito torture e vessazioni in carcere, è attestato dagli atti e dalle testimonianze processuali ed extraprocessuali.
Il martirio ex parte persecutoris ha la sua causa nella difesa della sua identità religiosa e della sua gente. I cattolici, infatti, pur rappresentando una minoranza in Albania, avevano una grande influenza sul piano sociale e culturale. Attraverso le scuole cattoliche i sacerdoti e i religiosi formavano le future generazioni e questo preoccupava molto le autorità governative. Ciò impediva al governo la realizzazione di un disegno di unità della popolazione che si voleva, per scopi politici, affrancare dall’appartenenza confessionale.
L’odium fidei è stato la causa della sua uccisione. L’esercizio del suo ministero sacerdotale e la sua indomita azione in difesa della fede, gli procurò l’ostilità dei suoi persecutori.
Riguardo al martirio ex parte Servi Dei, gli atti confermano come, in carcere, nonostante avesse ricevuto minacce, non volle rinnegare la sua fede ma, sia durante il processo che in punto di morte, proclamò la fedeltà a Cristo e alla Chiesa cattolica. Le testimonianze sono concordi nell’affermare che sapeva di rischiare la vita per la difesa del suo popolo e accettò consapevolmente il martirio propter fidem. Il modo in cui affrontò l’ingiusta condanna e l’impiccagione risultò edificante anche per i non cattolici che avevano assistito all’esecuzione capitale. Fin da subito si diffuse la sua fama di martirio, che si accrebbe negli anni seguenti quando molte persone continuarono a recarsi presso la sua tomba chiedendo la sua intercessione e ottenendo grazie.
DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM
Scodrensis-Pulatensis
Beatificationis seu Declarationis Martytii
Servi Dei
IOANNIS (Gjon) Gazulli
SACERDOTIS DIOECESANI
in odium fidei, uti fertur, interfecti
(+ 1927)
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DECRETUM SUPER MARTYRIO
“Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”(Gv 1,24-26).
La sequela di Cristo che il Servo di Dio Gjon Gazulli, sacerdote diocesano, si prefisse di realizzare mediante il sacerdozio, ricevette conferma e compimento nel giorno del suo martirio. Condotto al patibolo con ingiusta condanna, come il Maestro, seppe perdonare i persecutori e offrire la sua vita innocente in sacrificio gradito a Dio per il bene della Chiesa e del mondo.
Il Servo di Dio nacque a Dajç di Zadrima, in diocesi di Sappa, Albania, il 26 marzo del 1893 e venne battezzato il 30 marzo seguente. Terminata la scuola a Daiç nel 1905 entrò nel Seminario Pontificio di Scutari. La sua vocazione al sacerdozio fu ripetutamente provata dalla malattia. Il Servo di Dio dimostrò forza, perseveranza e determinazione per riprendere ogni volta il cammino con rinnovato impegno. Infatti, ammesso come alunno al Collegio Urbano di Roma, nel mese di giugno 1913 dovette far rientro in Albania a causa di un episodio di tubercolosi polmonare. Guarito, chiese ed ottenne nel 1916 di essere ammesso al noviziato della Compagnia di Gesù a Vienna. Ma anche questa volta, dopo tre anni, dovette ritirarsi a causa della salute. Rientrato definitivamente in Albania nel 1919, avendo ormai completato gli studi teologici, il 4 agosto di quell’anno fu ordinato sacerdote nella diocesi di Sappa. Svolse il ministero come parroco a Gjadër, Qelëz e, dal 1925, a Koman. Sempre sensibile ai problemi che affliggevano i parrocchiani, nei difficili tempi che attraversava la sua Patria, si schierò decisamente dalla parte dei perseguitati, anche non cristiani, di cui prendeva le difese. In particolare, il Servo di Dio fu zelante per l’educazione cattolica della gioventù.
