Michał Tomaszek, Zbigniew Strzałkowski e Alessandro Dordi
(†1991)
- (9 e 25 agosto)
Michał Tomaszek (1960-1991) e Zbigniew Strzalkowski (1958-1991), sacerdoti professi polacchi dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e Alessandro Dordi (1931-1991), sacerdote diocesano italiano, martiri: uccisi in odio alla fede dai guerriglieri di Sendero Luminoso il 9 e il 25 agosto 1991 in Perù
Il martirio
Il 9 agosto, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, i guerriglieri costrinsero Fra Michał e Fra Zbigniew a uscire dal convento. Li condussero separatamente al Municipio di Pariacoto e li fecero salire sulle camionette della missione insieme ad una suora. Percorso un tratto di strada, fecero scendere la suora e portarono i frati in un luogo chiamato Pueblo Viejo, vicino al cimitero. Lì assassinarono Fra Michał con un colpo alla nuca e Fra Zbigniew con due colpi, uno alla spalla e uno alla testa. Uccisero anche il sindaco del villaggio. Alcuni giorni dopo Don Alessandro, che già era sfuggito ad un precedente attentato, fu bloccato sulla strada che dalla sua sede di Santa conduceva verso Vinzos e immediatamente passato per le armi.
L’unica ragione della condanna a morte, avvenuta perfino senza quei processi-farsa usuali all’epoca, fu il loro status e il loro apostolato di religiosi e di sacerdoti. Profonda fu la loro serenità di fronte al martirio, che giunse improvviso ma non imprevisto. Essi, infatti, erano ben consapevoli del clima minaccioso che andava addensandosi intorno a loro; ma, nonostante ciò, non abbandonarono le loro parrocchie. I due frati conventuali, prima di essere prelevati dai guerriglieri, si preoccuparono di mettere al sicuro i postulanti, quindi si consegnarono ai loro carnefici. Anche Don Dordi, nonostante una salute malferma, rimase al suo posto; anzi, nel momento della morte, rivolse parole di pietà ai suoi uccisori.
1. Padre Zbigniew Strzałkowski, nato a Tarnów (Polonia) il 3 luglio 1958, fu accolto tra i Frati Minori Conventuali nella Provincia religiosa di S. Antonio di Padova a Cracovia. Ordinato sacerdote il 7 giugno 1986, fu vice-rettore nel seminario minore di Legnica, dove maturò la decisione di rendersi disponibile per l’apertura di una missione in Perù, voluta dal governo della sua Provincia religiosa. A chi gli faceva presenti le difficoltà e instabilità politiche in cui si trovava la nazione peruviana, p. Zbigniew rispondeva: “Quando si va in missione bisogna essere pronti a tutto”. Il 28 novembre 1988 partì alla volta di Lima e prese subito contatto con la diocesi di Chimbote, prestando aiuto, in distinte località, a sacerdoti in cura d’anime, per apprendere la lingua e gli usi e tradizioni locali.
«La ringrazio per le preghiere con cui mi sostiene costantemente; le dovrebbe offrire specificatamente per i nostri fratelli nella fede che vivono in questa terra e per le vocazioni locali» (P. Zbigniew Strzałkowski).
2. Padre Michał Tomaszek, nato il 23 settembre 1960 a Kawica (Polonia) entrò quindicenne nel seminario minore della Provincia religiosa di sant’Antonio, dei Frati Minori Conventuali, a Legnica. Al termine degli studi teologici, fu ordinato sacerdote il 23 maggio 1987 e per due anni svolse il ministero nella parrocchia di Pieńsk (arcidiocesi di Wrocław). Fin dall’inizio del 1989 p. Michele ottenne di unirsi ai due giovani confratelli che l’anno precedente avevano iniziato la missione nella diocesi di Chimbote e nell’agosto dello stesso anno li raggiunse nella parrocchia di Pariacoto, che li vedrà per due anni impegnati nella cura pastorale della popolazione locale. L’attività missionaria richiedeva l’impegno costante dei giovani missionari, soprattutto per la vastità del territorio e la difficoltà nelle comunicazioni: i 63 villaggi della parrocchia erano disseminati in una sona montagnosa di un migliaio di chilometri quadrati; alcuni di tali villaggi si potevano raggiungere solo a cavallo. Accanto all’opera di evangelizzazione, i missionari si impegnavano pure nell’assistenza sociale di tante famiglie, coadiuvati dalle Caritas diocesana e pontificia. Tale attività, apprezzata dalla popolazione locale, cominciò ad essere osteggiata da “Sendero Luminoso”, l’organizzazione terroristica con ideologia marxista-leninista-maoista, affermatasi in Perù all’inizio degli anni ’80. La sera del 9 agosto 1991 i padri Michele e Zbigniew avevano appena concluso la celebrazione Eucaristica nella chiesa parrocchiale quando un commando di Senderisti vi fece irruzione, legarono le mani dei due missionari e li caricarono sulla camionetta della parrocchia, sulla quale volle decisamente salire anche una delle religiose addette alla catechesi, che fu così testimone dell’interrogatorio a cui furono sottoposti i due giovani sacerdoti, accusati di essere fedeli a Cristo e alla Chiesa. Terminato l’interrogatorio, la religiosa venne fatta uscire a forza dalla vettura e il commando si allontanò portando con sé i sequestrati. Giunti al piccolo villaggio di Pueblo Viejo, a circa 2 chilometri da Pariacoto, i terroristi, sparando a bruciapelo alla testa, uccisero p. Michele, p. Zbigniew. Sul petto di p. Zbigniew i terroristi lasciarono un cartoncino con la scritta: “Così muoiono i servi dell’imperialismo”. Fu subito evidente, anche per la testimonianza della religiosa che aveva assistito all’interrogatorio subito dai missionari, l’odio dei rivoluzionari marxisti verso la Chiesa cattolica e la loro opposizione all’opera di evangelizzazione e di promozione umana compiuta dai due giovani sacerdoti. Le solenni esequie celebrate a Pariacoto (la popolazione volle dare sepoltura ai loro resti mortali nella stessa chiesa parrocchiale) e altre celebrazioni tenute in varie località del Perù posero in evidenza la necessità di raccogliere subito le testimonianze e di tener viva la memoria del martirio.
«Ho amato questa terra [di Perù], l’ho amata fino a sentirmi meglio qui; e questo in fondo dipende da quanto uno ambisca realizzare la chiamata del Signore per sé» (P. Michał Tomaszek).
3. Don Alessandro Dordi, nacque il 22 gennaio 1931 a Gromo San Marino, piccola frazione di Gandellino, nell’alta Valle Seriana (Italia). Entrato nel seminario vescovile di Bergamo, chiese presto di far parte della comunità missionaria del “Paradiso”, un’istituzione diocesana, voluta in quegli anni dal vescovo mons. Adriano Bernareggi, per fronteggiare le emergenze pastorali. Venne ordinato sacerdote il 12 giugno 1954. Per dodici anni il Venerabile Servo di Dio svolse il ministero diocesano nella diocesi di Chioggia e tra gli emigrati italiani a Le Locle, nel Cantone Svizzero di Neuchatel, dove rimase fino al 1980, allorché chiese al suo vescovo di potersi recare in Perù per offrire il proprio servizio ai poveri di quel paese. Entrò profondamente nel cuore della popolazione della valle del Santa, a nord di Chimbote, alla quale era stato destinato dal Vescovo di quella Diocesi. Pur non svolgendo alcuna forma di attività politica, si impegnò a proteggere i più deboli, a promuovere tra loro i valori evangelici e a organizzare corsi di formazione per i diversi gruppi di fedeli. Tali attività pastorali suscitarono la violenta avversione dei guerriglieri di “Sendero Luminoso”. Così, dopo una serie di intimidazioni, la sera del 25 agosto 1991, mentre ritornava verso la casa parrocchiale, sostando per celebrare un’ultima Eucaristia a Vinzos, un commando di terroristi gli tese un’imboscata e, dopo un brevissimo interrogatorio, lo uccise a colpi d’arma da fuoco, vicino a Rinconada. Dopo i solenni funerali svoltisi nella cattedrale di Lima, i resti mortali del Servo di Dio furono trasportati in Italia e inumati nel cimitero di Gromo San Marino.