Don Gazulli ispirava la sua azione pastorale alla dottrina sociale della Chiesa. Di conseguenza il suo operare non era ben visto dal regime di Achmet Zogu, Presidente della Repubblica d’Albania dal gennaio del 1925, e dal suo partito, ostile al clero cattolico. Ma il Servo di Dio non trovava sostegno neppure da parte di quei superiori ecclesiastici in qualche modo compromessi con il regime. Fu pertanto ritenuto un oppositore scomodo. Quando nel novembre del 1926 scoppiò nel Dukagjin una rivolta contro Zogu, il Servo di Dio fu accusato ingiustamente di esserne tra i fautori e con tale pretesto venne arrestato il 28 dicembre 1926 e imprigionato prima a Puka e poi definitivamente a Scutari. Con sentenza del 10 febbraio 1927, pronunciata dal tribunale politico, fu condannato a morte. Don Gazulli accolse la notizia con dignità e contegno. Nelle prime ore del 5 marzo 1927, giorno in cui era stabilita l’esecuzione per impiccagione, chiese di confessarsi e poi con grande devozione prese il Viatico. Quindi chiese permesso all’ufficiale di poter parlare e gli fu accordato. Disse che in quel momento solenne nel quale stava per comparire dinanzi al Redentore per essere giudicato, teneva a dichiarare che non aveva commesso alcuna azione in danno alla Patria ma che, come sacerdote cattolico, si era sempre adoperato per il bene di essa; che era innocente delle accuse mossegli e che, ad esempio di Gesù, accettava di morire senza colpa e perdonava tutti. Si avviò per andare al patibolo accompagnato da due padri francescani e da circa un centinaio di militari. Nell’uscire dal carcere il capitano ordinò ai soldati di presentargli le armi e, anche nell’accompagnarlo, tutti tennero un rispettoso contegno. Essendo quella notte la prima del Ramadan, digiuno dei musulmani, molti di questi si trovavano ancora a quell’ora per la città e, accortisi del fatto, si unirono ai soldati per recarsi al luogo del supplizio. Il Servo di Dio procedette con decorosa gravità assorto in Dio, pregando a voce intelleggibile il salmo Miserere e il Santo Rosario. Quando fu giunto al patibolo si volse verso la moltitudine e, con voce alta e ben sonora, gridò: «Viva Gesù Cristo Re; Viva il Santo Padre; Viva la religione cattolica; viva l’Albania coi veri albanesi!». Poi montò sulla panchina, raddrizzò la persona, e dicendo - Gesù, Maria, Giuseppe - gli fu messo il capestro e spirò baciando per l’ultima volta il Crocifisso che dal sacerdote gli fu accostato alle labbra.
La sua morte fu subito percepita dai fedeli come un autentico martirio e la sua fama si mantenne ininterrottamente anche negli anni della persecuzione comunista, allorché la Chiesa in Albania fu ridotta al silenzio. La tomba del Servo di Dio, nel cimitero di Scutari, veniva visitata nascostamente dai fedeli che ne trovavano conforto per la fede e sperimentavano l’efficacia dell’intercessione di Don Gazulli.
La Causa di beatificazione poté prendere avvio solo con la recuperata libertà religiosa del Paese. L’inchiesta diocesana fu istruita presso la Curia di Scutari-Pult dal 10 novembre 2002 all’8 dicembre 2010. Il Dicastero delle Cause dei Santi ne riconobbe la validità giuridica il 9 marzo 2012. Preparata la Positio, essa fu sottoposta all’esame della Seduta dei Consultori Storici, il 18 maggio 2022, e del Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, il 7 novembre 2023, entrambi con esito positivo. I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 18 giugno 2024 hanno riconosciuto che l’uccisione del Servo di Dio fu un autentico martirio.
Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutte queste cose al Sommo Pontefice Francesco. Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: È provato il martirio e la sua causa del Servo di Dio Giovanni (Gjon) Gazulli, sacerdote diocesano, nel caso e per il fine di cui si tratta.
Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.
Dato a Roma il 20 giugno 2024
Marcello Card. Semeraro
Prefetto
+ Fabio Fabene
Arciv. tit. di Montefiascone
Segretario