«Sarai al corrente della morte dei due Padri Polacchi. Non ho parole per descriverti come siamo stati tutti colpiti da questo grave fatto. … Senza volerlo vien da pensare a chi toccherà la prossima volta. … Siamo nelle mani del Signore, tu prega perché io mi dico: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”» (Don Alessandro Dordi).
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
IN OCCASIONE DEL X ANNIVERSARIO DELLA
BEATIFICAZIONE DEI MARTIRI DI CHIMBOTE
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Ai fratelli e alle sorelle della Chiesa che peregrina a Chimbote, e a quanti si uniscono a questa azione di rendimento di grazie:
Nel decimo anniversario della beatificazione dei martiri di Chimbote — i beati Michał Tomaszek, Zbigniew Strzałkowski e Alessandro Dordi — desidero unirmi alla gratitudine della Chiesa in Perù, in Polonia, in Italia e in tanti altri luoghi dove il loro ricordo rimane come incoraggiamento alla fedeltà.
Questi tre sacerdoti missionari condivisero la vita delle loro comunità, celebrando l’Eucaristia e amministrando i sacramenti, organizzando la catechesi e sostenendo la carità in contesti di povertà e di violenza. Nel 1991, dopo aver deciso di restare dove svolgevano il loro ministero e in mezzo al gregge come autentici pastori, furono assassinati per odio alla fede.
In realtà, già prima della loro morte, la vita missionaria di ognuno di loro lasciava intravedere il messaggio essenziale del cristianesimo. Erano tre sacerdoti chiaramente diversi: due giovani frati francescani polacchi e un presbitero diocesano italiano. Portavano con sé lingue, culture, formazioni, carismi, spiritualità e modi di procedere differenti. Ognuno aveva un modo unico di avvicinarsi alle persone e di vivere il ministero. Ma in Perú questa diversità non generò distanza; al contrario, divenne un contributo. A Pariacoto e nella regione del Santa condivisero lo stesso zelo, la stessa dedizione e lo stesso amore per la gente — in particolare per i più bisognosi — portando nel cuore, con affetto pastorale, le preoccupazioni e le sofferenze degli abitanti di quelle terre.
Avendo servito anche in quell’amato Paese, trovo in loro qualcosa di profondamente familiare per chi ha vissuto la missione e, al tempo stesso, essenziale per tutta la Chiesa: la comunione che nasce quando storie così diverse si lasciano riunire da Cristo e in Cristo, di modo che ciò che ciascuno è e apporta — senza smettere di essere proprio — finisce col confluire in un’unica testimonianza del Vangelo per il bene e l’edificazione del popolo di Dio.
Per questo credo fermamente che le loro vite, così come il loro martirio, possono essere oggi un invito all’unità e alla missione per la Chiesa universale. In un tempo segnato da sensibilità diverse in cui facilmente si cade in dicotomie o dialettiche sterili, i Beati di Chimbote ci ricordano che il Signore è capace di unire ciò che la nostra logica umana tende a separare. Non è la piena coincidenza di pareri ad unirci, bensì la decisione di conformare il nostro parere a quello di Cristo (cfr. Lumen gentium, n. 13).
Il sangue dei martiri non fu versato al servizio di progetti o idee personali, ma come un’unica offerta di amore al Signore e al suo popolo. Il loro martirio ci mostra — con l’autorità della vita donata — che cos’è la vera comunione: tante origini, tanti stili, tanti contesti, tanti doni… ma «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 5-6).
Oggi, di fronte alle sfide pastorali e culturali che la Chiesa affronta, la loro memoria ci chiede un passo decisivo: tornare a Gesù Cristo come misura delle nostre opzioni, delle nostre parole e delle nostre priorità. Tornare a Lui con quella fermezza del cuore che non arretra, neanche quando la fedeltà al Vangelo reclama il dono della propria vita. Solo quando Lui è il punto di riferimento, la missione ritrova la sua forma propria e la Chiesa ricorda il motivo per cui esiste: «Esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella S. Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione» (San Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 14).
Che questo anniversario sia per la Chiesa a Chimbote un’occasione per rinnovare la disponibilità all’apostolato. Esorto le comunità che hanno accolto questi martiri a continuare oggi la missione per la quale hanno dato la vita, quella di annunciare Gesù con parole e con opere, conservando la fede in mezzo alle difficoltà, servendo con umiltà i più fragili e mantenendo accesa la speranza anche quando la realtà diventa ardua. E quando l’animo vacillerà dinanzi ai pericoli, ricordino che la storia non è chiusa né è estranea alla grazia (cfr. Rom 8, 28); dove ci sono testimoni fedeli — come questi sacerdoti e tanti altri — il futuro si apre, perché è Cristo stesso a continuare ad agire nella sua Chiesa e a condurre la storia verso la pienezza del suo Regno. E dinanzi a Lui, neppure la morte ha l’ultima parola (cfr. Ap 1, 18).
Vorrei concludere con una parola rivolta ai giovani del Perú, della Polonia, dell’Italia e del mondo intero. La testimonianza dei martiri di Chimbote mostra che la vita dà frutti nella misura in cui si apre alla chiamata di Dio. Michał aveva solo trent’anni e Zbigniew trentatré; esercitavano il ministero da pochi anni, e tuttavia in quella gioventù a volte considerata inesperta o fragile, Dio ha ricordato ancora una volta alla sua Chiesa che la fecondità della missione non dipende dalla durata del cammino, ma dalla fedeltà con cui si percorre.
Da questa certezza scaturisce anche il mio invito. Giovani, non abbiate paura della chiamata del Signore! Sia al sacerdozio, sia alla vita consacrata, o anche alla missione ad gentes, per andare là dove Cristo ancora non è conosciuto. Invito anche il clero — specialmente i sacerdoti giovani — a considerare con generosità la possibilità di offrirsi come fidei donum, seguendo l’esempio del beato Alessandro; e incoraggio i vescovi a sostenere l’ardore dei sacerdoti giovani e a soccorrere le Chiese più bisognose mediante l’invio fraterno di ministri che estendano la carità pastorale di Cristo là dove è più necessaria.
Che la memoria di questi testimoni illumini il cammino della Chiesa che peregrina a Chimbote e di quanti, in tutto il mondo, desiderano seguire e imitare il nostro Salvatore con cuore generoso. Con questi auspici, affidandovi alla materna protezione della Beata Vergine Maria, Regina dei martiri, vi imparto di cuore la mia Benedizione.
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 6 dicembre 2015
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia ci pone alla scuola di Giovanni il Battista, che predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3). E noi forse ci domandiamo: “Perché dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da ateo diventa credente, da peccatore si fa giusto, ma noi non abbiamo bisogno, noi siamo già cristiani! Quindi siamo a posto”. E questo non è vero. Così pensando, non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione – che siamo cristiani, tutti buoni, che siamo a posto – che dobbiamo convertirci: dalla supposizione che, tutto sommato, va bene così e non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è proprio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù? E’ vero che sentiamo come sente Gesù? Per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a reagire senza animosità e a perdonare di cuore chi ci chiede scusa? Quanto difficile è perdonare! Quanto difficile! “Me la pagherai!”: questa parola viene da dentro! Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo esprimere la nostra fede, sappiamo farlo con coraggio e semplicità, senza vergognarci del Vangelo? E così possiamo farci tante domande. Non siamo a posto, sempre dobbiamo convertirci, avere i sentimenti che aveva Gesù.
La voce del Battista grida ancora negli odierni deserti dell’umanità, che sono – quali sono i deserti di oggi? - le menti chiuse e i cuori duri, e ci provoca a domandarci se effettivamente stiamo percorrendo la strada giusta, vivendo una vita secondo il Vangelo. Oggi come allora, egli ci ammonisce con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore!» (v. 4). È un invito pressante ad aprire il cuore e accogliere la salvezza che Dio ci offre incessantemente, quasi con testardaggine, perché ci vuole tutti liberi dalla schiavitù del peccato. Ma il testo del profeta dilata quella voce, preannunciando che «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (v. 6). E la salvezza è offerta ad ogni uomo e ad ogni popolo, nessuno escluso, a ognuno di noi. Nessuno di noi può dire: “Io sono santo, io sono perfetto, io già sono salvato”. No. Sempre dobbiamo accogliere questa offerta della salvezza. E per questo l’Anno della Misericordia: per andare più avanti in questa strada della salvezza, quella strada che ci ha insegnato Gesù. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati per mezzo di Gesù Cristo, l’unico mediatore (cfr 1 Tm 2,4-6).
Pertanto ognuno di noi è chiamato a far conoscere Gesù a quanti ancora non lo conoscono. Ma questo non è fare proselitismo. No, è aprire una porta. «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16), dichiarava san Paolo. Se a noi il Signore Gesù ha cambiato la vita, e ce la cambia ogni volta che andiamo da Lui, come non sentire la passione di farlo conoscere a quanti incontriamo al lavoro, a scuola, nel condominio, in ospedale, nei luoghi di ritrovo? Se ci guardiamo intorno, troviamo persone che sarebbero disponibili a cominciare o a ricominciare un cammino di fede, se incontrassero dei cristiani innamorati di Gesù. Non dovremmo e non potremmo essere noi quei cristiani? Vi lascio la domanda: “Ma io davvero sono innamorato di Gesù? Sono convinto che Gesù mi offre e mi dà la salvezza?”. E, se sono innamorato, devo farlo conoscere. Ma dobbiamo essere coraggiosi: abbassare le montagne dell’orgoglio e della rivalità, riempire i burroni scavati dall’indifferenza e dall’apatia, raddrizzare i sentieri delle nostre pigrizie e dei nostri compromessi.
Ci aiuti la Vergine Maria, che è Madre e sa come farlo, ad abbattere le barriere e gli ostacoli che impediscono la nostra conversione, cioè il nostro cammino incontro al Signore. Lui solo, Gesù solo può dare compimento a tutte le speranze dell’uomo!
Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
Seguo con viva attenzione i lavori della Conferenza sul clima in corso a Parigi, e mi torna alla mente una domanda che ho posto nell’Enciclica Laudato si’: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?» (n. 160). Per il bene della casa comune, di tutti noi e delle future generazioni, a Parigi ogni sforzo dovrebbe essere rivolto ad attenuare gli impatti dei cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, a contrastare la povertà e far fiorire la dignità umana. Le due scelte vanno insieme: fermare i cambiamenti climatici e contrastare la povertà perché fiorisca la dignità umana. Preghiamo perché lo Spirito Santo illumini quanti sono chiamati a prendere decisioni così importanti e dia loro il coraggio di tenere sempre come criterio di scelta il maggior bene per l’intera famiglia umana.
Domani ricorre il cinquantesimo anniversario di un memorabile evento tra cattolici e ortodossi. Il 7 dicembre 1965, vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, con una Dichiarazione comune del Papa Paolo VI e del Patriarca Ecumenico Atenagora, venivano cancellate dalla memoria le sentenze di scomunica scambiate tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli nel 1054. E’ davvero provvidenziale che quello storico gesto di riconciliazione, che ha creato le condizioni per un nuovo dialogo tra ortodossi e cattolici nell’amore e nella verità, sia ricordato proprio all’inizio del Giubileo della Misericordia. Non c’è autentico cammino verso l’unità senza richiesta di perdono a Dio e tra di noi per il peccato della divisione. Ricordiamo nella nostra preghiera il caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo e gli altri Capi delle Chiese Ortodosse, e chiediamo al Signore che le relazioni tra cattolici e ortodossi siano sempre ispirate dall’amore fraterno.
Ieri a Chimbote (Perù), sono stati proclamati beati Michele Tomaszek e Zbigniew Strzałkowski, francescani conventuali, e Alessandro Dordi, sacerdote fidei donum, uccisi in odio alla fede nel 1991. La fedeltà di questi martiri nel seguire Gesù dia la forza a tutti noi, ma specialmente ai cristiani perseguitati in diverse parti del mondo, di testimoniare con coraggio il Vangelo.
Saluto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi - ci sono parecchie bandiere -, in particolare la Corale liturgica di Milherós de Poiares e i fedeli di Casal de Cambra, Portogallo. Saluto i partecipanti al convegno del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica, i fedeli di Biella, Milano, Cusano Milanino, Nettuno, Rocca di Papa e Foggia; i cresimati di Roncone e i cresimandi di Settimello, la Banda musicale di Calangianus e la Corale di Taio.
A tutti auguro una buona domenica e una buona preparazione per l’inizio dell’Anno della Misericordia. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!